La decisione dei BTS di ritirare ARIRANG dalla considerazione per i Grammy Awards 2027 continua a far discutere.
Ma c’è un aspetto della vicenda che merita di essere osservato con particolare attenzione: che cosa significa davvero essere considerati “pop”?
È da questa domanda che parte Dan Charnas, autore e professore alla New York University, in un editoriale pubblicato dal New York Times con un titolo già molto diretto: “BTS’s Grammys Boycott Highlights the Perils of Pop Music”.
E il suo ragionamento va ben oltre i BTS.
Secondo Charnas, la protesta del gruppo mette in luce un problema molto più profondo dell’industria musicale americana: il modo in cui il termine “pop” viene utilizzato per stabilire chi può accedere al mercato principale e chi, invece, deve essere collocato in una categoria separata.
Il punto di partenza sono i BTS
Il New York Times definisce quella dei BTS una decisione sorprendente, soprattutto considerando quanto a lungo il gruppo abbia cercato di conquistare il mainstream americano.
Eppure, proprio per questo, la scelta assume un peso particolare.
I BTS hanno conquistato il pubblico americano, scalato le classifiche e abbattuto barriere che per decenni sono sembrate insuperabili per gli artisti non occidentali.
Risultati straordinari, che pochissimi nella storia della musica globale possono vantare.
Eppure oggi, nel momento di massimo successo, scelgono di fare un passo indietro invece di continuare a stare ai giochi dell’industria.
La loro motivazione è diretta: la musica va ascoltata e amata per quello che trasmette. Senza etichette, senza confini geografici e senza barriere linguistiche.
La nuova categoria Asian Pop
Al centro della questione c’è la nuova categoria dedicata alle performance di Pop asiatico.
La Recording Academy sostiene che si tratti di un riconoscimento della crescita della musica popolare proveniente dall’Asia, in particolare da Corea del Sud, Cina, Giappone e Sud-est asiatico.
Ma secondo Charnas, e secondo molti fan dei BTS (gli ARMY), il problema sta proprio nel modo in cui questa separazione viene costruita.
Se un artista asiatico ha raggiunto il pubblico globale e compete nello stesso mercato degli altri grandi artisti pop, perché dovrebbe essere spostato in una categoria distinta sulla base della propria provenienza?
La domanda diventa ancora più importante nel caso dei BTS, perché il gruppo non sta cercando di dimostrare di appartenere al mercato americano.
Lo ha già dimostrato!
Il rischio, piuttosto, è quello di essere riconosciuti come “pop” solo attraverso una porta laterale: quella della Best Asian Pop Music Performance.
Ed è qui che Charnas utilizza un’espressione particolarmente significativa. I BTS, scrive, hanno rifiutato giustamente di correre il rischio di essere “pigeonholed”, cioè di essere incasellati, confinati dentro una definizione dalla quale poi diventa difficile uscire.
Ma che cos’è davvero il pop?
È la domanda più interessante dell’intero editoriale.
Il termine “pop” dovrebbe indicare, semplicemente, ciò che è popolare. Eppure l’industria musicale lo utilizza come se fosse un genere musicale preciso, con confini riconoscibili.
Il problema è che quei confini non sembrano esistere davvero.
Charnas invita a guardare le classifiche. I brani che dominano la Billboard Hot 100 possono provenire dal country, dal country rock, dal funk, dalla trap, dal reggaeton e da moltissimi altri mondi musicali.
A un certo punto, però, alcuni di questi generi vengono assorbiti dal pop.
Ma chi decide quando la musica smette di essere “di nicchia” e diventa pop?
La risposta, secondo l’autore, non è soltanto musicale.
È anche industriale, commerciale e, in alcuni casi, razziale.
Il pop americano e una storia di esclusioni
È probabilmente la parte più dura dell’editoriale.
Charnas ricorda come la storia della musica pop americana sia stata profondamente segnata dall’esclusione degli artisti neri. Artisti che avevano creato o sviluppato stili musicali poi diventati fondamentali per la cultura popolare americana sono stati spesso tenuti lontani dalle radio, dai locali e dagli spazi più redditizi dell’industria.
E mentre artisti bianchi come Benny Goodman o Elvis Presley potevano attraversare più facilmente i confini tra jazz, R&B e mainstream, agli artisti neri veniva molto più spesso negato lo stesso accesso.
L’esempio di Michael Jackson è emblematico.
Nel 1980 Off the Wall, nonostante il suo enorme successo, non riuscì a ottenere spazio nelle categorie principali dei Grammy. Poco dopo, secondo le ricostruzioni citate da Charnas, MTV esitò a trasmettere i video di Thriller, fino a quando la CBS Records non minacciò di ritirare dal canale tutti i propri artisti.
Michael non aveva certo bisogno di dimostrare di essere una popstar. Eppure il sistema continuava a decidere se concedergli o meno quella definizione.
È proprio per questo che, osserva Charnas, Jackson arrivò a proclamarsi “King of Pop”.
Non gli stavano semplicemente assegnando un titolo.
Se lo prese.
Il parallelo con il K-pop
Qui il discorso torna ai BTS.
Charnas sostiene che il K-pop, nella sua evoluzione contemporanea, abbia incorporato elementi di R&B, dance, hip-hop e rock, generi profondamente legati alla musica nera.
I BTS, così come altri artisti K-pop, hanno riconosciuto in diverse occasioni l’influenza degli artisti neri.
Ma questo non significa che il sistema in cui il K-pop è entrato sia privo di contraddizioni.
Al contrario.
Secondo l’autore, molti artisti asiatici non hanno messo realmente in discussione la struttura del mercato americano finché non si sono trovati davanti alla stessa logica di separazione.
Ed è proprio qui che la posizione dei BTS diventa interessante.
La loro protesta non riguarda soltanto una categoria dei Grammy. Può essere letta come una contestazione alla centralità stessa del pop americano e ai meccanismi attraverso i quali quel mercato stabilisce chi può essere considerato universalmente “pop” e chi invece deve essere definito attraverso la propria provenienza.
Perché i BTS hanno un peso diverso
C’è una frase dell’editoriale che probabilmente più di tutte spiega perché questa vicenda sia importante.
Charnas definisce i BTS “forse il più grande gruppo al mondo dai tempi di Michael Jackson” e sostiene che siano probabilmente l’unico gruppo coreano ad avere oggi la libertà e il peso necessari per mettere realmente in discussione questo sistema. Una considerazione sul potere che il gruppo ha raggiunto.
Le grandi aziende dell’intrattenimento asiatico hanno molti artisti da promuovere e, naturalmente, possono avere interesse a non entrare in conflitto con le istituzioni che controllano una parte importante del mercato internazionale.
I BTS si trovano in una posizione diversa.
Sono abbastanza grandi da poter rinunciare a una candidatura senza mettere in discussione il proprio status. E, soprattutto, sono abbastanza influenti da poter trasformare una scelta individuale in una discussione collettiva.
È questo il vero peso della loro decisione.
Non hanno bisogno dei Grammy per dimostrare di essere arrivati.
Possono permettersi di chiedere perché, per essere riconosciuti, dovrebbero accettare di essere separati dagli altri artisti.
Non si tratta di eliminare le categorie
L’editoriale, però, non sostiene che tutte le categorie specifiche debbano sparire.
Ed è una distinzione importante.
Charnas cita il folk come esempio di un genere che può avere senso come categoria autonoma, con premi e istituzioni dedicate.
Il problema nasce quando la suddivisione diventa un modo per separare sistematicamente alcuni artisti dal mercato più grande e redditizio.
E il pop, proprio perché è il mercato più grande, dovrebbe essere quello maggiormente sottoposto a esame.
Se non esiste una definizione musicale o estetica sufficientemente chiara di ciò che è “pop”, perché alcuni artisti vengono considerati pop e altri no?
E soprattutto: chi stabilisce il confine?
La questione non riguarda solo i Grammy
La parte finale dell’editoriale allarga ulteriormente il discorso.
Charnas invita artisti e manager a interrogare le case discografiche sul modo in cui decidono quali artisti inserire nei propri dipartimenti pop.
Ma non solo.
Anche le piattaforme di streaming, i curatori delle playlist e i programmatori radiofonici utilizzano continuamente l’etichetta “pop”. E quella definizione può avere conseguenze concrete, come visibilità, streaming, passaggi radiofonici, sponsorizzazioni, booking, promozione.
Essere considerati pop significa avere accesso al centro del mercato.
Essere considerati altro può significare essere spostati ai margini.
Ecco perché la categoria non è soltanto una questione semantica.
La domanda lasciata dai BTS
Alla fine, ciò che rende interessante questo editoriale del New York Times è che non presenta la scelta dei BTS come una semplice protesta contro un premio.
La presenta come una domanda rivolta all’intero sistema.
Perché la musica deve essere separata per nazionalità, lingua o provenienza quando è già riuscita a superare quei confini?
I BTS hanno costruito una parte enorme della propria storia proprio attraversando quei confini.
Hanno cantato in coreano e conquistato un pubblico globale. Hanno portato elementi della cultura e della musica coreana in un mercato che per decenni è stato considerato difficile da penetrare per gli artisti asiatici.
Hanno collaborato con artisti internazionali senza rinunciare alla propria identità.
E oggi sembrano dire: non vogliamo che quella stessa identità diventi il motivo per cui dobbiamo essere collocati in una categoria separata.
È una posizione che può essere condivisa o discussa, ma non ignorata.
Perché quando un gruppo della dimensione dei BTS decide di rinunciare a entrare in una determinata corsa ai Grammy, non ci chiediamo più “perché non vogliono quel premio?”, ma “perché quel premio dovrebbe avere bisogno di una categoria separata per riconoscere la musica che arriva dall’Asia?”.
I BTS non stanno chiedendo di essere considerati pop perché sono coreani.
Stanno mettendo in discussione l’idea che essere coreani debba impedire loro di esserlo.

