Se siete affezionat* ai k-drama, conoscete sicuramente la sua voce. È quella che vi ha spezzato il cuore in Mr. Sunshine e vi ha cullato in It’s Okay to Not Be Okay.
Quella voce appartiene a Elaine Kim, un’artista che il pubblico ha incoronato Regina delle OST. È un ruolo che lei, con umiltà, definisce il suo “compito a casa”: un lavoro strutturato, eseguito con grazia impeccabile per la storia di qualcun altro.
Poi, però, c’è lei, e la sua verità.
La verità, protetta in una trilogia di diari. I suoi album in studio, 1, 2, e ora 3, non sono soundtrack. Sono, per sua stessa ammissione, “la registrazione più onesta delle mie paure, del mio dolore e della mia tristezza“. Un progetto nato per necessità, con l’urgenza di chi scrive perché “deve” farlo.
Questa è l’Elaine che si è spogliata di tutto. L’artista che è passata dall’insicurezza del primo album (“non sapevo chi fossi”) alla sfida diretta del terzo: “Ora so cosa mi piace e cosa no. […] Potrebbe non piacerti quello che vedi, ma a me piace”.
Con 3 compie il rituale di chiusura di quel diario. L’esplorazione della sua fragilità è (per ora) conclusa.
Abbiamo parlato con Elaine di questa dualità affascinante, della tensione tra la voce pubblica e la verità privata, e di cosa succede, artisticamente e personalmente, quando decidi di riporre il diario che ti ha accompagnato per tanto tempo e iniziare un capitolo tutto nuovo.
Ed ecco a voi la nostra intervista a Elaine Kim.
I tuoi album in studio 1, 2 e ora 3 sono stati tutti descritti con la stessa frase: “la registrazione più onesta delle mie paure, del mio dolore e della mia tristezza”. Consideri questi album come una “trilogia-diario” che documenta la tua evoluzione emotiva? E ora che 3 è uscito, in che modo continua, o forse conclude, il capitolo iniziato con i primi due?
Il mio primo album è uscito quando avevo poco più di vent’anni, in un periodo in cui non ero sicura di chi fossi e reagivo alle cose a modo mio. Il secondo è arrivato a metà dei miei vent’anni, quando cercavo di adattarmi, provando abiti diversi, facendo cose che sembrava piacessero alla gente. E il terzo, verso la fine dei miei vent’anni, è arrivato dopo aver provato tutte quelle cose. Ora so cosa mi piace e cosa no. Ho una percezione migliore di chi sono e posso dire con tranquillità: “Questa sono io”. Potrebbe non piacerti quello che vedi, ma a me piace. Conclude decisamente la mia trilogia-diario. È stato un viaggio alla scoperta di chi sono. Ora che mi conosco un po’ meglio, non vedo l’ora di affrontare il prossimo capitolo, sia nella vita che nella musica.
Hai descritto il tuo acclamato lavoro sulle colonne sonore come un “compito a casa” (homework) che ti aiuta a crescere, mentre i tuoi album sono profondamente personali. Come gestisci questa affascinante dualità artistica? Il lavoro strutturato per i K-drama influenza il modo in cui ti avvicini alla libertà creativa dei tuoi album, o sono due mondi che riesci a tenere completamente separati?
I miei album personali sono un’esplorazione dentro me stessa. Le OST dei drama sono un’esplorazione fuori da me stessa. Entrambi hanno il loro fascino e il loro scopo. Quando realizzo i miei album, ho molti strumenti – melodie, parole, armonie, strumentazioni – per esprimere chi sono. Ma con le OST dei drama, la mia voce è l’unico strumento che ho. Ciò significa che l’emozione deve essere veicolata interamente attraverso di essa. Questo mi spinge fuori dalla mia zona di comfort e mi fa crescere. Entrambi sono ugualmente divertenti, in modi diversi.
La tua carriera è iniziata con l’ispirazione tratta da Damien Rice, non per diventare famosa, ma per il desiderio di “creare quel tipo di canzone” in grado di trasportare l’ascoltatore in uno “spazio diverso”. Dopo tre album e innumerevoli successi, senti di essere riuscita a creare quello spazio per chi ti ascolta? E come si è evoluta, per te, la definizione di una “bella canzone”?
Ah, vorrei poter spegnere quell’orecchio critico quando ascolto le mie canzoni, così da poterle vivere come un ascoltatore che le sente per la prima volta. La mia mente va immediatamente a cosa ho tralasciato, a cosa avrei potuto fare meglio, o a cosa provavo quando l’ho scritta. È difficile lasciarsi trasportare. Quindi non so dire se ci sono riuscita… dovreste dirmelo voi. XD
Hai paragonato il cantare dal vivo a indossare “abiti comodi” rispetto al “vestito formale” della registrazione in studio, perché rivela un lato più personale. Con la musica così intima di 3, come immagini di tradurre questa vulnerabilità sul palco? Il pubblico che verrà ai tuoi concerti incontrerà una versione ancora più “comoda” e autentica di Elaine?
Penso di sì. Man mano che ho imparato a conoscermi meglio realizzando questo album, sento di avere più cose da condividere. Ho uno showcase il 9 novembre, che sarà la prima vera uscita pubblica di queste canzoni, e mi sto preparando a condividere le storie dietro ognuna di esse: cosa significano per me e come sono nate. Voglio che sia come un’onesta conversazione con il pubblico.
Passando dall’album 1 al 2, hai assunto un controllo creativo sempre maggiore, scrivendo e componendo tutto e collaborando con musicisti leggendari come Jung Jae-il. Che impatto ha avuto lavorare con artisti di quel calibro sulla tua fiducia come autrice? E come si è evoluto il tuo processo di scrittura e produzione per l’album 3?
Sono solo grata di aver lavorato con così tanti musicisti straordinari. Mi fa sentire che la mia musica è abbastanza buona da far sì che loro dicano di sì alle mie idee. Ma non lascio che questo diventi orgoglio; amo semplicemente guardare come si connettono con le canzoni e aggiungono i loro colori. Anche questa volta il processo è stato simile, ma ho intenzionalmente incluso una gamma più ampia di suoni, generi e musicisti. Volevo che questo album fosse percepito come uno spazio aperto, con molte sfumature e trame.
Nella tua musica, che esplora spesso temi di “paura, dolore e tristezza”, una traccia come Let’s Move to an Island dal tuo terzo album suona come un delicato invito alla fuga. Che ruolo gioca la speranza, o la fantasia, nel tuo processo creativo, specialmente quando affronti emozioni così profonde e complesse?
Penso che uno dei doni più grandi dell’essere umano sia l’immaginazione. Ci permette di sfuggire al dolore, cercare conforto e scoprire cosa desideriamo veramente. Indovinare come ci si sentirebbe, immaginarmi in quel momento, e poi trasformarlo in una canzone… per me è come un gioco. C’è una canzone chiamata Coffee & Cigarettes nel mio secondo album, in cui ho immaginato cosa potessero significare quelle due cose per le persone che le amano così tanto, anche se io non faccio uso di nessuna delle due. Mi piace quel tipo di divagazione. È un’avventura sicura.
La tua voce è il tuo strumento più riconoscibile. Quando scrivi per te stessa, come in 3, pensi a come le sue sfumature uniche possono servire la storia che vuoi raccontare, o la melodia e il testo vengono prima di tutto, e la voce si adatta a loro?
Per me, arrivano tutti insieme, nello stesso momento. Questo è ciò che significa per me essere una cantautrice: cantare, scrivere testi e creare melodie, tutto avviene fianco a fianco. Non ci penso troppo. Le mie canzoni sono i miei diari, un luogo dove posso essere libera, commettere errori e sentirmi al sicuro.
Sei conosciuta dal grande pubblico come la “Regina delle OST”, una voce che dà vita alle storie di altre persone. I tuoi album, invece, raccontano la tua storia. C’è mai una tensione tra l’Elaine che il pubblico conosce attraverso i drama e l’Elaine che si rivela, con timidezza e onestà, nei suoi album?
A volte me lo chiedo. Alcune persone mi hanno scoperto attraverso le OST dei drama, altre attraverso i miei album. A volte penso se possano avvertire una disconnessione tra quei due suoni. Ma credo che la mia voce faccia da ponte tra loro. Il mio modo di esprimere emozioni attraverso il canto… spero sia questo ciò che arriva loro, indipendentemente dal contesto.
Condividere “paura, dolore e tristezza” è un atto di grande vulnerabilità. Cosa ti spinge a esplorare queste emozioni così apertamente? È un processo catartico per te, o speri che chi ascolta trovi conforto nel riconoscere le proprie fragilità nella tua musica?
Scrivo perché devo. Non penso se sia catartico o per gli ascoltatori; è semplicemente il modo in cui elaboro le mie emozioni e i miei pensieri. Anche se non fossi una musicista, scriverei comunque. È stato sorprendente scoprire che ciò che per me era così personale potesse risuonare anche in qualcun altro. È commovente sapere che ciò che mi ha aiutato a superare i miei momenti difficili potrebbe portare pace anche a qualcun altro. Spero che le mie canzoni continuino a farlo.
Con l’album 3 che chiude questa “trilogia-diario”, senti che si sta concludendo anche un capitolo della tua esplorazione personale? Cosa vedi nel tuo futuro artistico? Sei pronta a esplorare nuovi territori tematici o sonori, magari uscendo da quella “zona di comfort” di cui hai parlato in passato?
Sì, penso di sì. La trilogia è stata la mia documentazione del trovare il mio posto nel mondo, e ora che ho un senso più chiaro di dove mi trovo, voglio che i miei prossimi lavori siano diversi, più intenzionali. È per questo che ho detto fin dall’inizio che questo album sarebbe stato l’ultimo della mia trilogia-diario. Non so ancora esattamente cosa verrà dopo, ma so di voler esplorare nuove direzioni. Non vedo l’ora di scoprire dove mi porterà la musica. 🙂




