Un particolare della locandina dell'evento

Le parole che plasmano il mondo: il dizionario di sopravvivenza emotiva della Gen Z coreana

Elisa
By Elisa
7 Min Read

C’è una proposizione del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein che racchiude una teoria brutale e bellissima: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo».

Significa, molto semplicemente, che il nostro mondo non esiste al di fuori del linguaggio che usiamo per descriverlo. Se non hai la parola, quella realtà non c’è. Ma nel momento in cui la inventi, prende forma. E può essere affrontata.

Ebbene, in Corea del Sud che questa verità filosofica diventa urgenza quotidiana.

In un contesto che impone standard di perfezione spesso irraggiungibili, il linguaggio può diventare uno strumento primario per negoziare la propria sopravvivenza. Una prospettiva analizzata nel dettaglio durante la sessione ‘Emerging Voices‘ del Royal Asiatic Society Youth Forum, svoltasi lo scorso 9 dicembre presso il  Seoul Public Activities Center (SPAC) e online. All’interno di questo spazio, ideato e guidato dal professor David Tizzard per dare piena voce e autonomia alle nuove generazioni, le relatrici hanno mostrato come sia possibile, anzi necessario, trasformare le dinamiche psicologiche e sociali attraverso il linguaggio.

Le parole, i neologismi, diventano così una fondamentale via d’uscita per risolvere l’equazione impossibile dell’essere giovani donne oggi in Corea.

A dare corpo a questa tesi, le voci di tre giovani relatrici: Yoon Seong-on, Jang Seojin, e Kim Surin. Ognuna di loro ha portato sul palco un’esperienza personale e la parola esatta per definirla, svelando tre diverse declinazioni di questa strategia di contrattacco linguistico.

Jeong-byeong: l’esorcismo del sentirsi brutte

Immagina di guardarti allo specchio e vedere un fallimento. In una società ossessionata dall’estetica, sentirsi “brutti” non è un momento no, è una colpa morale. Qui entra in gioco il termine Jeong-byeong (abbreviazione di Jeongsin-byeong, malattia mentale), spesso legato all’Eol-gwa (ossessione per la perfezione del viso). Le ragazze coreane hanno smesso di dire “sono orribile”. Dicono: “Ah, oggi mi è tornato il Jung-pang“. La differenza? Non sei tu a essere sbagliata. È la “malattia” che ti fa vedere così. Usare questo termine è un atto di dissociazione tattica: separi la tua identità dal giudizio estetico. Trasformi l’odio per te stessa in un sintomo passeggero, un virus sociale da cui si può guarire. È un esorcismo linguistico: nomini il demone per togliergli potere.

LEGGI ANCHE  La forma della passione: dal fandom a HIT! Magazine | Intervista a Carolina Steinert
Jeong-byeong
Jeong-byeong

 Rak-lini: il diritto sacrosanto di fare schifo

La Corea è il paese della competenza estrema. Se fai una cosa, devi farla bene, e da subito, oppure vergognarti. Ma come si fa a imparare se non si può sbagliare? La risposta è Rak-lini. Fondendo “Rak”, o “Rock”, con “Eorini” (bambino), i giovani si auto-battezzano “bambini del rock”. È uno scudo geniale. Dichiarandoti un Rock-lini (o un Hel-lini in palestra), stai chiedendo al mondo una tregua. Stai dicendo: “Sono un bambino, un neofita in questo campo, quindi ho il permesso di stonare, di inciampare, di essere imperfetto”. In una cultura rigida e gerarchica, questa parola crea una bolla di ossigeno, uno spazio sicuro dove l’incompetenza non è un crimine, ma una fase tenera e necessaria.

Rak-lini
Rak-lini

Sseom-bung: l’autopsia di un amore mai nato

Viviamo l’epoca delle relazioni senza nome, delle situationship che finiscono nel nulla. Fa male, ma come spieghi al mondo che soffri per qualcuno con cui non stavi nemmeno insieme? Il coreano ha inventato Sseom-bung: il “collasso del Sseom” (la fase di frequentazione). Questa parola rappresenta una validazione emotiva. Senza di essa, il tuo dolore è ridicolo, invisibile. Con essa, il tuo dolore ha una dignità, una categoria, un nome. E soprattutto, ha una fine. Dire “ho avuto un Sam-bung” significa chiudere la pratica. È un termine chirurgico che permette di archiviare il fallimento sentimentale con efficienza, evitando di rimanere incastrati nel limbo del “cosa siamo stati?”.

Sseom-Bung
Sseom-Bung

Tra auto-terapia e politica: una tassonomia della sopravvivenza

Guardando questi termini in filigrana, emerge il ritratto di un fenomeno che ha una matrice precisa. Non è solo la Gen Z in senso lato: sono soprattutto le giovani donne a cercare di hackerare il sistema culturale in cui vivono. Sono loro a usare il linguaggio per fare Risk Management: in una società dove la vita è troppo incerta e il giudizio esterno onnipresente tanto da diventare intimo, etichettare ogni sfumatura riduce l’imprevedibilità, diminuisce l’entropia.

LEGGI ANCHE  Korea Week 2025: una settimana di cultura coreana a Roma (ma anche online) dal 13 al 19 ottobre

Ma la funzione di queste parole è doppia, in bilico tra la auto-terapia e la politica.

Da un lato, c’è la collettivizzazione del trauma. Usando parole come Jeong-byeong o Sseom-bung, le ragazze stanno dicendo le une alle altre: “So che sei stanca quanto me”. Trasformano una sofferenza privata e alienante in un momento collettivo, rendendo il dolore sopportabile. Ed è forse proprio questa la funzione nascosta dello slang: agire come valvola di sfogo per non dover arrivare all’estremo. Dare un nome al disagio permette di gestirlo, di conviverci, evitando di dover far saltare il banco. È un tentativo disperato di restare nel sistema senza impazzire.

Tuttavia, quando nemmeno le parole bastano più, lo slang diventa l’anticamera di scelte più radicali, come il Movimento 4B (il rifiuto di matrimonio, parto, relazioni, sesso). Si può vedere un sottile filo rosso che lega i due fenomeni. Con i neologismi si prova a negoziare con il patriarcato, accettando le ferite pur di continuare a giocare. Il 4B è il rifiuto della cura, il momento in cui la negoziazione fallisce. Se l’unico modo per non avere il Jeong-byeong è smettere di guardarsi allo specchio, e l’unico modo per evitare il Sseom-bung è non avere relazioni, allora il 4B diventa l’unica opzione logica per chi ha smesso di credere nelle parole.

Che serva a restare o a fuggire, il messaggio della Gen Z coreana è potente: il vecchio copione non funziona più. E sta usando ogni sillaba a disposizione per inventarne uno nuovo. 

Share This Article
Follow:
Sociologa dentro e accademicamente, "ex corporate girl, ora quota rosa in una start up innovativa" fuori. Le mie prime foto da bambina mi ritraggono già con le cuffione gialle sulle orecchie, ascoltavo i Simple Minds e i Tears for Fears. Vivrei di kimchi. C'è altro? Ah sì: INTJ-T. O cancro ascendente vergine, che praticamente è la stessa cosa. Dal 2026 Honorary Reorter di Korea.net