Un tempo l’hanbok era un indumento d’uso comune, intrecciato ai gesti della vita quotidiana. Con il graduale passaggio alla modernità e l’influenza dei costumi occidentali, è stato tuttavia accantonato in favore di un abbigliamento più funzionale, restando confinato alla solennità delle occasioni formali.
Recentemente, una nuova generazione di designer coreani ha scelto di riportare l’hanbok al centro della scena, conferendogli nuovi significati senza tradirne l’essenza. Tra questi, SHEEN:SEOUL ne reinterpreta l’eredità storica e culturale attraverso codici contemporanei: il brand preserva la silhouette tradizionale rendendola accessibile a un utilizzo quotidiano. La struttura geometrica e lineare dell’hanbok non subisce trasformazioni radicali, ma si adatta ai ritmi odierni, evolvendo in un capo pratico e versatile che mantiene intatta la propria identità.
SHEEN:SEOUL è noto per la reinterpretazione contemporanea dell’hanbok. Come è nato il brand? E cosa significa per voi “Hanbok per tutti i giorni”?
SHEEN:SEOUL è nato da una domanda molto semplice: perché un capo così bello e funzionale è diventato qualcosa che indossiamo solo nelle occasioni cerimoniali? Storicamente l’hanbok era abbigliamento quotidiano: pratico, elegante, progettato con grande attenzione.
Quando parliamo di “hanbok per tutti i giorni” intendiamo ristabilire questa vicinanza. Conservare la dignità della silhouette, eliminando però gli attriti con la vita contemporanea, così che possa entrare naturalmente nel guardaroba di oggi.
Il tuo percorso accademico era già legato all’abbigliamento tradizionale o questo interesse è nato più tardi?
Questo interesse è nato attraverso il lavoro stesso: realizzando capi, studiando i modelli, parlando con artigiani e sviluppando prototipi.
Con il tempo ho iniziato a vedere l’hanbok non come una categoria, ma come un linguaggio progettuale. Più approfondivo, più diventava chiaro che modernizzarlo non significa cambiarlo, ma tradurne la logica nel presente.
Come bilanci il rispetto per la struttura storica del hanbok con la necessità di renderlo nuovamente indossabile ogni giorno?
Parto sempre dal rispetto della struttura originale: il rapporto tra linea e volume, la sovrapposizione frontale, il modo in cui il capo si muove con il corpo.
Poi intervengo su ciò che ostacola l’uso quotidiano: sistemi di chiusura, rifiniture interne, compatibilità con altri strati, facilità di manutenzione. L’obiettivo non è “occidentalizzare” l’hanbok, ma permettergli di funzionare naturalmente nella vita contemporanea senza perdere identità.
Quali elementi strutturali dell’hanbok consideri fondamentali nelle tue collezioni?
Per me gli elementi fondamentali sono proporzione e architettura: la linea del colletto, la sovrapposizione frontale, l’equilibrio dato dalla costruzione piatta e il modo in cui il volume appare solo quando il capo viene indossato.
Dettagli come il colletto o i nastri non sono decorazioni: sono struttura e ritmo. Anche quando traduciamo queste idee in giacche, cappotti o completi, questa grammatica rimane intatta.
Come adattate materiali e tecniche sartoriali per garantire comfort e facilità di manutenzione senza perdere identità?
Oggi la nostra responsabilità è garantire comfort, durata e facilità di manutenzione, senza ridurre il capo a qualcosa di generico.
Scegliamo materiali che le persone già conoscono e utilizzano nella vita quotidiana, e progettiamo modelli che permettano libertà di movimento e una vestibilità affidabile. Se un capo è bello ma difficile da gestire, difficilmente diventerà davvero “quotidiano”.
Qual è stata la sfida più grande nell’adattare questi capi alla vita moderna? Da dove parte il tuo processo creativo?
La sfida più grande è mantenere “l’essenza dell’hanbok” pur rispondendo alle esigenze contemporanee: tasche, possibilità di stratificazione, vestibilità su diverse fisicità, libertà di movimento.
Di solito parto da una fase di ricerca: una silhouette d’archivio, un dettaglio, un motivo. Poi sviluppo schizzi e prototipi. I risultati più soddisfacenti sono quelli in cui il capo appare subito indossabile ma resta chiaramente riconoscibile come hanbok nelle linee, nell’equilibrio e nelle finiture. Spesso torno a elementi sartoriali come colli, cuciture e gestione del volume come punto di partenza.
Come traducete riferimenti molto specifici, come la Jeongjagwan Bag o la Malgun Jumpsuit, per un pubblico non coreano?
Quando lavoriamo con riferimenti molto specifici seguiamo due passaggi.
Prima isoliamo un principio visivo chiaro, come silhouette, proporzione o sistema di chiusura. Poi lo inseriamo in una categoria di oggetto familiare.
Per la Jeongjagwan Bag, il punto di partenza è stato il Jeongjagwan (정자관, 程子冠), il copricapo degli studiosi associato ai letterati della dinastia Joseon. Di solito veniva indossato in casa con abiti informali, più che come copricapo formale. Rappresentava disciplina e sobrietà più che ornamento.
Abbiamo studiato il suo profilo strutturato, spesso descritto come una linea a picco di montagna, e ne abbiamo distillato la geometria nella silhouette e nell’architettura delle cuciture della borsa. Questa versione è realizzata in pelle bovina, per mantenere la forma stabile e resistente nell’uso quotidiano.
Nei design ispirati al Malgun, invece, manteniamo l’idea di movimento e praticità, presentandola come un capo contemporaneo e indossabile anche senza conoscere il riferimento originale.
Avete lanciato di recente il S:RAN PROJECT. Su cosa si concentra e qual è il suo obiettivo?
S:RAN è la nostra interpretazione contemporanea dei dettagli “sran”, elementi che in passato elevavano l’abbigliamento formale attraverso finiture molto curate.
Il progetto si concentra sul portare questa precisione in capi pensati per contesti contemporanei. L’obiettivo è mostrare che la tradizione può emergere attraverso struttura e dettaglio, non solo attraverso decorazioni evidenti.
Sei stato selezionato per l’edizione 2024 di Hanbok Wave. Cosa ha ispirato il capo creato per l’attrice Kim Tae-ri?
È stato un onore.
Per quel capo cercavo un’eleganza discreta: linee pulite, volume controllato e una dignità senza eccessi. Piuttosto che puntare su decorazioni importanti, abbiamo lavorato su proporzioni e texture, così che il capo potesse essere letto come moda contemporanea in un contesto editoriale mantenendo però l’integrità della struttura dell’hanbok.
L’hanbok sta diventando sempre più popolare tra i giovani. Come fate a farlo percepire come moda contemporanea?
I giovani reagiscono quando l’hanbok viene presentato come una reale opzione di guardaroba, non come un obbligo.
Questo significa progettare categorie che indossano davvero: capispalla, completi, capi facili da sovrapporre. Usare materiali familiari e proporli con uno styling contemporaneo. Quando l’hanbok viene trattato come abito di oggi, le persone lo adottano naturalmente.
Che ruolo vuole avere SHEEN:SEOUL nella diffusione della cultura coreana? E quale fraintendimento vorresti correggere?
Vorremmo contribuire a mantenere l’hanbok un linguaggio progettuale vivo, capace di evolversi senza perdere il suo nucleo.
All’estero esiste spesso l’idea che la moda coreana sia solo “costume tradizionale” oppure styling legato al K-pop, con poco spazio tra questi due estremi. Spero che il nostro lavoro mostri una realtà più ampia: la Corea ha una tradizione progettuale profonda, che può esprimersi con sobrietà e precisione anche nella vita quotidiana.
Che consiglio daresti ai giovani designer internazionali che vogliono reinterpretare l’abbigliamento tradizionale?
Partite dal rispetto, ma non fermatevi all’estetica superficiale. Studiate la logica costruttiva, il rapporto con il corpo e il motivo per cui certe linee esistono.
Poi collaborate: parlate con artigiani, modellisti e esperti. Quando la tradizione viene trattata come un sistema vivo e non come un riferimento esotico, l’interpretazione diventa più onesta e più innovativa.
Se dovessi tradurre l’esperienza di indossare SHEEN:SEOUL in un’emozione o in un hashtag (oltre a #Hanbok), quale sarebbe?
Direi fiducia discreta: un’eleganza radicata che non ha bisogno di annunciarsi.
Se dovessi scegliere un hashtag: #QuietPride.
Cerchiamo che anche l’esperienza di acquisto rifletta questa idea. Più un invito che una barriera. Online o di persona puntiamo su indicazioni di styling chiare, suggerimenti pratici e sul racconto del perché dietro ogni dettaglio, così che tradizione e vita contemporanea possano incontrarsi naturalmente nel modo in cui i capi vengono indossati.


