Il k-drama Perfect Crown, uno dei titoli coreani più attesi, guardati e discussi degli ultimi mesi, sta vivendo un momento complicato nonostante gli ottimi ascolti registrati durante la messa in onda.
La serie, interpretata da IU e Byeon Woo-seok, aveva conquistato il pubblico episodio dopo episodio, arrivando a chiudere con rating molto alti in patria.
Eppure, nelle ultime settimane, il drama è finito al centro di una forte polemica legata alla rappresentazione delle cerimonie reali ispirate alla dinastia Joseon.
Le critiche non riguardano la trama, ambientata in una Corea contemporanea immaginaria dove la monarchia costituzionale esiste ancora, ma il modo in cui sono stati mostrati alcuni rituali e simboli della corte.
Secondo molti spettatori coreani, diverse scene richiamerebbero il vecchio sistema tributario dell’Asia orientale, associato storicamente alla subordinazione dei regni vicini all’impero cinese.
Un tema estremamente delicato in Corea.
La discussione è esplosa soprattutto dopo una scena dell’episodio finale in cui il personaggio interpretato da Byeon Woo-seok sale al trono indossando un particolare copricapo reale, il Guryu Myeonryugwan. Alcuni storici e utenti online hanno sottolineato che questo tipo di corona, nella simbologia tradizionale, era collegato ai sovrani considerati subordinati all’autorità imperiale cinese, mentre gli imperatori indipendenti utilizzavano versioni differenti, più elaborate.
Sono andata a documentarmi proprio sui dettagli che hanno fatto scattare la bufera, tra copricapi reali e formule cerimoniali e la questione è molto più profonda di quanto sembri.
Il Guryu Myeonryugwan, o più semplicemente Myeonryugwan a nove frange, era il copricapo cerimoniale di massima autorità indossato dai sovrani della dinastia Joseon (1392–1910) e, prima ancora, dai re di Goryeo.
Utilizzato durante i rituali più sacri, il Myeonryugwa era progettato per limitare i sensi del sovrano attraverso un preciso simbolismo confuciano.
La barriera del giudizio
Dal copricapo pendevano 18 frange di perle colorate (9 davanti agli occhi e 9 sulla nuca). Oscillando, velavano parzialmente la vista del re, ricordandogli di non guardare la corruzione e le bassezze del mondo.
I tappi antirumore
Due batuffoli di cotone (o sfere di giada) pendevano esattamente all’altezza delle orecchie per ricordargli di chiudersi alle calunnie e ai pettegolezzi dei cortigiani.
Una questione di geopolitica
Il numero di frange indicava il rango nel mondo asiatico.
Avendone 9, il re coreano si dichiarava formalmente un gradino sotto l’imperatore cinese (che ne indossava 12).
Solo nel 1897, quando la Corea proclamò il proprio impero autonomo, il copricapo passò finalmente a 12 frange, diventando il simbolo visivo della riconquistata indipendenza.
Anche alcune formule usate durante la cerimonia d’incoronazione hanno acceso il dibattito. In particolare, diversi spettatori hanno criticato l’utilizzo dell’espressione “Cheonse”, storicamente associata ai regni vassalli, invece di “Manse”, termine più legato all’idea di sovranità indipendente.
Nell’Asia antica, le parole definivano il potere. Gridare un augurio piuttosto che un altro non era un dettaglio, ma una precisa dichiarazione geopolitica:
Manse (10.000 anni)
Era un’esclusiva assoluta dell’Imperatore della Cina. Usarlo altrove significava ribellione.
Cheonse (1000 anni)
Era il termine obbligatorio per i regni vassalli, come la Corea della dinastia Joseon, il cui re era formalmente considerato inferiore all’imperatore cinese.
La Corea ha potuto gridare ufficialmente “Manse!” solo nel 1897, quando il Re Gojong proclamò la nascita dell’Impero coreano (Taehan Jeguk), sancendo l’indipendenza formale della Corea dalla Cina.
Sui social coreani le reazioni sono state immediate.
C’è chi sostiene che il drama abbia semplicemente cercato di ricreare un’estetica storica coerente con l’universo narrativo della serie, e chi invece ritiene che certe scelte siano state superficiali, soprattutto considerando il peso storico e simbolico di quei dettagli.
La situazione potrebbe avere conseguenze anche dal punto di vista economico.
Korea Creative Content Agency, l’ente che sostiene diversi progetti audiovisivi coreani, aveva infatti selezionato Perfect Crown tra le produzioni finanziate per il 2025. Parte dei fondi sarebbe già stata erogata, ma se il progetto dovesse ricevere una valutazione negativa nelle verifiche finali, la produzione potrebbe essere costretta a restituire l’intero importo ricevuto insieme agli interessi.
Nel frattempo, anche alcune attività promozionali del drama sono state ridimensionate. Il pop-up store dedicato alla serie, previsto inizialmente per dieci giorni a The Hyundai Seoul, ha chiuso in anticipo rispetto al programma originale.
Di fronte alle polemiche, il regista Park Jun-hwa ha deciso di intervenire pubblicamente per chiarire la posizione della produzione e scusarsi con gli spettatori che si sono sentiti a disagio per alcune scelte presenti nel drama.
Nella sua dichiarazione, Park ha spiegato che il team creativo aveva scelto di ispirarsi in modo molto fedele alla corte della dinastia Joseon, invece di creare rituali completamente inventati per il regno immaginario raccontato in “Perfect Crown”.
“Volevo che questo drama portasse conforto e intrattenimento al pubblico, quindi mi dispiace sinceramente che abbia invece causato disagio e polemiche”, ha dichiarato il regista.
Park Jun-hwa ha raccontato che la produzione si era affidata a consulenti esperti della corte Joseon per sviluppare costumi, scenografie e dettagli cerimoniali. Anche la sceneggiatura, secondo quanto spiegato, sarebbe stata scritta seguendo quel tipo di consulenza storica.
Il regista ha inoltre sottolineato che la serie è ambientata in una Corea contemporanea alternativa, dove la famiglia reale non avrebbe mai attraversato il periodo dell’Impero Coreano e la dinastia Joseon sarebbe continuata per oltre 600 anni. Proprio questa scelta narrativa, però, avrebbe portato il team a utilizzare riferimenti storici molto precisi che oggi vengono interpretati in modo diverso dal pubblico moderno.
“Pensavo che utilizzare elementi visivi e tradizioni della dinastia Joseon avrebbe aiutato gli spettatori a rendere più credibile l’esistenza di una monarchia nella Corea moderna”, ha spiegato. “Ma col senno di poi, avremmo dovuto riflettere più attentamente su alcuni dettagli”.
Il sig. Park ha ammesso che la produzione ha dovuto affrontare tempi molto stretti. Secondo le sue parole, il progetto avrebbe avuto bisogno di una lunga fase di pre-produzione, ma lui è entrato nel team soltanto in una fase avanzata, con la programmazione già stabilita.
“Credo che questa esperienza mi abbia lasciato soprattutto rammarico”, ha concluso il regista.
Le sue parole hanno diviso ulteriormente il pubblico coreano. Alcuni spettatori hanno apprezzato le scuse e la trasparenza della produzione, mentre altri continuano a ritenere che determinati simboli storici avrebbero dovuto essere gestiti con maggiore attenzione, soprattutto in un drama così esposto mediaticamente.
Nonostante le polemiche, Perfect Crown continua comunque a essere uno dei drama più visti e commentati del momento. E questa vicenda dimostra ancora una volta quanto, in Corea del Sud, storia, identità nazionale e intrattenimento restino temi profondamente intrecciati, soprattutto quando si parla della dinastia Joseon e della rappresentazione del passato sullo schermo.


