L’incontro tra la consolidata tradizione sartoriale italiana e la vibrante ondata creativa proveniente dalla Corea del Sud rappresenta uno dei dialoghi più affascinanti e promettenti nel panorama della moda contemporanea. Come redattrice di Koreami, con un background specifico in moda e modellistica e una passione di lunga data per le culture asiatiche – in particolare quella giapponese e coreana – ho seguito con vivo interesse le iniziative volte a tessere connessioni tra questi due mondi.
È stato in questo contesto che ho avuto il piacere di venire in contatto con il lavoro della stilista Francesca Cottone. L’occasione si è presentata durante il primo, significativo evento organizzato a Seoul dalle fondatrici Ylenia Basagni e Marcella Di Simone per il progetto “Milan Loves Seoul”. In quella cornice internazionale, la collezione di Francesca Cottone mi ha immediatamente colpita per la sua capacità di esprimere un’eleganza ricercata attraverso linee che, pur nella loro apparente semplicità, si rivelavano tutt’altro che banali.
Questa intervista nasce proprio dal desiderio di approfondire come queste due culture possano influenzarsi e arricchirsi reciprocamente. Attraverso l’esperienza e la visione di Francesca esploreremo il suo percorso creativo, l’impatto dell’incontro con la realtà coreana e le infinite possibilità che si aprono quando la creatività italiana dialoga con l’estetica e l’innovazione di Seoul. Un viaggio alla scoperta di come si costruiscono ponti di stile destinati a definire nuove traiettorie nel fashion.

So che hai vissuto a Camerino fino a 18 anni e ti sei poi trasferita a Milano, capitale della moda italiana, per proseguire gli studi. Immagino non sia stato semplice prendere questa decisione. Come ha avuto inizio la tua passione per la moda e cosa ti ha spinto ad intraprendere questo percorso meraviglioso ma, immagino, un po’ difficile ?
Sì, lasciare Camerino non è stato semplice, ma sentivo che era un passo necessario. Durante il liceo scientifico passavo i miei momenti liberi a guardare programmi come America’s Next Top Model… sognavo il mondo della moda, i flash, le passerelle, i backstage, tutta quella magia. Dopo gli studi allo Istituto Marangoni, ho avuto l’opportunità di lavorare negli uffici stile di brand come Pinko e Mangano, ma sentivo sempre più forte il desiderio di creare qualcosa di mio, con la mia visione. Così è nato il mio brand, in un momento non facile, subito dopo il Covid. È stato (e continua a essere) un percorso pieno di ostacoli, ma anche di grandi soddisfazioni.
Osservando le tue collezioni dalle linee minimal e strutturali, è impossibile non notare che il focus ricade sui capispalla, soprattutto sul blazer. Per quale motivo hai deciso di focalizzare le tue collezioni su un capo sartoriale, simbolo storico di eleganza? Qual è la visione di fondo che ti ha condotto a interpretarlo secondo il tuo gusto?
Ho voluto fin dall’inizio costruire un’identità forte e riconoscibile, senza strafare, ma concentrandomi su un prodotto ben preciso da studiare a fondo: il blazer. Amo profondamente l’eleganza, la sartorialità, quel gusto un po’ anni ’80, che però reinterpreto con il mio occhio, contaminato dai miei viaggi, dalle mie radici italo-sudamericane e dalle esperienze vissute. Per me il blazer è un simbolo di forza e stile, e rappresenta perfettamente l’equilibrio tra struttura e sensualità, con un tocco urban.

Dopo gli studi sei tornata alle tue origini, anziché rimanere a Milano. Ritengo la tua decisione molto coraggiosa e non semplice da affrontare. Quali sono stati, se ci sono stati, gli eventi che ti hanno portata a tornare a casa?
Milano per me è stata ed è tuttora una città fondamentale. È lì che ho studiato, formato il mio gusto, e mosso i primi passi nel mondo della moda. Ha un’energia unica, ti spinge a crescere, a migliorarti, a stare al passo. Però, quando ho deciso di aprire il mio brand, mi sono trovata davanti a una realtà dura: i costi, l’instabilità iniziale, la mancanza di entrate regolari… tutto questo mi ha portata a fare una scelta molto concreta. Tornare a casa mi ha permesso di avere più respiro, di investire davvero nel mio progetto, e allo stesso tempo mantenere un forte legame con la città. Infatti, torno spesso a Milano per fiere, meeting, eventi: è una parte viva e attiva del mio lavoro. Credo di aver trovato un equilibrio: la tranquillità della provincia che mi permette di concentrarmi e creare, e la dinamicità di Milano che continua a stimolarmi e a tenermi connessa col cuore della moda.
Il tuo brand punta a creare capi e abiti che non si limitano ad abbracciare solo un genere, femminile o maschile, ma sembra piuttosto voler fondere i due filoni. Da cosa nasce questa visione? C’è un obiettivo in particolare che vuoi raggiungere?
La mia visione nasce da un pensiero semplice: i vestiti non hanno un vero genere, siamo noi a dargliene uno. Quando disegno, penso a persone. Immagino personalità uniche, modi di vivere il proprio stile con libertà e autenticità. Dico sempre: “Se ti piace, indossalo. Nella taglia che ti fa sentire bene”. Per me la moda è un linguaggio, non una regola. E il mio sogno più grande è vedere i miei capi camminare per le strade del mondo, scelti per piacerti. Perché non c’è nulla di più bello che sentirsi a proprio agio.
Lo scorso anno sei entrata a far parte di questo progetto ambizioso, “Milan Loves Seoul”, che dopo aver portato designer e stilisti coreani emergenti nel nostro paese, ha poi condotto te e altri designer italiani a Seoul per la settimana della moda. Come hai fatto la conoscenza di Ylenia e Marcella? Dopo aver deciso di proseguire in questa avventura, quali ragioni hanno mosso le tue scelte?
Ho conosciuto Ylenia e Marcella grazie all’Istituto Marangoni, l’università dove mi sono formata e partner ufficiale di Milan Loves Seoul. Fin da subito ho trovato in loro delle professioniste preparate, con una visione internazionale e concreta del futuro della moda. Una delle cose che per me contano di più è il rispetto, la gentilezza e l’onestà nei rapporti e con loro ho trovato tutto questo. È stato naturale voler continuare questo percorso insieme.
Arrivata a Seoul, come hai trovato la città e qual è stata la tua impressione iniziale? Era la prima volta che ti interfacciavi con una cultura così diversa da quella italiana e occidentale?
Sì, era la mia prima volta nel mondo orientale, e la terza volta a Seoul in meno di due anni. La prima impressione? Un mix tra serenità, calma e il dinamismo di una Seoul che percepisci crescere in modo costante e veloce. Instancabili lavoratori, grande gentilezza e un’energia pazzesca. Ho sentito subito un’empatia forte con altri brand coreani, con cui ho anche collaborato. Mi ha colpito molto la loro voglia di fare squadra, è qualcosa che ho vissuto in prima persona e che mi ha fatto sentire meno sola in un contesto diverso.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza? E in quale maniera ha influenzato la tua visione futura? Parlaci delle tue sensazioni.
Questa esperienza mi ha lasciato tantissimo, sia a livello umano che professionale. Mi sono messa alla prova in un contesto completamente nuovo, lontano dalla mia zona di comfort, e questo mi ha aiutata a conoscermi meglio e ad affinare ancora di più il mio sguardo creativo. La mia estetica si è evoluta: si è aperta, si è contaminata con accenni e influenze street style che ho respirato per le strade di Seoul, pur mantenendo sempre quel tocco sartoriale ed elegante che sento profondamente mio. È stato un incontro tra mondi che si sono parlati con rispetto e curiosità, e mi ha dato una nuova consapevolezza su dove voglio portare il mio brand: verso una moda che sappia fondere culture, codici e linguaggi, senza mai perdere autenticità.
Sei appena tornata in Italia dopo la conclusione dell’evento “Milan Loves Seoul For Barilla” a Seoul. Raccontaci di questo progetto e di che tipo di esperienza è stata per te.
“Milan Loves Seoul for Barilla” è stato un momento di incontro profondo tra storie e generazioni. Attraverso lo sguardo contemporaneo del mio brand, abbiamo voluto reinterpretare il concetto di ritratto di famiglia: un’immagine che oggi non è più rigida o convenzionale, ma fluida, multiculturale, ricca di sfumature. In questa collaborazione con Barilla, simbolo dell’anima italiana nel mondo, abbiamo trovato un legame autentico: quello tra tradizione e innovazione.
Ci siamo ispirati ai pranzi della domenica, ai racconti condivisi attorno a una tavola imbandita, a quel calore familiare che non ha tempo e che attraversa le generazioni.
I capi che ho disegnato per questo progetto racchiudono tutto questo: la sartorialità del mio stile si è intrecciata con accenni moderni, creando un racconto visivo fatto di eleganza, affetto e identità. Per me, la famiglia è una melodia di storie ed emozioni che trovano forza nella diversità. E poterla raccontare attraverso la moda, in un contesto così speciale, è stato davvero bellissimo!
Quali sono i tuoi piani per il futuro prossimo e più avanti? Progetti di cui vuoi parlare, anche senza entrare nello specifico? Altre collaborazioni con MLS?
Per quanto riguarda il prossimo futuro sto concentrando le mie energie sulla nuova collezione Spring/Summer 2026, un progetto a cui tengo molto in quanto sono sempre in evoluzione con la mia estetica e voglio cercare di far meglio apportando quello che imparo, vivo e sperimento nelle mie esperienze.
Il mio sogno più grande è quello di vedere, un giorno, sempre più persone scegliere, acquistare e indossare i miei capi, riconoscendosi in un’estetica che vuole essere curata, identificativa, nata dal mio amore per questo lavoro e per questo mondo, che per quanto duro ho scelto con sicurezza ormai 13 anni fa quando decisi di lasciare Camerino e trasferirmi a Milano.
Quanto alle collaborazioni, il legame con MLS è davvero speciale, e chissà…magari ci rivedremo a settembre a Seoul per presentare proprio questa nuova collezione! 😉
