Lunedì 7 settembre è uscito DEATH OF ME, il primo mini album di EVAN, pubblicato dall’etichetta Belift Lab. Per l’artista, noto fino allo scorso marzo come Hee-seung del gruppo k-pop ENHYPEN, non si tratta della solita parentesi individuale concessa a un idol, ma di una scommessa radicale: cosa accade quando un cantante decide di lasciare consensualmente una delle formazioni di maggior successo della quarta generazione, azzerare il proprio nome pubblico e rimettersi in gioco da capo?
Il suono del distacco
Entrato negli ENHYPEN nel 2020 attraverso il survival show I-LAND, Lee Hee-seung ne è stato per oltre cinque anni la colonna vocale e performativa più riconoscibile, fino alla decisione concordata di separarsi dalla formazione annunciata a marzo. Nel panorama del k-pop contemporaneo, un addio consensuale, privo di contenziosi legali, avvenuto al culmine della popolarità di un gruppo, rappresenta un’anomalia quasi senza precedenti. Non si tratta della formula consueta delle attività soliste svolte in parallelo alla band, né dell’uscita forzata a seguito di una crisi: la transizione di EVAN, rimasto sotto contratto con la medesima etichetta, la Belift Lab, è una scelta dettata unicamente dalla ricerca di autonomia espressiva. Rinunciare al capitale di riconoscibilità del proprio nome anagrafico per adottare un alias inedito significa accettare di perdere la protezione della dinamica collettiva e il sostegno automatico del fandom. Il nuovo EP raccoglie otto tracce scritte, composte e prodotte insieme a collaboratori internazionali, allontanandosi dalle chitarre serrate del singolo di lancio Ride Or Die per approdare nella traccia principale a un pop R&B compatto, dove la voce esplora registri dinamici diversi senza l’ausilio di facili artifici di post-produzione.
La paura di scomparire
Durante la conferenza stampa di presentazione a Seoul, EVAN ha chiarito il fulcro concettuale del progetto. Il titolo non allude alla fine biologica, ma a un timore molto concreto per chi vive di musica: l’oblio, inteso come il momento esatto in cui le proprie canzoni cessano di raggiungere chi ascolta. L’artista ha citato una nota riflessione del manga One Piece, secondo cui un uomo muore davvero solo quando viene dimenticato dal mondo. Questo spettro si connette a un vissuto personale rimasto a lungo riservato: la diagnosi di un linfoma maligno affrontato e superato durante gli anni delle elementari. Quella precocissima familiarità con la vulnerabilità fisica è diventata il metro di giudizio con cui affrontare le incertezze dell’età adulta, trasformando la paura di sparire nella spinta a controllare ogni fase della propria produzione musicale attraverso decine di sessioni di scrittura mensili.
La decostruzione del limite
Nei testi del disco, la fragilità non viene mascherata, ma assunta come dato di fatto. Nel ritornello della title track, EVAN canta:
Can’t stop
Even if it does, this ain’t the death of me
La frase rovescia l’espressione idiomatica anglofona to be the death of me, usata di frequente per indicare una causa di rovina ineluttabile. Affiancando la negazione assertiva alla clausola concessiva, il testo sottrae all’eventualità di una sosta il suo carico di fallimento: in un settore governato dalla richiesta di presenza ininterrotta, fermarsi non equivale a cancellare il proprio valore. Una logica analoga sostiene Noise («Trust me, know I’m able / Take it slow, ain’t no trouble»), dove l’invito alla calma suggerisce che la fiducia in se stessi non è un’attitudine presunta, ma una prassi da verificare giorno per giorno. In Immature, il cantante affronta apertamente i giudizi ostili ricevuti dopo la separazione dal gruppo: rivendicare la propria immaturità significa disinnescare l’aspettativa dell’idolo infallibile, trasformando l’ammissione delle proprie debolezze umane in uno spazio di autenticità. La confessione si fa ancora più scarna nella traccia di chiusura, Going Home, dove il rimpianto per il tempo sottratto alla famiglia a causa delle interminabili sessioni in studio documenta il prezzo invisibile pagato alla propria vocazione.
Darsi una seconda possibilità
Il debutto di EVAN evita le scorciatoie dell’autocelebrazione per misurarsi con la realtà di una carriera riavviata da una nuova linea di partenza. In un sistema che tende a punire le pause e a premiare la conformità, questo lavoro sceglie di mostrare le crepe prima dei traguardi, dimostrando che la credibilità artistica non coincide con la finzione dell’invulnerabilità. La fine temuta dal titolo viene così costantemente scongiurata: EVAN non ricomincia cancellando le proprie cicatrici, ma scegliendo di esistere proprio attraverso la loro testimonianza.



