Vent’anni di reclusione.
Si conclude così, tra le aule del Tribunale Centrale di Seoul, uno dei più imponenti casi di cyber-truffa mai registrati in Corea del Sud.
A finire dietro le sbarre è un cittadino cinese identificato come Jeon, a capo di una rete criminale internazionale, condannato senza sconti per frode aggravata e violazione delle normative sulla sicurezza informatica.
Tra le vittime dell’organizzazione figurano vip e persino il presidente di uno dei 30 maggiori gruppi imprenditoriali della Corea.
L’obiettivo più ghiotto era però Jung Kook dei BTS: la banda aveva infatti messo gli occhi su un pacchetto di azioni Hybe di suo possesso dal valore di ben 8,4 miliardi di won (circa 6,1 milioni di dollari). Fortunatamente, l’agenzia del cantante è riuscita a intercettare l’intrusione nei sistemi e a bloccare tempestivamente ogni movimento finanziario, azzerando le perdite per l’artista.
Non è andata altrettanto bene ad altre vittime. Il gruppo ha sottratto complessivamente più di 38 miliardi di won (oltre 27 milioni di dollari), cifra che sale a ben 64 miliardi se si calcolano anche le transazioni bloccate in extremis.
Il modus operandi
La banda operava da basi estere situate principalmente in Thailandia. Il meccanismo era ben congegnato:
Raccolta dati: tra agosto 2023 e gennaio 2025 hanno sottratto illegalmente le informazioni personali delle vittime.
SIM ombra: usando questi dati, hanno attivato schede SIM a nome dei malcapitati tramite operatori low-cost.
Svuota-conti: una volta ottenuto il controllo dei numeri di telefono, superavano le verifiche di sicurezza a due fattori, accedendo direttamente ai conti bancari e ai portafogli di criptovalute.
I giudici sono stati durissimi, sottolineando come le vittime non abbiano avuto alcuna colpa né modo di difendersi da un attacco orchestrato a freddo.
La corte ha inoltre ribadito che non si è trattato di una semplice truffa, ma di un reato sistemico capace di incrinare la fiducia nell’intero sistema finanziario pubblico.
A pesare sulla pena massima di 20 anni è stata anche la totale mancanza di pentimento dell’imputato, che ha provato fino all’ultimo a scaricare le responsabilità su un ipotetico complice mai identificato.


