Corea del Sud verso la legalizzazione dei tatuaggi: dopo 33 anni di divieto, la svolta è vicina

Tatuaggi in Corea del Sud: storia, stigma e la legge che potrebbe cambiare tutto

Simona
By Simona
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Dopo più di tre decenni di divieto, la Corea del Sud sta per compiere un passo storico verso la legalizzazione del tatuaggio effettuato da professionisti non medici. Il mese scorso, una sottocommissione parlamentare ha approvato la prima legge che riconosce ufficialmente la professione di tatuatore, slegandola dalla necessità di essere un medico abilitato.
Un’arte rimasta troppo a lungo nell’ombra si prepara così a uscire alla luce.

Se il disegno di legge supererà i quattro passaggi legislativi restanti, il Paese potrebbe vedere la regolamentazione di questa forma d’arte già a novembre.

La svolta rappresenta un cambio epocale rispetto alla decisione della Corte Suprema del 1992, che aveva definito il tatuaggio come una pratica medica, riservata dunque ai soli titolari di una laurea in medicina. Per 33 anni, migliaia di tatuatori hanno operato nell’ombra, rischiando pesanti sanzioni e persino il carcere.

Un’arte con radici antiche e un passato controverso

La storia del tatuaggio in Corea (munshin, 문신, “scrittura/incisione sul corpo”) è antica e complessa.
Nel corso dei secoli ha assunto ruoli diversi: rito, protezione, simbolo di lealtà, marchio punitivo, riflettendo un continuo oscillare tra sacralità e stigma, bellezza e condanna.

Già nel periodo dei Samhan (tribù Mahan, Jinhan e Byeonhan, circa 200 a.C. – 400 d.C.), le popolazioni delle regioni meridionali usavano tatuaggi come amuleti protettivi. Pescatori e subacquei incidevano simboli sulla pelle per invocare la protezione dagli spiriti del mare.

Col passare dei secoli, la funzione del tatuaggio mutò radicalmente. Durante le dinastie Goryeo (918-1392) e Joseon (1392-1910), i criminali venivano marchiati con scritte indelebili che indicavano il reato, visibili in punti esposti del corpo, così da portare per sempre il peso della vergogna e scoraggiare la recidiva.

Nell’era Joseon, accanto ai tatuaggi punitivi, si diffuse anche la pratica yeonbi: incisioni sulla pelle come simbolo di amore e lealtà. Tuttavia, questi segni erano considerati illegali in una società governata da rigide norme morali, dove il corpo doveva restare puro e disciplinato.

Nel 1740, il re Yeongjo ordinò addirittura la distruzione degli strumenti da tatuaggio, abolendo le marchiature punitive e bandendo qualsiasi pratica di incisione sulla pelle.

Nel ventesimo secolo, complice l’influenza della cultura giapponese durante il dominio coloniale, il tatuaggio si legò sempre di più all’immaginario delle bande criminali.
In una società permeata dal confucianesimo, che valorizza l’armonia e il rispetto dell’autorità, i tatuaggi vennero percepiti come simboli di ribellione e disordine.
Questo atteggiamento negativo è rimasto radicato soprattutto nelle generazioni più anziane, alimentando uno stigma che persiste ancora oggi.

tatuatori davantii all'Assemblea Nazionale di Seoul - foto Korea Times

Il presente: repressione, underground e attesa di un cambiamento

Malgrado il divieto, il tatuaggio è ormai parte concreta della realtà sudcoreana, con oltre 300.000 tatuatori non medici che lavorano nell’ombra. Un’indagine del Ministero della Salute del 2023 ha mostrato che più del 98% dei tatuaggi viene realizzato da chi non possiede una licenza medica, contro appena l’1,4% effettuato da professionisti sanitari.

L’attuale sistema non solo criminalizza migliaia di artisti, ma lascia l’intero settore privo di regole chiare su igiene, sicurezza e formazione. Materiali acquistati senza controlli, procedure non standardizzate e spazi improvvisati mettono a rischio sia i tatuatori sia i clienti.

Molti artisti raccontano di vivere con l’ansia costante di raid della polizia, costretti a nascondere identità e lavoro. Alcuni parlano di fughe improvvise o di fraintendimenti legali che hanno alimentato una condizione di precarietà e isolamento.

Il Ministero della Salute e del Welfare ha dichiarato:

Riconosciamo la necessità di istituire un sistema che garantisca la sicurezza sanitaria e igienica degli utenti e dei professionisti, in risposta alla crescente domanda di tatuaggi come forma di bellezza e autoespressione, e in linea con l’intento del progetto di legge.

Lee So-mi, vicepresidente della Tattoo Union all’interno della Federation of Korean Chemical and Textile Food Workers’ Union, ha affermato:

Per 33 anni il nostro lavoro è stato trattato come un crimine. Chiediamo all’Assemblea Nazionale di riconoscere il nostro sacro diritto al lavoro e di proteggere la sicurezza di 13 milioni di persone che si tatuano. È ora di porre fine a questo vuoto legislativo e di portare finalmente alla luce i tatuatori.

 

Verso una nuova legalità con il Tattooist Act

Il progetto di legge, il cosiddetto Tattooist Act, introduce un esame nazionale per ottenere una licenza ufficiale dal Ministero della Salute. Solo i professionisti certificati potranno esercitare in locali autorizzati, con regole severe su igiene, tracciamento di eventuali effetti collaterali e divieto di eseguire rimozioni o trattamenti laser.

Il percorso legislativo, tuttavia, non è concluso: il testo dovrà passare attraverso una sottocommissione Giustizia, approdare a una sessione plenaria della stessa Commissione e ottenere infine il via libera dall’Assemblea Nazionale al completo. Solo dopo arriverà l’ultimo passaggio, la firma del presidente Lee Jae Myung, che già nel 2022 aveva promesso in campagna elettorale di legalizzare i tatuaggi.
Secondo diversi osservatori, se l’iter procederà senza intoppi, la legge potrebbe entrare in vigore già a novembre.

Il disegno di legge prevede anche l’obbligo di aderire a un programma assicurativo per coprire eventuali danni accidentali, oltre a protezioni legali per chi denuncia irregolarità.

Nonostante l’opposizione di alcune associazioni mediche, che temono rischi per la salute pubblica, molti artisti e sostenitori considerano la legge un passo necessario per far emergere un’arte finora confinata nell’ombra e, al tempo stesso, garantire maggiore tutela ai consumatori.

Il Ministero della Salute coreano ha ribadito la necessità di definire standard rigorosi a livello nazionale, comprendenti requisiti professionali e norme igieniche, prima di procedere con l’approvazione della legge.

Jung Kook - BTS

Cambiamenti culturali e nuove prospettive di identità

Negli ultimi anni la percezione sociale dei tatuaggi in Corea sta lentamente cambiando. Se un tempo erano legati quasi esclusivamente a criminalità e devianza, oggi vengono sempre più scelti come strumenti di espressione personale. 

Questa trasformazione, però, resta incompleta: un sondaggio del 2023 rivela che il 66% degli intervistati continua ad associare i tatuaggi alla criminalità, con percentuali di avversione particolarmente alte negli over 60, ma presenti anche nella fascia 18-29 anni. 

I tatuaggi vengono ancora censurati dai media e dai canali ufficiali coreani, e la parola stessa “munshin” continua a evocare un senso di marginalità.
Rimane quindi un divario significativo tra pratica diffusa e reale accettazione sociale.

Il passo parlamentare appena compiuto non è solo una svolta legislativa, ma anche il segnale di una società culturale in trasformazione. La legalizzazione potrebbe portare regole chiare e maggiori tutele per tatuatori e clienti, ma anche contribuire a superare uno stigma radicato da secoli.

Dopo 33 anni di oscurità, il tatuaggio in Corea del Sud si prepara a uscire alla luce, riconosciuto oltre ogni dubbio come arte e mestiere legittimo.

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Ballerina mancata, aromaterapeuta in divenire, face yoga teacher e ARMY. Cresciuta con la musica R&B e soul, vivo tra profumi naturali, sogni coreani e amore per la natura. Sempre con l’anima accesa... e una playlist dei BTS in sottofondo.