Il 17 e il 18 aprile si sono tenuti a Tokyo – Tokyo Dome – i primi due dei diversi concerti previsti nel nuovo tour dei BTS. L’evento è stato in apparenza uguale alle tappe passate e sarà uguale alle tappe future: stessa scaletta, esibizioni e migliaia di fan che cantano all’unisono. Se, però, si guarda con occhio più attento alle due tappe giapponesi, utilizzando il punto di vista della storia, viene fuori come le date del Arirang Tour in Giappone siano state di grande impatto culturale, arrivando a fare qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato: durante la performance del pezzo “Body to Body” le oltre 50.000 persone presenti si sono unite al momento sing along sulle note del canto tradizionale Arirang, canto fortemente legato alla resistenza coreana durante il periodo dell’imperialismo giapponese.
Arirang è la canzone tradizionale coreana più iconica e riconoscibile fuori dalla penisola, sin ha sempre avuto un forte significato culturale: i suoi temi – separazione, desiderio di appartenenza, dolore – sono sempre stati di grande rilievo per la nazione. La sua rilevanza storica e il suo peso nella tradizione coreana sono aumentate decisamente durante l’annessione coloniale della Corea all’impero giapponese (1910-1945).
Nei trent’anni di occupazione giapponese, Arirang ha subito un’evoluzione nell’accezione comune: è passata da canzone tipica del folklore a rappresentare l’identità coreana in un momento storico in cui era persino vietato utilizzare l’alfabeto hangul, diventando simbolo per eccellenza della resistenza all’annessione culturale al Giappone. Molti coreani hanno iniziato in quel periodo a vedere riflesse nel testo del canto quanto stava accadendo alla loro patria e a loro stessi: la perdita di potere e indipendenza, l’oppressione culturale, le inevitabili difficoltà e sfide emotive e pratiche che si trovavano davanti.
La trasformazione di Arirang in canto di resistenza deriva anche dal fatto che non si configurava come un esplicito canto sovversivo, ma rappresentava più una resistenza a bassa voce, viva tra le righe. Cantarla permetteva ai coreani di tener viva parte della propria identità senza andare a scontrarsi in modo diretto con le autorità coloniali, dato che il testo può essere interpretato in maniera differente a seconda di chi lo ascolta, sfuggendo alla censura. In questo contesto, il canto Arirang è diventato un vero e proprio simbolo del patrimonio culturale coreano, creando un filo emotivo tra i cittadini della penisola alimentando l’unità culturale.
Rappresentativo di tutto questo è il film Arirang di Na Woon-gyu (1926), pellicola muta considerata pietra miliare nella storia del cinema della penisola. Il film narra la storia di un uomo coreano che affronta tutte le difficoltà del regime coloniale, restando fortemente traumatizzato. L’uso del canto Arirang al suo interno ha reso ancora più forte il legame tra la canzone e la resistenza. Purtroppo, si tratta di una pellicola perduta e non sono state trovate fino ad ora copie.
Anche dopo la liberazione nel ‘45, Arirang resta un pezzo che racchiude al suo interno i concetti di resilienza e unità, diventando anche in epoca moderna non solo un reminder del trauma storico condiviso della nazione, ma anche della forza dei coreani che l’hanno superato.
Testate coreane affermano che “anche se le relazioni diplomatiche tra Corea e Giappone sono migliorate, è decisamente inusuale trovarsi davanti a locals giapponesi che intonino Arirang senza esitazione” (The Chosun Daily).
Si può intuire perché avere un intero stadio pieno di bandiere giapponesi cantare Arirang non è più semplicemente parte della scaletta, ma diventa un momento culturale stratificato. Si può quasi definire come una piccola “rivincita”, ed è la prova che spesso la passione che unisce le persone può portare a superare mura invisibili che la politica “dura” avrebbe difficoltà a demolire.
Per leggere di più sulla storia di Arirang: “Arirang: memoria, identità e ritorni”



