Come qui su koreami sappiamo bene, c’è una differenza sostanziale tra conoscere la Corea e capirla. Il Nobel a Han Kang ha finalmente acceso i riflettori del mondo anche sulla letteratura coreana, e ci sentiamo investite del compito di evitare di restare abbagliate dalla superficie. I libri di Han Kang non sono fatti per essere consumati, ma per essere abitati, anche quando fa freddo e le stanze sono vuote.
La seconda puntata del K-Book Club è qui oggi proprio per questo. Non ci accontentiamo della trama: vogliamo esplorare l’architettura invisibile che sostiene il racconto.
La formula è quella che ormai conoscete, un dialogo a due voci per ricomporre l’anima complessa di un’opera. A Sandra Siroli il compito di tracciare la mappa sensoriale: attraverso la sua Scheda-Libro ci immergeremo nel “mood” del testo, tra playlist evocative, oggetti simbolo e quelle parole chiave che restano addosso dopo l’ultima pagina. A noi della redazione spetta invece il “Deeper”: il momento in cui usiamo il romanzo come un grimaldello per scassinare le serrature della società coreana.
Oggi sul tavolo abbiamo Il libro bianco. Non vi nascondiamo che quando Sandra ci ha comunicato la sua scelta del mese un po’ abbiamo tremato. Quest’opera non è solo il testo che consacra lo stile di Han Kang; è un prisma attraverso cui guardare una Seoul ossessionata dalla purezza, che usa il bianco per coprire le sue macerie.
Sandra vi accompagnerà nel silenzio della neve e del lutto. Io, Elisa, vi aspetto poco più avanti per ragionare su cosa significhi davvero “pulire” una memoria storica e su come la fragilità possa diventare, inaspettatamente, l’unica forma di resistenza possibile.
Iniziamo?
Titolo: IL LIBRO BIANCO
Autore: HAN KANG
Genere: ROMANZO
Edito in Italia da: ADELPHI
Mood del libro: Memoria intima poetica
Trama in breve: Una neonata nata prematura in condizioni di difficoltà muore dopo sole due ore. La sorella che nascerà successivamente elabora il lutto di cui le ha parlato la madre utilizzando metafore e immagini di oggetti o fenomeni naturali legati al colore bianco. Il bianco è il filo conduttore che lega i vari avvenimenti alla sua memoria che la porterà a una rinascita interiore. Rinascita che comincerà in una città lontana, ferita nei ricordi dalla guerra. Da questo viaggio la protagonista tesserà storie, aneddoti che contribuiranno a metabolizzare la perdita di una sorella mai conosciuta in un viaggio emotivo e intimamente poetico.
Parole chiave: Rinascita, memoria, lutto
Frase simbolo:
Non morire. Ti prego, non morire. Dischiudo le labbra e mormoro le stesse parole che udisti aprendo i tuoi occhi neri, tu che non potevi ancora capirle. Le scrivo calcando la penna su un foglio bianco
La playlist ideale
La tavola degli oggetti
Perché leggerlo
l libro più autobiografico e intimo dell’autrice premio Nobel è un viaggio interiore di rinascita. Evocando oggetti e sensazioni legate al colore bianco ci spinge a riflettere sulle nostre perdite. Ci invita al confronto intimo con esse a restituire quella vita ormai andata attraverso l’affermazione vera e presente di quella parte nostra che non scomparirà mai. Ci fa guardare in faccia il senso della morte ma ci fa restituire quel corpo tramite parole, versi, corpo come preghiera, voce come cura. Essenziale ed etereo tutto è in equilibrio, niente è troppo o troppo poco. Considerato che il bianco in Corea è il colore del lutto che rappresenta rinascita e purezza, tutto torna: Il bianco come soglia di cui Han Kang è custode.
Lei è necessaria come l’aria che nel freddo del mattino, uscendo dalla nostra bocca si trasforma in vapore bianco, la prova che siamo vivi.
Deeper
Il bianco inganna.
Se per l’occhio occidentale è il colore delle spose e dei nuovi inizi, in Corea è tradizionalmente il colore funereo, il sudario che ti accompagna quando lasci questo mondo. Han Kang, fresca di Nobel, parte da qui. Non scrive un romanzo, ma compila un inventario di cose candide — fasce, neve, sale, latte materno — per circondare un vuoto: quello lasciato da una sorella maggiore, morta tra le braccia della madre appena due ore dopo essere nata, prima ancora di avere un nome.
Ma Il libro bianco (titolo originale The White Book) non è da archiviare nel faldone della “letteratura del dolore”. Dietro la prosa eterea ed essenziale, si nasconde una critica feroce all’ipocrisia della Corea moderna e una riflessione storica che tocca anche l’Europa.
La narratrice scrive da una Varsavia invernale, città che porta ancora le cicatrici della storia europea. Questa scelta geografica non è casuale: Varsavia, rasa al suolo e ricostruita, allarga la portata della riflessione oltre i confini coreani, diventando specchio universale di ogni tentativo di rinascita dopo la distruzione. Guardando Seoul attraverso le nevi di Varsavia, Han Kang svela un paradosso. Oggi viviamo nell’era della “società asettica”. A Seoul, capitale del k-beauty e dell’efficienza, il “bianco” è diventato un imperativo estetico (ne avevamo parlato anche analizzando un fatto che ha coinvolto l’attrice Lee Sung-kyung qui): pelle di porcellana, uffici immacolati, città scintillanti.
C’è un’ironia crudele: la società usa il colore della morte (il bianco) per nascondere la morte stessa, “sbiancando” vecchiaia e fallimento. Ma il bianco di Han Kang possiede una doppia anima: se da un lato è il gelo del lutto, dall’altro è guarigione e rigenerazione. È il latte materno che nutre la vita appena nata, è la neve che purifica le strade sporche, è la luna che illumina il buio. In questa ambivalenza sta la potenza del libro: il bianco è ciò che copre le ferite, ma è anche l’unica medicina capace di curarle.
Questa tensione tra la purezza apparente e la realtà che svanisce trova un’eco perfetta nella copertina dell’edizione Adelphi. L’immagine è un dettaglio di Goccia d’acqua (1970) di Kim Tschang-Yeul (1929–2021). Il maestro coreano ha dipinto ossessivamente gocce d’acqua per cinquant’anni. A prima vista sembrano perfette, cristalline. Ma sono dipinte su tela grezza, ruvida. È la metafora visiva del libro: la goccia (la vita) è magnifica proprio perché è precaria, pronta a essere assorbita dal nulla, lasciando solo una macchia umida.
Leggere questo libro offre un antidoto alla società della performance. In un mondo che ci impone di essere sempre splendenti, Han Kang ci dà il permesso di abbracciare le nostre crepe. Attraverso il lutto per una sorella mai conosciuta ci invita a guardare in faccia il senso della morte, per smettere di fingere che la vita sia un ambiente sterile.


