di Fiona Bae
novembre 2023
traduzione di Koreana
Incontro il rapper, cantautore e produttore K-pop RM, e percepisco come un senso di urgenza nel suo atteggiamento. Ha appena lasciato lo studio di registrazione nel quale sta terminando il suo prossimo album da solista dopo Indigo (2022), prima dell’inizio del suo servizio militare obbligatorio che durerà 18 mesi. Da bambino, RM – per gli amici Kim Namjoon – voleva scrivere poesie, e ha iniziato a rappare all’età di 15 anni in un club underground di Seoul. All’epoca erano presenti 18 persone. Oggi il gruppo BTS, di cui RM (oggi 29enne) è il leader, è il più grande gruppo K-pop della Corea, se non del mondo. In un articolo di Forbes si legge che i BTS (acronimo che originariamente stava per Bangtang Sonyeodan – Bulletproof Boy Scouts in inglese – ma che è stato cambiato in Beyond the Scene) sono l’unico gruppo nella storia della Billboard Global 200 ad aver raggiunto la prima posizione per un singolo in ogni anno dall’inizio della classifica nel 2020. Il New York Times ha descritto il gruppo, formato dai suoi sette membri nel 2010 e attualmente in pausa, come “juggernaut”. Mentre mi recavo nel luogo dell’intervista, in una calda giornata di fine agosto, mi sono imbattuta in alcune giovani fan asiatiche eccitate che scendevano da un bus per posare accanto alle insegne della Hybe, davanti alla sede della multinazionale dell’intrattenimento.
Precedentemente nota come Big Hit Entertainment, Hybe ha inaugurato il nuovo edificio nel marzo 2021. Il grattacielo, dall’aspetto minimalista, è diviso in tre parti e composto da 19 piani in superficie e sette sotto terra: in cima c’è la “sezione benessere dei dipendenti”, completa di palestra, poi ci sono i nove piani di uffici, sotto i quali ci sono sei piani per la produzione di intrattenimento. Ci sono anche un museo dei BTS, un attico e molta security.
Vengo portata in una sala riunioni graziosa ma dall’aspetto ordinario, piuttosto che nell’elegante studio di registrazione di cui ho letto, e vengo presentata a RM. Ha i capelli corti e indossa una camicia marrone molto semplice con un motivo divertente. RM sembra calmo e amichevole, ma poi ecco apparire quel senso di urgenza.
FIONA BAE: Il tuo ultimo album da solista, Indigo, era incentrato sulla tua ricerca di identità. Come ti sei evoluto negli… otto mesi successivi?
Sono successe tante cose, a livello personale e professionale. Mi sono spezzato e poi rimesso insieme così tante volte, che ho capito che la persona che penso di essere non esiste davvero.
Come ti definisci?
È una bella domanda. Non sono una persona narcisista e sono sempre stato guidato dalle mie insicurezze. Sono una persona che ha così tanta sporcizia, sudiciume, amore, gentilezza e considerazione dentro di sé che sento che impazzirei se non la buttassi fuori con sincerità, se non portassi tutto questo nel mondo, in qualche modo. E sono una persona che vuole cambiare qualcosa, che si tratti di me stesso, o delle persone intorno a me, del settore o del mondo intero. Sento di essere nato per trasformare qualcosa, e credo di averlo fatto una volta con i BTS.
Sembra che tu abbia una missione, una vocazione.
Alcune persone si chiedono perché lo faccio, ma alla fine, se non si vive in prima persona, non si può capire. Non è una cosa che ho chiesto, ma cerco di essere positivo e di usare bene la mia influenza. Quello che dovrei fare è prendere la cosa più bella della mia arte e trasformare la mia individualità in universalità. È così bello vedere le persone ridere e piangere perché gli artisti hanno reso le loro storie universali. Quando sono andato al concerto di Kim Yuna, la leader del gruppo Jaurim, ho sentito una fan urlare in lacrime: “Non mi sono uccisa grazie a te!”. Avevo già ricevuto messaggi positivi relativi a come le persone avessero tratto beneficio dalla mia musica, ma sentirlo con le mie orecchie è stato significativo. Ho capito che la musica può davvero salvare le persone. È quello che voglio fare. Non potrei sopravvivere nei BTS senza questa vocazione. Se non avessi una vocazione, morirei.
Come vivi nel tuo ruolo di superstar?
Ho imparato presto la metacognizione. Cerco di vedere i messaggi che appaiono in lontananza. Ho sviluppato i muscoli per destreggiarmi tra lo stress di essere sempre in vista [e] i benefici di essere super-famoso. L’altro giorno mi è capitato di vedere un post sulle quattro abitudini delle persone felici su Instragram. Generalmente odio questo genere di cose di auto-aiuto. Ma poi mi sono reso conto che io dico tutte e quattro le frasi che erano citate nel post. Quindi forse in realtà sono felice.
Cerco anche di buttar fuori [le cose che ho dentro], e sto migliorando in questo. La parte più difficile riguarda l’atmosfera dell’industria del K-pop. È un po’ triste ammetterlo, le persone sono così consapevoli degli altri e molti vedono solo ciò che vogliono; io sono in questo settore da 10-11 anni ormai. Penso che sia la direzione giusta da seguire, dove persone come me, con un certo potere, sono un po’ più oneste. È un momento questo nel quale una maggiore onestà viene celebrata.
Come ti stai rivelando al mondo?
Il modo migliore è ovviamente attraverso un album, o un contenuto. Cerco anche di condividere maggiormente la mia vita su Instagram. Sto mostrando una certa vulnerabilità. Vengo attaccato, secondo alcuni quello che mostro è troppo per un idol. Ma per me è un modo per dire “ti amo” alle persone. Per quanto tempo posso tenere la bocca chiusa e parlare solo di cose belle nelle interviste? Se continuo a trattenermi, prima o poi scoppierò. Non sto dicendo che ho vissuto nella menzogna negli ultimi dieci anni. È solo che ho vissuto così intensamente che c’era poco tempo per pensare a qualcosa di diverso da ciò che avrei dovuto fare immediatamente dopo.
Credo che, uscendo dai vincoli sociali tradizionalmente oppressivi della Corea, molti artisti abbiano raggiunto atteggiamenti audaci e coraggiosi che risuonano con i giovani di altri Paesi che vogliono sfidare l’ordine prestabilito.
Per alcuni artisti sono sicuro che sia così, ma non credo che sia necessariamente il mio caso. Per me non è stato un “Mi piace cantare la libertà e l’amore attraverso l’hip-hop perché la mia vita è stata dura” o “Amo l’etica della resistenza che caratterizza l’hip-hop”. Io credo solo che sia divertente.
Mi piacerebbe parlare dell’ascesa della cultura coreana contemporanea con te, visto che rappresenti l’apogeo della cultura pop coreana. Intervistando alcuni artisti per il mio libro [Make Break Remix: The Rise of K-Style (2022)], sono giunta alla conclusione che sia stato l’atteggiamento audace e coraggioso dei giovani coreani, che mixano tutto senza alcuna inibizione, a rendere la cultura coreana influente a livello globale. Pensi che ci sia qualche atteggiamento o modo di fare tipicamente coreani che abbiano contribuito al successo della cultura coreana nel mondo?
L’unica parte della cultura coreana che capisco è probabilmente la musica. Non posso rappresentare altre parti della cultura coreana. E penso che ci siano molti pregiudizi sulla Corea da parte degli altri, come [l’idea] che siamo troppo laboriosi. Ma non dovremmo giudicare le altre culture attraverso le nostre lenti. Sarebbe meraviglioso se potessimo guardare una persona, un Paese e una cultura in modo trasparente.
La gente vuole capire se c’è un certo carattere o tratto della cultura coreana che ha attirato l’attenzione. C’è?
Sono stato nell’occhio del ciclone [del successo del K-pop e della cultura coreana], e probabilmente ho fatto più interviste come questa di chiunque altro. La risposta più vicina al mio cuore è: “Non lo so, e probabilmente non lo sa nemmeno nessun altro”. Se dicessi di saperlo sarebbe come spiegare perché amo una persona in un momento specifico. Sono così coreano che se qualcuno di non coreano mi chiede cosa sia “coreano”, non so davvero come dirlo. C’è sicuramente un certo stato d’animo che non possiamo negare. Ma è qualcosa che non si può acquisire se non si è nati e cresciuti qui. Quando si cerca di definire la coreanità, il tutto diventa metafisico. Ma se c’è un’attitudine coreana, Seul è il luogo in cui si può averne un assaggio. Molte cose si stanno disintegrando e ricomponendo, e l’intero processo è estremamente intenso e veloce. I coreani sono molto veloci ad assorbire qualcosa e a digerirlo a modo loro. Mi piace dire che è dinamico. Come hanno sottolineato alcuni artisti nel tuo libro, Seoul può essere intensa e soffocante. Anche io a volte sento che Seul è troppo densa, è come se mi rosicchiasse. Alcune persone vorrebbero scappare. Ma c’è molto da guadagnare se si sopporta ciò che questa città fa emergere in noi.
Come ti ha influenzato crescere in Corea?
Sono cresciuto in una nuova città chiamata Ilsan, vicino a Seoul. Dopo aver trascorso molto tempo all’estero, ho capito che sono le mie radici a sostenermi. L’infanzia ha una forte influenza su ognuno di noi. La si emula o la si riprende in modo opposto. Io ho avuto un’infanzia felice. Ero amato e alcuni dei miei migliori amici sono persone che ho conosciuto allora. L’affetto e la nostalgia che ho per la Corea sono essenziali per me. Il K-pop è così immensamente intenso e dinamico proprio perché è K e pop insieme. E la gente risponde a questo acceleratore quantico, a questa energia, a questa fusione. Io sono come un salmone che torna alla corrente. È il mio modo di vivere nel mondo del K-pop senza impazzire.
Cosa pensi dell’etichetta “K”? Personalmente penso che il governo coreano e la stampa nazionale ne siano piuttosto ossessionati, perché sono così orgogliosi di ciò che il nostro piccolo Paese stretto tra Giappone e Cina ha raggiunto,
È anche una spinta dall’esterno. Per capire ciò che non si conosce, lo si vuole inquadrare in un certo modo.
È un istinto umano. La gente vuole pensare che ci sia qualcosa di speciale in questo Paese in cui il K-pop e altri aspetti culturali stanno emergendo. Ma non sono negativo riguardo a questa etichetta. Sono molto grato (che) stiano cercando di dare un nome a qualcosa di coreano. È comprensibile che molti creatori non si sentano a proprio agio nell’essere inquadrati. Ora sta a ciascun artista individuare la propria identità. Ma tale individualizzazione è possibile grazie all’etichetta K-.
Il K-pop mescola molti generi diversi. Ritieni che abbia sviluppato un significante sonoro?
Sì, certamente. Ha acquisito un significante sonoro piuttosto forte e molti Paesi stanno cercando di copiarlo. Non sono entrato nei BTS perché volevo fare K-pop. In origine i BTS erano più un gruppo hip-hop, come i Run-DMC o i Beastie Boys, ma in qualche modo siamo arrivati dove siamo ora. Voglio che la gente guardi al K-pop in modo più tridimensionale. Per cominciare, è fondamentalmente musica da ballo. Il K-pop non è solo musica, è anche coreografia, video musicali e contenuti accessori che lo accompagnano. È un pacchetto enorme. Ho visto molte persone con opinioni negative sul K-pop trasformarsi in fan dopo aver approfondito la questione. Quindi, vorrei dire alla gente: “Non criticate il K-pop finché non lo provate!”.
E qual è l’influenza della sottocultura su di te? Durante la stesura del mio libro, ho trovato affascinante il fatto che le scene della sottocultura siano strettamente legate al K-pop e alla moda mainstream del Regno Unito.
Sono sempre circondato dalla sottocultura, di cui sono un vero fan. Sono visto come un musicista K-pop molto educato. Sono attratto da cose veramente crude ed eruttive.
E la moda in generale? Bottega Veneta ha riconosciuto la tua influenza culturale e ti ha nominato unico ambasciatore globale.
Non ero entusiasta di essere un ambasciatore di un marchio di lusso. Ma il direttore creativo di Bottega, Matthieu Blazy, mi ha spiegato di avermi scelto perché gli piaceva il mio stile di vita e la mia arte come le vedeva su Instagram. Mi ha detto: “Diventiamo amici, e parliamone”. L’ho trovato stimolante e ho detto di sì.
La moda è uno dei contenuti più affascinanti della mia vita. Ero ossessionato dalla moda quando ho iniziato a fare musica, e mi piace ancora. Un tempo indossavo abbigliamento streetwear, gotico, Rick Owens o Damir Doma. Pensavo che fosse cool indossare tutto nero. Poi ho sentito di aver bisogno di un po’ di colore, proprio come sono passato dal mio album Mono (2018) a Indigo. Con il lavoro che faccio, vengo costantemente guardato. C’è questa cosa chiamata “airport fashion”. La gente si aspetta che io indossi sempre qualcosa di nuovo. Quindi, volevo qualcosa di senza tempo, cose che risalgono al 2015 e che posso indossare nel 2023. Ho cercato qualcosa di classico e comodo che non passasse di moda e ho scelto American Casual. È successo quasi sei anni fa. Ora voglio provare a indossare cose un po’ kitsch, un po’ fuori dagli schemi, insolite e sbalorditive. La moda è una sorta di messaggio di stato di Kakaotalk [equivalente coreano di WhatsApp]. È il modo più “1 2 [seu-geun: delicato, sottile e non forzato]” di dire come mi sento e come voglio esprimermi. È uno dei modi più passivi e insieme attivi di esprimermi.
Saresti interessato a creare un marchio di moda?
Beh, la moda non mi ispira più di tanto [da quando] ho incontrato l’arte.
L’arrivo di Frieze Seoul l’anno scorso ha elevato lo status della Corea, dimostrando che non solo il K-pop o il K-drama, ma anche i panorami artistici coreani attirano l’attenzione del mondo. E la tua visita alla fiera ha creato più scalpore di qualsiasi stampa. So che hai iniziato a collezionare arte nel 2018, ma sono rimasta stupita quando Thaddaeus Ropac mi ha parlato della grande influenza che ha sui giovani collezionisti. Ha detto che i giovani collezionisti coreani come te esprimono una conoscenza e una passione per una varietà di artisti e periodi, che non aveva mai visto in altri Paesi. Perché collezioni arte?
Girando il mondo, ho iniziato ad apprezzare le visite ai musei e a guardare i dipinti che avevo imparato a conoscere nei libri di testo. Ma mi sono reso conto che conoscevo Monet e van Gogh, ma non sapevo nulla degli artisti coreani. Ora amo l’arte moderna e contemporanea coreana. Stavano spremendo colori su una tavolozza nel momento in cui avvenivano l’occupazione giapponese e la guerra di Corea. È confortante sapere che le difficoltà e le lotte che affronto io non sono nulla in confronto alle loro. Per loro era una questione di vita o di morte. Ma ci sono anche cose che la gente fraintende di me. Per esempio, non mi piacciono tutti i membri del Dansaekhwa [il movimento di pittura monocromatica formatosi in Corea negli anni Cinquanta, nel tentativo di conciliare l’influenza del modernismo occidentale sulla cultura artistica coreana]. Yun Hyong-keun è l’unico che adoro. Non credo che tutti gli artisti si possano incasellare o legare insieme. In questo senso, il Dansackhwa è come la K o il K-pop. Sono andato a incontrare tutti i vecchi galleristi e le famiglie di artisti che non ci sono più per andare a fondo della questione. Rispetto il fatto che questi artisti fossero buoni compagni d’armi, nonostante le differenze quando gli artisti coreani che dipingevano in stile astratto o occidentale erano considerati ridicoli, ma hanno anche litigato molto tra di loro.
Ho saputo da un altro collezionista che recentemente hai iniziato a collezionare arte coreana antica. Qual è stata la tua motivazione?
Mi sono incuriosito a capire cosa ha influenzato gli artisti che mi piacciono, quindi è stato naturale passare all’arte coreana antica. Il modo più veloce per imparare a conoscere l’arte antica è comprarla, continuare a guardarla e toccarla e chiedersi perché sia stata fatta in quel modo. Nel fare questo, ho anche comprato un falso. O almeno credo, perché professori e ricercatori molto più bravi di me mi hanno detto che non è l’opera non è autentica. Ma anche se è un falso, va bene così. E’ una lezione. Ora che sono dentro, non posso tirarmi indietro. Tocco e sento cose ossidate, cose che hanno visto giorni migliori. Sento come se qualcosa della loro anima penetrasse nel mio corpo. Pittori famosi della dinastia Joseon [1392-1897] come Gyeomjae, Danwon, Chusa e Neunghokwan hanno avuto vite e traiettorie diverse. Alcuni hanno vissuto come pittori di corte, altri hanno intrapreso la vocazione di disegnare dipinti di aristocratici, altri ancora hanno abbandonato tutto e sono andati in campagna a dipingere, proiettando la loro mente sui pini. Lo trovo affascinante, perché mi sembra la risposta a come dovrei vivere come artista.
Cosa ci puoi dire del prossimo progetto a cui stai lavorando?
In gran parte va nella direzione opposta a Indigo, ma non è solo spensierato e divertente. Quando la gente mi vede, pensa che io sia una persona molto seria, gentile e simpatica, ma non sono solo questo. Ci sono molti aspetti di me che non sono così seri. Mi piace anche far ridere le persone.
Fonte originale: Twitter
