Stray Kids Il Giorno iDays

Ecco perché molto del giornalismo italiano è completamente fuori strada sugli Stray Kids e sul k-pop.

Elisa
By Elisa
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Sono certa che se siete fan degli Stray Kids o gravitate nell’universo del k-pop già lo sapete: Il Giorno, quotidiano milanese con una tiratura all’incirca di 50k copie per diem ha sfornato, grazie all’illuminata penna di Andrea Spinelli, un paio di pezzi relativi alla partecipazione degli Stray Kids agli i-Days di Milano il 12 luglio scorso.

Ritengo i due pezzi uno più discutibile dell’altro, quindi potrete immaginare quanto poco vorrei dar loro visibilità e visualizzazioni; tuttavia quel che mi accingo a scrivere prende le mosse da quei contenuti, pertanto per dovere di cronaca mi tocca di dirvi che li potete trovare qui e qui

L’episodio che riguarda il media outlet lombardo non è stato l’unico discutibile scaturito dal concerto del 12, purtroppo. Anche alcune trasmissioni radiofoniche (una su RTL 102.5) e altre testate (leggi: La Stampa, quotidiano a tiratura nazionale) hanno dato il meglio di sé in quanto a superficialità e mancanza di rispetto. Io ho deciso di prendere l’articolo de Il Giorno come mia fonte di ispirazione per questo pezzo perché ritengo sia la summa di tutto il peggio che si possa offrire.

Punto per punto? Sì. Punto per punto. Perché sono dell’idea che la spocchia si batte solo con altra spocchia. 

Partiamo dal primo articolo: si intitola Il k-pop degli Stray Kids alla conquista di Milano: “Mai fatto uno show così grande” ed è uscito il 12 luglio scorso.

1. “Fabbrica di plastica”.

Qui invoco subito l’aiuto da casa.

Il periodo è il seguente:

E la prima giornata di questo weekend ad altissima densità per gli abitanti di San Siro è andata. È andata sotto la pioggia, nella notte de La Maura, col debutto italiano di quegli Stray Kids invocati a gran voce da 67mila fans adoranti (52 mila italiani e 15 mila stranieri, dice la prevendita) rimasti ammassati sottopalco ad attenderli sfidando il diluvio. Una fabbrica di plastica. Made in Korea. Ma osannatissima.

… a cosa si riferiscono “fabbrica di plastica”, “Made in Korea”, “osannatissima”?? Il soggetto è…? La giornata ? La pioggia? La musica degli Stray Kids? L’esperienza? Il k-pop? Sono in difficoltà.

In generale, per esclusione, è probabile che gli attributi si riferiscano al fenomeno Stray Kids in rappresentanza del k-pop e alla loro musica.  Definirli “di plastica” dimostra una comprensione superficiale del loro lavoro e del k-pop in generale. Gli Stray Kids, come molti altri gruppi che fanno pop in Corea del Sud, investono un’enorme quantità di tempo e impegno nella creazione della loro musica. Partecipano attivamente alla scrittura e alla produzione dei loro brani, aspetto spesso ignorato da critici e giornalisti ai quali consiglierei però di aprire Google e digitare “3-racha” o “BTS rap line”, per nominare giusto i più scarsoni.

Inoltre, la musica di moltissimi di questi gruppi è caratterizzata da una versatilità musicale e da una ricercatezza artistica uniche: avviso il dott. Spinelli, che ci tiene a farci sapere che legge molti saggi e si informa, che anche su questo sono stati scritti molti trattati, anche scientifici. Evidentemente questo aspetto, che classificherei di primaria importanza se si vuol parlare di musica in maniera professionale, non merita attenzione e rispetto.

2. “Look Griffati e lineamenti ritoccati”.

Ora sì che parliamo di cose importanti! Ah no. Adorabile poi il sottile velo di giudizio machista che ammanta questo inciso. I ragazzi si truccano, e sono anche vestiti bene… whoa! Paura.

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3. “(…) nell’incontro coi giornalisti italiani hanno ammesso di non aver mai avuto un pubblico così”.

Attenzione perché “non avere mai avuto un pubblico così” (quasi 67k persone, alla faccia dei detrattori) è un reato che va ammesso, confessato, facendo pubblica ammenda e cospargendosi il capo di cenere. Poor words’ choice, dai. 

4. “(…) solo domande approvate preventivamente rivolte da un’esperta di k-pop in inglese, tradotte per la band in coreano, e risposte tradotte invece in italiano.”

Uh, strano. I giornalisti italiani hanno bisogno non solo della traduzione inglese – coreano, ma anche di quella inglese – italiano!!! 2024, gente.

Il fatto che le domande siano state approvate preventivamente direi che potrebbe essere stata una scelta acuta da parte del management di artisti trattati con il grado di faciloneria evidenziata dagli articoli in oggetto, no? Chissà quante domande insignificanti, vagamente offensive, inappropriate si sono sentiti rivolgere nella loro carriera. Ma anche qui – approfondimento zero.

Passiamo ora al secondo articolo, pubblicato a mo’ di “nota” relativa al primo due giorni dopo, il 14 luglio, intitolato “Gli Stray Kids, la “musica di plastica” e la conferenza stampa “surreale”: analisi del fenomeno k-pop” – sottotitolo: Milano, la risposta ai fan della band coreana dopo le lettere a “Il Giorno”. Il pezzo inizia con un’assunzione errata, e cioè che le critiche mosse possano esprimere “attaccamento alla band ma anche al giornale che ne parla”. Ecco, no. Io non avevo mai letto un articolo del Il Giorno prima e non pianifico di farlo poi.

Dott. Spinelli, le spiego, funziona così: si chiama “passaparola”, e nel mondo del k-pop e nel suo fandom, soprattutto occidentale, è un fenomeno super-potenziato dal fatto che ne gira tanta di robaccia sui gruppi. I fan hanno molto a cuore il debunking culturale, se così lo vogliamo chiamare per evitare l’odiosa parola “razzismo”. Ci tengono molto a smontare le false credenze e i pregiudizi che circondano questi ragazzi, e a incoraggiare una corretta informazione a riguardo. 

In seconda battuta Spinelli ci spiega, Zeus gratias, a cosa si riferiva nel primo periodo di cui sopra:

Nel momento in cui ho usato il termine “fabbrica di plastica” (…) il termine (…) si riferisce non tanto alle canzoni del gruppo coreano quanto al mondo pop che gli ruota attorno.

Ripeto dunque i passaggi, così, per iniziare a smontare la sua fabbrica partendo dal pilastro, la musica: Google – digitare 3-racha/BTS rap line – leggere i testi – lasciarsi trasportare in un altro mondo.

Per tutto il resto, “allenamento militare”, “algida perfezione”, “alta quantità di ansie”, “problemi mentali e suicidi”, sono certa che Spinelli ha letto fior fiore di letteratura sul perché i coreani sono come sono. Sa quindi che il problema non riguarda solo il k-pop ma la società coreana nel suo complesso e la mentalità dei suoi cittadini come risultato della loro storia sociale, ben prima dell’invasione giapponese di inizio secolo scorso. Possiamo metterci a fare una disamina degli aspetti deteriori della società e della cultura coreana se vuole, oppure, da esterni quali siamo, possiamo osservarla con curiosità e assenza di pregiudizio (ma non dovrebbe essere un prerequisito per un giornalista che si occupa di cultura?). In ogni caso, dietro questa “plastica” c’è un mondo che merita quantomeno di essere menzionato, anche di sbieco.

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5. “Il lato oscuro del k-pop”

Vero. Il k-pop, figlio appunto di una cultura da molti punti di vista problematica, ha un lato oscuro molto evidente e del quale, temo, si è vista per ora solo la famosa punta dell’iceberg. È un tema di cui i fandom sono consapevoli, e che da da pensare. C’è molto dibattito online su quali siano i comportamenti individuali e collettivi da adottare per mitigare gli effetti dei metodi subumani imposti dallo star system coreano, o per suggerire cambiamenti di rotta attraverso scelte commerciali. Ma mo’ il lato oscuro del k-pop che c’entra? L’articolo era una review del concerto degli Stray Kids, sbaglio?

6. L’intervista. 

Non si mette in dubbio che l’esperienza complessiva possa non essere stata piacevole o canonica. Nemmeno io mi sarei divertita o avrei avvertito di star spendendo bene il mio tempo in una situazione del genere: dieci minuti, giornalisti fatti sedere a 4 metri di distanza dagli artisti senza poter dire nulla né scattare foto, domande rigidamente concordate nei giorni precedenti col management, formulate durante la conferenza da una giornalista-speaker autorizzata dal gruppo (grazie Marianna Baroli), risposte laconiche. Quel che mi stupisce, visto che si sta parlando di un professionista con 30 anni di esperienza come lui stesso ci tiene a farci sapere, è che invece che chiedersi il perché, provare a capire se si tratta effettivamente di gap culturale o se dietro ci sono altre motivazioni, quel che emerge dalle sue righe sono solo il suo malcontento e una serie di osservazioni del tutto personali che lasciano il tempo che trovano. Anzi, un po’ più burrascoso.

Il trattamento riservato agli Stray Kids e al fenomeno del k-pop da parte di alcune testate italiane in questa occasione non solo denota una preoccupante superficialità, ma rivela anche un’inadeguata comprensione culturale e musicale. Descrivere il k-pop come una “fabbrica di plastica” e ridurre artisti e fan a stereotipi banali non solo è ingiusto, ma perpetua una narrazione limitata e pregiudizievole.

È ora di abbattere il muro della banalità e del pregiudizio che circonda fenomeni globali come il k-pop. Gli Stray Kids, come tanti altri artisti del loro calibro, sono il risultato di anni di dedizione, lavoro, sacrificio. Il loro successo non è un’illusione di plastica, ma una manifestazione di talento autentico e impegno instancabile.

Ai media e ai critici chiedo di guardare oltre la superficie e di adottare un approccio più rispettoso e informato. Gli artisti meritano di essere giudicati per il loro reale valore e non per l’immagine che si è costruita intorno a loro.

Per i lettori e i fan, è tempo di sfidare le narrazioni preconfezionate e di cercare una comprensione più profonda. La prossima volta che vi imbattete in un pezzo di critica musicale che sembra alimentare pregiudizi, chiedetevi se non sia il momento di esporvi per chiedere una visione più equa e informata. È solo confrontandoci con la realtà nella sua complessità che possiamo davvero apprezzare e rispettare l’arte e la cultura nella loro pienezza.

Il k-pop è arrivato fino a noi con tutta la sua energia, il suo entusiasmo e i suoi messaggi. È giunto il momento che anche il giornalismo italiano faccia un passo avanti e abbracci la realtà con onestà e apertura mentale, senza paura di uscire dalla propria zona di comfort. Cosa che, per inciso e per fortuna, qualcuno fa: lei

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Sociologa dentro e accademicamente, "ex corporate girl, ora quota rosa in una start up innovativa" fuori. Le mie prime foto da bambina mi ritraggono già con le cuffione gialle sulle orecchie, ascoltavo i Simple Minds e i Tears for Fears. Vivrei di kimchi. C'è altro? Ah sì: INTJ-T. O cancro ascendente vergine, che praticamente è la stessa cosa. Dal 2026 Honorary Reorter di Korea.net