Sedici artisti coreani in Italia si raccontano durante la nona edizione della mostra annuale promossa dall’ARCOI presso l’Istituto Culturale Coreano in Italia
Dal 20 marzo al 2 aprile si è tenuta presso l’Istituto Culturale Coreano di Roma, in via Nomentana, la nona mostra annuale dell’Associazione ARCOI. L’esposizione, intitolata Qui e Oltre: Orizzonti Radicati, raccoglie i lavori di sedici artisti coreani che vivono e lavorano in Italia da anni, offrendo una riflessione visiva su come l’identità si trasformi attraverso l’esperienza transnazionale.
L’associazione Artisti Coreani in Italia, ARCOI
L’Associazione Artisti Coreani in Italia (ARCOI) è stata fondata nel 2016 in contemporanea con l’apertura dell’Istituto Culturale . Nonostante la presenza di artisti coreani in Italia fosse già significativa dagli anni Ottanta – quando molti si trasferirono per motivi di studio, specialmente nelle città d’arte e nei distretti del marmo – prima del 2016 mancava una struttura ufficiale che ne promuovesse l’attività. Oggi ARCOI sostiene sia i professionisti già affermati sia le nuove generazioni di artisti-migranti, organizzando due mostre annuali che spaziano dalla pittura alla scultura, favorendo in modo costante la comunicazione culturale tra Italia e Corea.
L’inaugurazione
L’inaugurazione della mostra si è tenuta venerdì 20 marzo. L’evento si è aperto con le parole della direttrice dell’Istituto Culturale Kim Nury che, oltre a congratularsi con il lavoro di ARCO e degli artisti coinvolti, ha parlato di come la vita in un ambiente estraneo, come quella dei migranti coreani in Italia, sia una costante sfida, ma che può anche essere l’occasione giusta per aprirsi a nuove prospettive e possibilità creative. Successivamente la parola è passata alla presidente dell’Associazione Artisti Coreani in Italia Shim Nan Young, che ha sottolineato come questa esposizione sia una traduzione caleidoscopica dei diversi spazi e tempi che ogni artista ha attraversato in una terra diversa da quella dove partivano le proprie radici, andando a creare punti di incontro tra culture e storie individuali differenti, concludendo poi con l’augurio che la mostra possa essere per i visitatori l’occasione per riflettere su come il proprio “Qui” sia intessuto con “Oltre” futuri. Durante la mostra, i sedici artisti presenti hanno potuto raccontare le loro opere, interpretazioni ed esperienze a chi si avvicinava alle produzioni, rispondendo a domande e curiosità.
La mostra e le opere: la sinergia di identità e orizzonti aperti
Capita a tutti di ritrovarsi davanti ad alberi le cui radici non restano fisse e piantate sotto il terreno, ma crescono, si espandono e modificano la morfologia del suolo, emergono e si incrociano con quelle di piante diverse, creando intrecci e connessioni inaspettate e mai fisse. Le radici sono l’identità, la coreanità, di questi artisti, mentre i movimenti dinamici che portano avanti durante la loro crescita è il loro migrare, andare verso orizzonti diversi, in questo caso l’Italia. Il titolo alternativo della mostra “Of Identity and Belonging Beyond Borders”(Riguardo l’Identità e l’Appartenere Oltre le Frontiere), citato dalla curatrice del Richardson Family Art Museum Youmi Efrud, rende bene quello che le opere vogliono trasmettere. Attraverso i diversi tipi di approcci e media artistici, raccontano stratificazioni identitarie che rigettano l’essenzialismo, proponendo la molteplicità come elemento cardine dell’esperienza diasporica.



Ad esempio, Hong Woogi con la sua scultura Amor Proprio va ad utilizzare il marmo di Carrara, città nella quale studia, per dare forma ai ricordi. Kim Giuno, sempre attraverso il marmo, materiale della tradizione artistica italiana, realizza una scultura che richiamano i graffiti delle grandi città, fissando la velocità del mondo urbano coreano in simboli eterni. Altri artisti, come Lee Geum Muk, utilizzano pittura e pastelli per raccontare la vita da migrante. Muk in particolare rappresenta lo spazio metaforico del deserto e lo tramuta in luogo di mancanza dove, però, può emergere una forza inaspettata e nuova: anche quando tutto sembra perduto o confuso, c’è sempre una forza che continua a sostenere la vita. Avendo navigato in contesti nazionali, culturali e linguistici differenti tra loro, questi artisti riescono a portare davanti gli occhi dello spettatore un concetto di appartenenza che rifiuta la divisione netta tra identità coreana e italiana, presentandole come due realtà ed esperienze che si modellano a vicenda, in costante coesistenza e comunicazione.
Ho avuto l’occasione di visitare la mostra nella giornata di apertura, e ho potuto provare su pelle l’impatto e le emozioni che le opere trasmettono. Nonostante l’incredibile bellezza e valore di ognuna, alcune in particolare hanno lasciato un segno e meriterebbero di essere approfondite e discusse.



