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Dallo Studio Dragon a Netflix: la visione sulla narrazione, le sfide del mercato globale e le regole non scritte dei k-drama che conquistano il mondo.
Nel vasto e talvolta arido campo dei contenuti globali, dove le storie vengono prodotte in serie come merci e gli algoritmi dettano i ritmi del cuore, c’è chi sceglie un approccio diverso. C’è chi sceglie di essere una coltivatrice. Una persona che non assembla prodotti, ma che si china a cercare il “seme” di una narrazione — un’idea fragile, un’emozione pura — e lo nutre con cura, proteggendolo dalle intemperie del mercato fino a farlo diventare una pianta rigogliosa, capace di mettere radici nell’immaginario collettivo.
Questa coltivatrice si chiama Song Jinsun, una delle forze creative più influenti e al tempo stesso discrete dietro l’inarrestabile onda della cultura coreana. Il suo biglietto da visita recita Creative Producer, un ruolo che in Corea del Sudo, come lei stessa ammette, è ancora relativamente nuovo. Nella sua interpretazione, questo titolo trascende la semplice gestione di budget e scadenze. È un ruolo che richiede “la sensibilità di uno scrittore” e una visione d’insieme che protegga l’essenza di un’opera “dall’inizio alla fine”. È un percorso che ha iniziato come autrice di storie per fumetti, per poi evolversi in produttrice per giganti come SBS e il celebre Studio Dragon, affinando un istinto infallibile per la narrazione che funziona.
Il suo giardino è popolato da successi che hanno definito generi e conquistato il mondo. È la mente che ha contribuito a orchestrare il fascino della commedia romantica What’s Wrong with Secretary Kim, un fenomeno culturale che ha consacrato i suoi protagonisti nell’olimpo delle star. È la visione che ha trasformato il webtoon True Beauty in un drama di culto per la gen Z, esplorando con delicatezza i temi dell’identità e dell’accettazione di sé. Ma la sua audacia non conosce confini di genere. Ha navigato le acque oscure e visionarie della fantascienza con la miniserie Occhio per Occhio (2022 – lo potete trovare qui), un progetto per Disney+ diretto dal maestro del cinema di culto giapponese Takashi Miike, e si è immersa negli intrighi del potere con Come un’onda (2024- lo potete trovare qui), un thriller politico ad alta tensione per Netflix.
Eppure, a scorrere la sua filmografia, si percepisce un fil rouge che lega opere così diverse; una missione, quasi un manifesto personale, che la sua casa di produzione HAJI, da lei co- fondata nel 2023, dichiara con orgoglio: restaurare il valore letterario dei contenuti drama. In un’industria sempre più tentata dal “rincorrere solo i brividi del genere o la perfezione strutturale”, Song Jinsun si impone di rimanere salda sulla “storia umana essenziale”. È una filosofia che la spinge a cercare “il filo di speranza anche nelle storie più cupe e violente”, perché, come afferma, “più la realtà sembra dura, più diventa urgente sperimentare quel barlume di luce attraverso il racconto”.

Parlare con una persona come Song Jinsun significa dialogare con una filosofa della narrazione, una esploratice che si sta avventurando – con successo – in un nuovo modo di creare. Significa avere accesso al pensiero di una donna che sta attivamente plasmando l’anima della narrazione globale del futuro. Quella che segue è sì un’intervista, ma soprattutto una rara lezione su come si coltivano storie destinate a durare.

Diamo quindi il benvenuto a Song Jinsu su Koreami!
1. Lei è passata dall’essere un’autrice di fumetti a una produttrice. Al di là del cambiamento professionale, in che modo la sua precedente esperienza nell’animazione ha influenzato il suo approccio ai drama live-action, in particolare per quanto riguarda la narrazione visiva e il ritmo narrativo?
I miei anni nell’animazione mi hanno insegnato a lasciare che l’immagine parli da sé. Ho imparato la tempistica che trasmette emozione senza dialoghi, il ritmo dei tagli di montaggio e come i colori e l’illuminazione possano lasciare un retrogusto emotivo. Nel drama live-action, progetto ogni inquadratura in modo che ogni elemento visivo parli lo stesso “linguaggio” della recitazione degli attori, creando un’esperienza visiva che permette al pubblico di “leggere” lo schermo.
2. In Italia, il ruolo di “produttore creativo” non è definito così chiaramente come in Corea. Potrebbe spiegarci in cosa consiste il suo lavoro quotidiano e come si relaziona con la sceneggiatura, il casting e il montaggio finale di un progetto?
Il concetto di “produttore creativo” è relativamente nuovo anche in Corea. Tradizionalmente, si pensava che i produttori intervenissero solo a sceneggiatura completata. Il mio lavoro inizia molto prima. Dedico tempo a una storia dal momento in cui ne trovo il “seme”, che si tratti di un’idea originale, di un’opera di riferimento o di una prima bozza. Questo richiede la sensibilità di uno scrittore: la capacità di leggere tra le righe e percepire le correnti emotive sotterranee. Se uno scrittore si immerge in profondità in un singolo mondo, un produttore creativo adotta una visione d’insieme, supervisionando l’intera opera e anticipando ogni fase della pre-produzione. In sostanza, cerco, sviluppo e trasformo numerose IP (Proprietà Intellettuali) in progetti pronti per la produzione, proteggendo l’essenza dell’opera dall’inizio alla fine.
3. Negli ultimi anni, i k-drama hanno esplorato generi ibridi e formati innovativi, come le miniserie da 8 o 12 episodi. Quali sfide e opportunità vede in questa evoluzione e come bilancia le esigenze del mercato con l’integrità artistica di una storia?
Le serie da otto e dodici episodi consentono una maggiore densità narrativa, ma rischiano di eliminare lo “spazio per respirare” di cui i personaggi hanno bisogno. Credo nell’accelerare la trama dove necessario, ma anche nel rallentare deliberatamente nei momenti in cui le decisioni di un personaggio acquistano peso. Bilanciare la richiesta di velocità del mercato con il bisogno di ritmo della storia è una delle sfide più affascinanti che affronto oggi.
4. Molti k-drama di successo sono adattamenti di webtoon. Come riesce a bilanciare la fedeltà al materiale originale con le esigenze del mezzo audiovisivo e la sua visione di “ripristinare il valore letterario”? Sta considerando di espandere le storie di HAJI in altri formati, come podcast o esperienze interattive?
Considero l’opera originale come un “seme” e il drama come il nuovo terreno in cui viene piantato. Nell’adattamento, preservo il nucleo emotivo della fonte, ristrutturandola però per il genere e il mezzo. Nell’atto di “ripristinare il valore letterario”, intendo resistere alla tentazione di rincorrere unicamente le emozioni tipiche del genere o la perfezione strutturale, per tenermi invece saldamente ancorata alla storia umana essenziale: i desideri e le emozioni che fanno vibrare una narrazione. È questo che convince il pubblico e fa sì che una storia rimanga impressa a lungo dopo i titoli di coda. Ogniqualvolta possibile, spero di portare queste storie in altri formati, come podcast o narrazioni interattive, per vedere come vivono e respirano in nuove forme.
5. I k-drama modellano in modo significativo la percezione internazionale della Corea all’estero. Come affronta la responsabilità di rappresentare il Paese e la sua cultura? Secondo lei, qual è la ragione principale dell’immenso interesse globale per i contenuti coreani, al di là dell’alta qualità produttiva?
I contenuti coreani comprendono il nucleo emotivo di ciò che fa ridere e piangere le persone. Le opere che toccano questo nucleo hanno un’eco ben oltre i confini linguistici e culturali. Ciò deriva dalla responsabilità del creatore di comprendere veramente l’umanità. Prendo questa responsabilità sul serio: gli elementi culturali nel mio lavoro non sono mai ornamentali, ma centrali per il motore della storia. Il mio obiettivo è preservare una sensibilità prettamente coreana, garantendo al contempo che l’opera possieda un’universalità che risuoni a livello globale. È con questa responsabilità che creo, sperando di raggiungere il pubblico di tutto il mondo con storie che lo emozionino in un modo che solo la narrazione coreana sa fare.
6. La sua collaborazione con la TAICCA (Taiwan Creative Content Agency) è molto interessante. Al di là della coproduzione stessa, che tipo di scambio culturale e creativo emerge da questi “IP to Screen Labs” (laboratori intensivi o programmi di sviluppo il cui scopo è aiutare i creatori a trasformare una loro Proprietà Intellettuale (IP) – come un romanzo, un fumetto, un’idea originale – in un progetto pronto per lo schermo)? Qual è la lezione più importante che ha imparato lavorando con i creatori taiwanesi?
La collaborazione con Taiwan ha un significato profondo per me. Credo che il recente successo globale dei contenuti coreani non sia il risultato di un colpo di fortuna improvviso, ma il culmine di anni di lavoro costante e ponderato da parte di creatori di talento, unito alla fortuna di vedere le proprie opere riconosciute.
In tutto il mondo ci sono creatori e opere originali con un potenziale immenso, il cui valore rimane misconosciuto semplicemente perché l’opportunità non li ha raggiunti. Come produttrice creativa, scoprire questi “semi” è mia responsabilità, mio diritto e mio dovere. Lavorare con Taiwan mi permette di espandere questa missione: condividere la mia esperienza nello sviluppo di sceneggiature, guidare senza imporre standard generici e aiutare i creatori locali a evidenziare e rafforzare le qualità uniche del loro lavoro. In alcuni casi, il mio ruolo potrebbe essere quello di showrunner, produttrice esecutiva o consulente di sceneggiatura. La mia aspirazione personale è scoprire opere avvincenti e talenti promettenti non solo a Taiwan o in Italia, ma in tutto il mondo, collaborando per dare vita a quei progetti. Anche se parliamo lingue diverse, la gioia condivisa di vedere le nostre visioni creative entrare in sintonia con il mondo è come un’esultanza collettiva che trascende i confini.
7. Il suo studio, HAJI, ha la missione di creare “contenuti che scaldano il cuore”. In un mercato in cui i k-drama esplorano anche temi molto cupi e violenti, questa sembra una scelta deliberata. Crede che ci sia una crescente domanda globale di storie che, in tutta la loro complessità, offrano ancora un senso di umanità e speranza?
Voglio trovare un filo di speranza anche nelle storie più cupe e violente. Più la realtà appare dura, più diventa urgente sperimentare quel barlume di luce attraverso la narrazione. Il mio principio è rappresentare la complessità senza cinismo, in modo che, alla fine, il pubblico senta un rinnovato desiderio di vivere, di andare avanti.
8. Potrebbe parlarci dei prossimi progetti di HAJI? In particolare, ci sono storie che ha sempre desiderato raccontare ma che non ha ancora avuto la possibilità di portare sullo schermo?
Sono attratta da narrazioni in cui un singolo, piccolo incidente o errore si espande a spirale, crescendo fino a cambiare ogni cosa. Ricerco attivamente inizi di questo tipo, mantenendo viva la mia curiosità e passione sia in Corea che all’estero. Non dimentico mai che la mia carriera è iniziata come sceneggiatrice di fumetti. Questa base plasma la mia convinzione che una singola riga di dialogo o una singola inquadratura possa propagarsi attraverso un’intera opera. Uno dei miei obiettivi attuali è dare vita, al più alto livello possibile, a un mio progetto selezionato nel 2025 dalla Korea Creative Content Agency (KOCCA) per il suo programma di sceneggiature d’animazione. Spero di portare questo successo nel cinema e nell’animazione, dimostrando che il valore e il successo di una storia possono trascendere il genere e il mezzo.
9. Qual è la decisione più rischiosa che abbia mai preso su un set e che alla fine ha dato i suoi frutti? C’è mai stato un momento in cui ha dovuto difendere una scelta artistica contro la logica commerciale e, in tal caso, quale è stato il risultato?
Tre anni fa, mentre giravo Connect (Occhio per Occhio in italiano) con il regista giapponese Takashi Miike, eravamo nel pieno della pandemia. Con un regista straniero, i vincoli del visto fissavano la sua data di partenza, e sia la programmazione che il budget erano sottoposti a una forte pressione. A un certo punto, diversi membri della troupe hanno mostrato possibili sintomi di infezione, costringendomi a una scelta critica.
Potevamo andare avanti, rischiando la sicurezza della troupe, oppure fermare la produzione, accettando la perdita finanziaria e l’interruzione del programma. Scelsi la seconda opzione, dando alla troupe il tempo di riprendersi e sentirsi al sicuro. Significò colmare i buchi nel calendario e lavorare instancabilmente per minimizzare le perdite, ma fu la decisione giusta. Ogni produzione affronta questi momenti decisivi. E come produttrice creativa che guida il set, la responsabilità di ogni decisione del genere – e delle sue conseguenze – ricade su di me. Considero l’accettazione di questa responsabilità l’essenza stessa del mio ruolo.
10. Come immagina l’evoluzione dei drama coreani se il pubblico internazionale dovesse diventare più vasto di quello nazionale? Crede che i confini tra cinema, serie TV e altri media narrativi (come videogiochi o realtà aumentata) diventeranno sempre più sfumati in futuro?
Se il pubblico internazionale dei drama coreani supererà quello nazionale, le opere richiederanno una traduzione culturale molto più precisa, non solo a livello linguistico, ma nel garantire che le radici e il contesto della storia possano essere compresi intuitivamente dagli spettatori di tutto il mondo. Nel frattempo, i confini tra cinema, televisione, animazione, videogiochi e realtà aumentata si stanno già confondendo. Espandere una singola IP su più formati diventerà sempre meno una strategia speciale e più un ambiente creativo naturale. Come produttrice creativa, voglio essere colei che protegge l’essenza della storia in mezzo a questi cambiamenti. Il mio obiettivo è preservare il nucleo emotivo che solo la Corea sa esprimere, creando al contempo narrazioni che possano emozionare il pubblico ovunque, facendolo ridere, piangere e ricordare.
Lasciamo Song Jinsun con la consapevolezza di aver incontrato sì una mente brillante dietro a successi globali, ma soprattutto una pioniera, che sta coltivando con pazienza e coraggio il terreno fertile su cui cresceranno le grandi storie del nostro tempo.