XO, Kitty: successo globale, ma in Corea resta quasi invisibile

Simona
By Simona
3 Min Read

Un successo globale che però, a casa sua, passa quasi inosservato.

È il caso di XO, Kitty, teen drama targato Netflix ambientato in Corea del Sud, che sta dominando le classifiche internazionali ma senza lasciare un segno reale tra il pubblico coreano.

La terza stagione, uscita giovedì, ha scalato rapidamente la Top 10 globale fino a conquistare il primo posto, secondo i dati di FlixPatrol.

La storia di Kitty, interpretata da Anna Cathcart, continua nello spin-off di To All the Boys I’ve Loved Before: la ragazza torna in Corea, spinta da un amore nato durante un viaggio precedente.

Appena uscita, la serie ha fatto subito notizia. Il primo giorno è entrata nella Top 10 in vari Paesi europei, e nel giro di due giorni ha conquistato il primo posto in più di cinquanta nazioni.

Alla fine, ha conquistato la vetta in 77 Paesi, inclusi gli Stati Uniti, superando anche Bloodhounds Season 2 e diventando la serie più vista al mondo sulla piattaforma.

LEGGI ANCHE  Song Joong-ki esplora la profondità del senso di colpa in 'My Name is Loh Kiwan'

Eppure, in Corea del Sud il silenzio è evidente. Nessuna presenza significativa nelle classifiche locali, pochissime conversazioni online. Un contrasto che non sorprende del tutto, visto che già dalle prime stagioni la serie aveva faticato a creare un legame con il pubblico coreano, nonostante fosse girata proprio lì.

Le ragioni? Diverse.
Da una parte, una promozione quasi assente sul territorio. Dall’altra, uno stile narrativo molto americano, tipico dei teen drama: ritmi veloci, situazioni esasperate, dialoghi sopra le righe. Elementi che, per molti spettatori coreani, rendono difficile immergersi davvero nella storia. Anche la recitazione è finita sotto osservazione, soprattutto per alcuni membri del cast meno esperti.

Le reazioni restano divise. C’è chi la considera infantile, poco credibile, distante dalla sensibilità locale. E chi invece la guarda proprio per quello: leggera, un po’ “cringe”, ma divertente. Una sorta di guilty pleasure che funziona proprio perché è diversa.

Non è un caso isolato. Anche Emily in Paris aveva ricevuto critiche simili per il modo in cui rappresentava la cultura francese, pur conquistando milioni di spettatori nel mondo.

LEGGI ANCHE  Lee You-mi racconta il peso emotivo dietro “As You Stood By"

Nel panorama dello streaming globale, ciò che conquista il pubblico internazionale non sempre riesce ad arrivare davvero al Paese che dovrebbe rappresentare, quasi come se la storia parlasse un’altra lingua. E forse è davvero così.

Share This Article
Follow:
Ballerina mancata, aromaterapeuta in divenire, face yoga teacher e ARMY. Cresciuta con la musica R&B e soul, vivo tra profumi naturali, sogni coreani e amore per la natura. Sempre con l’anima accesa... e una playlist dei BTS in sottofondo.