Davide Scalmani è tornato a Seoul nell’aprile 2026. La città lo conosce già: ci ha vissuto, ci ha insegnato, ha imparato a leggerne il ritmo e le stratificazioni. Oggi rientra come nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura con una visione che somiglia meno a un programma e più a un metodo: costruire relazioni profonde, durature, capaci di lasciare tracce anche quando si spengono i riflettori degli eventi.
Scalmani non ha l’aria del funzionario che presidia una sede istituzionale. Storico di formazione, milanese, classe 1963, ha attraversato una carriera diplomatica lunga e mobile, tra Città del Messico, Vilnius, Madrid, Belgrado e Il Cairo. Sei città, sei istituti, vent’anni di lavoro nel servizio estero italiano. Nel mezzo, studi, traduzioni, libri, consulenze editoriali. Un profilo che tiene insieme rigore e curiosità, archivio e presente, istituzione e pensiero.
A Seoul, ora, questa attitudine trova un terreno particolarmente interessante. La Corea del Sud è già una potenza culturale affermata, con una scena viva, articolata, capace di dialogare con il mondo senza bisogno di semplificazioni. È in questo contesto che Scalmani immagina il lavoro dell’Istituto Italiano di Cultura: una presenza costante, discreta, dialogante. Una corrente silenziosa, appunto, che costruisce credibilità attraverso la continuità.
Nella sua concezione, le relazioni culturali funzionano davvero non imponendo un linguaggio unico, ma quando si muovono rispettando i principi propri di ciascun campo. Non basta esportare un contenuto; bisogna capire il contesto in cui quel contenuto entra, le sue regole, i suoi tempi, le sue sensibilità. Per questo Scalmani insiste molto sull’ascolto: di artisti, studiosi, associazioni, istituzioni locali e centrali. In questo modo la diplomazia culturale diventa strumento vero di interazione, pur continuando ad essere ciò che intrinsecamente è, un esercizio di rappresentanza.
Uno dei punti più interessanti della sua visione riguarda la distinzione tra evento e struttura. Gli eventi hanno il loro peso, certo, ma da soli non bastano. Possono accendere una relazione, non costruirla. Il vero obiettivo, per lui, è creare alleanze istituzionali solide tra università, musei, teatri, centri di ricerca, fondazioni, soggetti pubblici e privati dei due Paesi. Una trama di rapporti che non dipenda dalla stagione o dal calendario, ma abbia una durata reale.
Questo approccio incontra un terreno già in parte preparato. Esistono infatti numerose collaborazioni accademiche tra Italia e Corea, dagli scambi studenteschi agli accordi sui doppi titoli, dalle borse di studio ai progetti tra dipartimenti. Ma il punto, per Scalmani, non è moltiplicare i contatti in modo meccanico. È dare forma a una comunità di ricerca, cioè a un ecosistema capace di evolversi e di rispondere alle sfide contemporanee senza restare fermo alla somma delle singole iniziative.
In questa prospettiva, la cultura italiana non sarà proposta come un repertorio da consumare, ma come un orizzonte di senso. La lingua, in particolare, non è presentata come strumento utilitario o codice d’accesso a qualche vantaggio pratico. È piuttosto una porta verso una civiltà più ampia: il Mediterraneo, l’umanesimo, una tradizione estetica e intellettuale che ha contribuito in modo decisivo alla modernità. Anche qui Scalmani evita ogni tono celebrativo: preferisce ricordare che l’Italia ha saputo produrre, nei secoli, forme di linguaggio artistico capaci di viaggiare molto oltre i suoi confini.
C’è poi un altro nucleo importante del suo discorso, forse quello che più facilmente può parlare anche a un pubblico non specialistico: l’idea di un’Italia da raccontare attraverso la sua sostanza, non attraverso i suoi cliché. Per questo accanto al patrimonio culturale, alla ricerca, all’arte contemporanea e alle tecnologie digitali, entrano in gioco il paesaggio urbano e quello extraurbano, la sostenibilità, lo slow food, lo slow travel. Tutti elementi che non appartengono solo alla retorica del “bel paese”, ma a un modo di stare nel mondo che unisce qualità della vita, attenzione ai territori e capacità di relazione.
In questa chiave, persino il turismo culturale assume un significato diverso. Non un consumo rapido di luoghi standardizzati, ma un invito a guardare la complessità del mosaico italiano, le differenze, le geografie minori, le forme meno ovvie del patrimonio. È una prospettiva che richiede tempo, e forse proprio per questo sembra abbastanza controcorrente da risultare convincente.
Scalmani, in fondo, pensa come chi sa che la cultura non produce effetti immediati, ma lascia sedimentazioni. E in un tempo dominato dalla fretta, dalla visibilità istantanea, dall’ossessione per l’impatto, questa scelta ha qualcosa di quasi sovversivo. Tornare a Seoul per lui significa anche questo: rimettere al centro del discorso interculturale la durata, la precisione, la qualità delle relazioni. Non fare rumore, ma farsi riconoscere. Non occupare lo spazio, ma renderlo abitabile.
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