di Eugene Lee per il The Korea Times
dicembre 2024
traduzione di Koreana
È successo. E’ davvero sconfortante, ma la legge marziale, un tempo una remota ipotesi controfattuale che avevo ipotizzato all’inizio di settembre, è diventata la realtà in Corea del Sud la scorsa settimana. Il presidente Yoon Suk Yeol, nonostante molti speravano fosse un’ipotesi strampalata e impossibile, ha promulgato la legge marziale, adducendo problemi di sicurezza nazionale. Per la Corea, che ha vissuto decenni di crescita democratica e vive di dolorosi ricordi di autoritarismo, questo momento ha il sapore di un profondo tradimento. Ora, guardando a questo pasticcio, la domanda non è solo perché o come è successo, ma cosa succederà dopo.
La legge marziale nella pratica si sta rivelando devastante, come avevo precedentemente predetto con le mie riflessioni teoriche. In tutto il Paese sono scoppiate proteste pubbliche, accolte con coprifuoco e dispiegamento delle forze armate. Per un breve ma importante periodo di tempo, le libertà di parola, stampa e riunione che definiscono la democrazia sono state limitate, lasciando la cittadinanza ansiosa e incerta. Il caos si è aggravato quando l’Assemblea nazionale ha votato per respingere la dichiarazione di legge marziale entro un paio d’ore dalla sua emanazione.
La legge marziale, come ho scritto a settembre, equivale a un colpo di Stato. La Costituzione ne prevede la promulgazione solo in circostanze estreme, come una guerra o un’insurrezione. La decisione dell’Assemblea nazionale di annullare la legge marziale avrebbe dovuto segnare la fine di questa prova politica. Invece, è stato solo l’inizio, dato che il partito al potere ha boicottato il voto di impeachment pochi giorni dopo. Inoltre, il totale disprezzo per i processi costituzionali ha gettato la Corea del Sud in un abisso politico, ulteriormente aggravato dalla mossa del partito al governo di consolidare il potere a fianco del primo ministro.
Quello a cui assistiamo oggi non è una difesa della Repubblica, ma un tradimento. Il palese disconoscimento dell’autorità dell’Assemblea nazionale e l’arbitrario accaparramento di responsabilità esecutive da parte del partito al governo indicano una pericolosa usurpazione del potere. Per molti, questa non è più solo una crisi costituzionale: è una presa di potere pura e semplice.
Gli effetti del fallimento del tentativo di legge marziale si stanno già ripercuotendo sull’economia. Il won coreano è crollato ulteriormente e gli investitori si sono ritirati in massa. Il mercato azionario continua a vacillare e l’inflazione sta aumentando perché la valuta indebolita rende più costose le importazioni. Queste non sono più solo mie preoccupazioni astratte: presto le vedremo nelle bollette della spesa, nell’aumento dei costi delle utenze e nelle difficoltà delle piccole imprese. Gli esportatori potrebbero vedere un “lato positivo” nell’indebolimento del won, ma anche loro dovranno presto affrontare interruzioni della catena di approvvigionamento e perdita di credibilità sui mercati globali. In definitiva, vedo che il nostro rating creditizio nazionale verrà presto declassato e molto probabilmente questo significherà stipendi più bassi per tutti noi.
Ma pensate a cosa succede quando una società vede erodere le libertà conquistate con fatica. La storia della Corea del Sud fornisce una risposta: la resistenza. Le veglie a lume di candela che hanno spodestato Park Geun-hye nel 2017 e il ricordo indelebile della rivolta di Gwangju del 1980 ci ricordano che i coreani non prendono alla leggera la soppressione. Le strade di Yeouido sono già piene di manifestanti e APT riecheggia ovunque, significando un radicato rifiuto dell’autoritarismo. Il costo sociale va oltre le proteste. Le famiglie sono divise, i mezzi di sussistenza sono a rischio e la fiducia nelle istituzioni è distrutta. La mia unica speranza per il governo è che non rivolti la società contro se stessa.
La politica estera è in crisi: molti eventi programmati, strategici e pubblici, sono stati rinviati o cancellati. Gli Stati Uniti, il più stretto alleato della Corea del Sud, si trovano ora di fronte a un dilemma diplomatico: cosa fare dopo. Nel frattempo, attori regionali come il Giappone, la Cina e la Corea del Nord stanno osservando da vicino (il mio suggerimento è che tutti stiano alla larga!). Il Giappone, nonostante i suoi legami con Yoon, potrebbe trovare l’instabilità preoccupante per le sue partnership economiche. La Corea del Nord potrebbe sfruttare i disordini per intensificare le provocazioni e la Cina potrebbe vedere un’opportunità per affermare la propria influenza in una Corea del Sud divisa. Persino il presidente kirghiso, che Yoon ha incontrato poche ore prima della dichiarazione della legge marziale, si è affrettato ad andarsene, cancellando il resto del suo programma, poiché la Corea ha perso la faccia e ha infranto tutte le regole della tradizionale ospitalità coreana. A mio avviso, per la Corea del Sud è solo l’inizio: dovremmo pensare a come ridurre i danni collaterali degli eventi delle ultime settimane e dell’attuale situazione di stallo politico.
Ci si può chiedere cosa dovremmo fare. Innanzitutto, il partito al governo, il primo ministro e chiunque, compresa l’opposizione, dovrebbero immediatamente ripristinare il rispetto per il voto dell’Assemblea nazionale che ha revocato la legge marziale. Ignorare qualsiasi decisione non è solo anticostituzionale: è un attacco diretto alla democrazia della Corea del Sud. La Corte costituzionale deve intervenire per annullare le azioni illegali del potere esecutivo.
Inoltre, le forze armate dovrebbero ricordare il loro ruolo nel difendere la Repubblica, non nel minarla. Le forze armate della Corea del Sud devono evitare di essere usate come strumenti di soppressione, poiché la storia ha dimostrato che allinearsi con l’autoritarismo porta solo a una disgrazia a lungo termine.
Infine, la comunità internazionale non deve rimanere inattiva. La pressione diplomatica, le conseguenze economiche e la condanna pubblica sono necessarie per ristabilire l’ordine. Alleati come gli Stati Uniti dovrebbero chiarire che qualsiasi violazione della legge o della Costituzione è inaccettabile in una Corea del Sud democratica.
E’ altresì importante attenersi alla scelta del popolo. Le proteste sono la linfa vitale della resistenza. I sudcoreani hanno una storia di lotta per le loro libertà, ed è questa resilienza che alla fine può riportare la nazione sulla retta via.
Come ho già scritto in precedenza, la legge marziale raramente è una soluzione – è quasi sempre un sintomo di problemi più profondi. Per la Corea del Sud, la questione non è solo come risolvere questa crisi, ma come garantire che non si ripeta mai più. Le garanzie costituzionali devono essere rafforzate e coloro che hanno violato la fiducia del pubblico devono affrontare la giustizia.
Ripeto: “Le restrizioni non hanno mai funzionato in Corea, soprattutto negli ultimi quarant’anni”. La lezione rimane la stessa. Un governo che si rivolta contro il suo popolo è destinato a fallire. A coloro che continuano a portare avanti questo programma, ripeto ancora e ancora il mio monito di settembre: non mettetevi contro il vostro popolo – semplicemente non fatelo.
Eugene Lee ([email protected]) è docente presso la Graduate School of Governance della Sungkyunkwan University di Seoul. Specializzato in relazioni internazionali e governance, le sue ricerche e la sua docenza si concentrano sulla sicurezza nazionale e regionale, sullo sviluppo internazionale, sulle politiche governative e sull’Asia nord-orientale e centrale.
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