Oltre la pelle, dentro la struttura: l’universo geometrico di Polyc

Simona
By Simona
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Definire Sang-jin Lee con una sola parola è impossibile. E forse, a lui, non piacerebbe nemmeno.
Conosciuto come Polyc, questo artista visivo e tatuatore coreano costruisce da anni un linguaggio che sfugge alle definizioni rigide.

Con nove anni di carriera alle spalle e una presenza globale costruita a partire dal Robin Egg Studio di Seoul, la sua ricerca si muove tra geometria e corpo umano, tra arte digitale e materia viva, trasformando la pelle in una superficie tridimensionale dove luce, colore e movimento trovano un equilibrio costante.

Prima del tatuaggio, Polyc si è formato nella 3D art e nella modellazione digitale. Un percorso che ha influenzato profondamente il suo modo di osservare il corpo umano. Per lui la pelle non è mai una superficie statica su cui disegnare, ma uno spazio vivo che cambia insieme al movimento, alla postura e al tempo.

Approccio il corpo quasi come uno spazio architettonico, adattando le linee affinché prendano vita attraverso il movimento. Alla fine, il corpo non è soltanto una superficie che ospita l’opera, ma parte di ciò che la completa

Nelle sue opere, frammentazione e ricostruzione convivono continuamente. Le immagini vengono scomposte, attraversate da prospettive multiple e poi ricomposte in nuove strutture visive. Un equilibrio che, come racconta lui stesso, riflette anche la Corea contemporanea, un Paese in continua trasformazione, sospeso tra velocità, modernità e sensibilità tradizionale.

Negli anni il suo stile è diventato uno dei più riconoscibili della scena artistica coreana, portandolo a collaborare anche con artisti conosciuti a livello globale, tra cui i BTS. Dai friendship tattoos del gruppo fino al complesso lavoro realizzato sul braccio di Jung Kook, Polyc ha contribuito a ridefinire il tatuaggio contemporaneo, spingendolo oltre l’estetica.

Vedo il tatuaggio meno come decorazione e più come una traccia che custodisce il tempo e le emozioni di una persona

Eppure, tutto questo prende forma in un contesto ancora complesso. In Corea del Sud il tatuaggio vive ancora tra restrizioni legali e stigma sociale, anche se le nuove generazioni stanno lentamente cambiando questa visione.

Oggi Polyc espande la sua ricerca ben oltre la pelle. Pittura, installazione, media art, performance. Ogni mezzo diventa un’estensione naturale dello stesso immaginario.

Questa filosofia prende forma anche nella sua prima mostra personale, Not Single — 비단일, 非單一, in programma dal 19 al 27 giugno 2026 negli spazi di Platz2, nel quartiere di Seongsu a Seoul. Un progetto che ruota attorno a una domanda semplice solo in apparenza: possiamo davvero comprendere il mondo attraverso una sola prospettiva?
Per Polyc, la risposta è no. Ed è proprio da questa idea che nasce l’intera mostra, uno spazio costruito per essere percepito in modo diverso a seconda del movimento, della distanza e dello sguardo di chi lo attraversa.

Not Single non vuole offrire una sola risposta, ma mostrare la possibilità che interpretazioni e prospettive multiple possano esistere contemporaneamente

Dopo esserci messe in contatto con lui, Polyc ha accettato di rispondere alle nostre domande, accompagnandoci dentro il suo universo creativo tra identità, trasformazione, memoria e movimento.
Una conversazione che parte dalla pelle, ma arriva molto più lontano.

K: Il tuo nome d’artista, Polyc, nasce dalla combinazione di Polygon e Cubism. Quando hai capito che non era solo una scelta estetica, ma qualcosa che definiva davvero la tua identità artistica?

P: Il nome “POLYC” nasce inizialmente dalla combinazione di Polygon e Cubism, ma col tempo è diventato molto più di un semplice stile visivo. Rappresenta il modo in cui vedo il mondo. Ho sempre sentito che la realtà non può essere spiegata attraverso un’unica prospettiva o una sola forma, e attraverso il processo di decostruzione e ricostruzione delle immagini la mia identità artistica si è sviluppata in modo naturale. In questo senso, POLYC non è soltanto una scelta estetica, ma un linguaggio legato alla filosofia stessa della mia mostra Not Single.

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K: Il tuo linguaggio visivo sembra nascere da due direzioni opposte: il Cubismo, che frammenta la realtà, e la geometria poligonale, che la ricostruisce in modo quasi architettonico. Come convivono questi due elementi nel tuo processo creativo? E quanto della tua identità coreana si riflette in questo equilibrio?

P: Se il Cubismo riguarda la frammentazione della realtà, le strutture poligonali riguardano il ricongiungere quei frammenti in un nuovo ordine. Nel mio processo creativo, decostruzione e ricostruzione esistono sempre insieme. Scompongo emozioni, ricordi e movimento in prospettive multiple, per poi ricostruirli in una forma strutturata.
Credo che anche la mia identità coreana esista dentro questo equilibrio. La società coreana cambia molto velocemente, ma allo stesso tempo conserva una sensibilità tradizionale molto forte. Sento che questa tensione e questa coesistenza emergono naturalmente anche nel mio lavoro.

K: Il tuo background nella 3D art è molto evidente nelle tue opere. Qual è stata la sfida più grande nel passare da un ambiente digitale controllato alla natura organica e imprevedibile della pelle umana?

P: In un ambiente digitale tutto può essere controllato. La pelle umana è completamente diversa. Ogni persona ha una densità della pelle differente, movimenti diversi e cambia nel tempo. La sfida più grande è stata imparare a smettere di inseguire una struttura perfettamente controllata e accettare invece il movimento organico del corpo umano come parte stessa dell’opera. Alla fine ho capito che la pelle non è semplicemente una tela, ma uno spazio vivo.

K: Il tuo stile richiede una precisione quasi architettonica. Quando lavori sul corpo, quanto cambia il design originale in base all’anatomia e al movimento della persona?

P: Il mio lavoro viene progettato pensando al corpo fin dall’inizio. Per questo il design non è un’immagine fissa, ma più una struttura. Lo stesso design può creare un’impressione completamente diversa a seconda dei muscoli, del movimento e della postura di una persona. Approccio il corpo quasi come uno spazio architettonico, adattando le linee affinché prendano vita attraverso il movimento. Alla fine, il corpo non è soltanto una superficie che ospita l’opera, ma parte di ciò che la completa.

K: Per te, cosa rende davvero riuscito un tatuaggio? Cerchi principalmente di creare un’immagine, un ricordo o una trasformazione personale?

P: Per me, un tatuaggio davvero riuscito non è semplicemente una bella immagine. È qualcosa che continua ad avere significato per la persona nel tempo. Per alcuni diventa un ricordo. Per altri, una testimonianza di trasformazione. Vedo il tatuaggio meno come decorazione e più come una traccia che custodisce il tempo e le emozioni di una persona.

K: Hai lavorato ai friendship tattoo dei BTS, un progetto diventato simbolico per milioni di persone. Com’è stato trasformare un legame umano così forte in qualcosa di visivo e permanente?

P: Lavorare ai friendship tattoo dei BTS è stato molto più di un semplice progetto di design. Significava tradurre un legame umano profondo in qualcosa di visivo e permanente. Vedere persone diverse condividere un’unica immagine simbolica aveva un significato emotivo molto forte. Attraverso quell’esperienza ho capito ancora una volta che i tatuaggi possono diventare un mezzo capace di connettere relazioni, ricordi e tempo, invece di esistere soltanto come oggetti visivi.

K: Il lavoro sul braccio di Jungkook ha attirato molta attenzione per la sua complessità tecnica. Come affronti un cover-up così delicato senza cancellare completamente la storia già presente sulla pelle?

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P: Nei lavori di cover-up, per me la cosa più importante non è cancellare il passato, ma portarlo avanti in una nuova forma. I segni già presenti sulla pelle fanno parte della storia e della vita di una persona. Nel caso di Jungkook, ho affrontato il lavoro riconnettendo gli elementi esistenti in una nuova struttura e in un nuovo flusso, piuttosto che rimuoverli completamente. Non vedo i cover-up come un modo per nascondere il passato, ma come la trasformazione di storie precedenti in un nuovo linguaggio visivo.

K: In Corea del Sud, la tattoo art esiste ancora tra stigma sociale e limitazioni legali, eppure il tuo lavoro ha raggiunto un pubblico globale. Senti di far parte di un cambiamento più ampio nel modo in cui il tatuaggio viene percepito?

P: In Corea del Sud, la tattoo art esiste ancora tra stigma sociale e limitazioni legali. Allo stesso tempo, sento che le generazioni più giovani stanno cambiando il modo in cui vengono percepite l’espressione personale e l’arte. Se il mio lavoro potesse contribuire a questa svolta, per me avrebbe un profondo significato.
Spero che il tatuaggio continui ad evolversi, andando oltre la logica del mero consumismo, per essere sempre più riconosciuto come un linguaggio visivo e una vera e propria forma d’arte. 

K: Negli ultimi anni hai ampliato il tuo universo creativo attraverso pittura, moda e collaborazioni internazionali. Senti il bisogno di attraversare diversi campi artistici per continuare a evolverti come artista?

P: Non voglio restare confinato in un solo medium. Il tatuaggio è stato il mio punto di partenza, ma ciò che mi interessa davvero è il modo in cui immagini e sensazioni vengono trasmesse alle persone. Per questo pittura, media art, installazione e performance si collegano naturalmente all’interno della mia pratica artistica. Anche la mia mostra Not Single è un’estensione di linee nate sulla pelle e poi espanse nello spazio e nella struttura.

K: Il tuo lavoro sembra muoversi continuamente tra precisione e fluidità. Nella tua vita quotidiana cerchi più controllo o più libertà?

P: Nel mio lavoro inseguo la precisione con grande serietà, ma nella vita valorizzo di più il flusso e l’imprevedibilità. Credo che le situazioni completamente controllate raramente creino nuove sensazioni o nuove prospettive. Per questo voglio sempre che il mio lavoro esista in uno spazio intermedio tra struttura e libertà.

K: A giugno presenterai una nuova mostra personale a Seoul. Cosa significa per te mostrare il tuo lavoro fuori dalla pelle e all’interno di uno spazio espositivo?

P: Mostrare il mio lavoro fuori dalla pelle e dentro uno spazio espositivo rappresenta per me un punto di svolta molto importante. Il tatuaggio viene solitamente vissuto in modo intimo attraverso il corpo di una persona, mentre le mostre permettono a quelle idee di espandersi in un’esperienza sensoriale condivisa. Not Single non riguarda semplicemente l’esposizione di opere finite, ma il modo in cui vedo e strutturo il mondo attraverso un intero spazio.

K: Le tue opere sembrano costruire prospettive multiple e spazi frammentati. C’è un tema o una domanda che senti particolarmente importante nella mostra di giugno?

P: La domanda più importante dietro questa mostra è stata: “Possiamo davvero comprendere il mondo attraverso una sola prospettiva?” Ho sempre messo in discussione i significati fissi e le interpretazioni uniche. Per questo lo spazio espositivo è stato progettato affinché gli spettatori possano vivere sensazioni differenti in base al movimento, alla distanza e al punto di vista. Alla fine, Not Single non vuole offrire una sola risposta, ma mostrare la possibilità che interpretazioni e prospettive multiple possano esistere contemporaneamente.

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Ballerina mancata, aromaterapeuta in divenire, face yoga teacher e ARMY. Cresciuta con la musica R&B e soul, vivo tra profumi naturali, sogni coreani e amore per la natura. Sempre con l’anima accesa... e una playlist dei BTS in sottofondo.