Dal film che ha acceso la prima scintilla al nuovo singolo One More: la storia di un’artista di Seoul che scrive in inglese per dire ciò che a voce non direbbe, e che sta imparando a fare tutto da sola.
Immaginate l’ultimo semestre prima della laurea. Un gruppo di amici va a un festival scolastico con un’idea precisa: restare un po’ e poi andare a fare altro. Sul palco sale un artista, poi un altro. A un certo punto, tra il pubblico, qualcuno capisce una cosa che non aveva previsto: dovrebbe essere lassù anche lei.
Quella persona è Auve, artista indie di Seoul che scrive, canta e produce. Il nome d’arte è un gioco di date. Auve è nata ad agosto, e il nome viene da “August Vibes”. Il primo disco si chiama Chapter A, un EP di sei tracce costruito intorno alla chitarra acustica. Chi fa indie in Corea, sottolinea il distributore, lo fa spesso senza un’etichetta alle spalle. Auve è uno di questi casi.
Un film che ha acceso la prima scintilla
Il primo legame con la musica è August Rush, il film del 2007. Auve lo ricorda con precisione: «Vedere qualcuno amare qualcosa così tanto. Credo che una parte di me volesse amare qualcosa in quel modo». Quella gioia, racconta, è ancora riconoscibile quando scrive. Il rapporto con la musica si è fatto più complicato con gli anni, ma nei momenti in cui melodia e testo combaciano esattamente come se li era immaginati torna la stessa felicità di quando era piccola.
Il festival e la gelosia
Di quella sera al festival Auve ricorda il vibe, il gruppo di amici e l’assenza totale di aspettative. Non c’era nessuna intenzione di salire su un palco. Poi, artista dopo artista, qualcosa è cambiato.
«Non è stata un’invidia del tipo “vorrei essere loro”. Era più: dovrei essere lassù anche io. So quanto mi piacerebbe stare su un palco. Ho delle cose da far vedere alle persone». Era quasi frustrazione, racconta, come se stesse guardando al posto di fare.
Da quella frustrazione sono venute le domande: è davvero questo che voglio? Perché non ho mai dato una vera possibilità alla musica? Di cosa avevo paura? Auve dice che è stata la prima volta che ha ammesso a se stesso quanto desiderasse stare su un palco. È da quell’esperienza, qualche tempo dopo, che nacque Stage Jealousy.
Il nome
«Auve è la forma abbreviata di “August Vibes”. Sono nata ad agosto», scrive, e aggiunge che il film August Rush ha un posto grande nel suo amore per la musica, quindi il mese aveva già un peso. Ma è stata l’atmosfera di agosto a darle il “la”: «È energico e pieno di vita, ma ha in se anche quella sensazione di notte d’estate, più emotiva e sognante. Amo questo mix, e mi sembrava proprio me».
Mi sembrava proprio me. È la frase che tiene insieme il nome e il disco: un’energia che non si spegne, ma che ha anche un lato più malinconico.
Di giorno ufficio, di notte musica
Una giornata a Seoul comincia alle nove e finisce alle diciotto, con la metro nell’ora di punta. «Non è esattamente divertente», scrive Auve. Dopo cena c’è un po’ di tempo per staccare, poi la musica riprende fino all’ora di dormire: esercizi di canto, scrittura di canzoni, contenuti per i social legati alla musica. Poi ci si sveglia e si ricomincia, fino al weekend.
Il lavoro in ufficio è il modo in cui Auve si guadagna da vivere, e occupa la parte più lunga delle sue giornate. Alla musica resta il tempo che avanza: le sere, le ore prima di dormire. Vivere così vuol dire passare ogni giorno da una versione di sé all’altra, e quel passaggio continuo è diventato materia per le sue canzoni. L’ansia, la voglia di qualcosa di più e la sensazione di essere sempre a metà strada che si sentono nei suoi brani nascono da qui, da due vite che corrono in parallelo e raramente si incontrano.
«Ho passato molto tempo a sentire la distanza tra quello che devo fare e quello che voglio fare. Quella tensione finisce naturalmente nella mia musica». Chiunque abbia un lavoro per mantenersi e una passione che chiede spazio (yep, that’s me!) conosce quella distanza. Auve ha deciso di scriverci su.
Da dove viene One More
One More è l’esempio più chiaro di questa tensione. Nasce dal sentirsi bloccati tra la vita che si ha già e quella che si vuole ancora. Il brano è uscito il 18 di settembre su tutte le piattaforme e, insieme a Better, segna la direzione dei lavori più recenti.
Chi l’ascolta ci troverà dentro domande ancora aperte: dove vuole che vada la sua vita, quanto vuole ancora dalla musica, cosa è disposta a fare per le cose a cui tiene. C’è ambizione, ma anche frustrazione, passione e quel tipo di inquietudine che si prova quando si è giovani e si vuole di più. «Mi sono davvero divertita a farla», dice Auve, e questo è un dettaglio che nel disco si sente.
Chapter A, il primo capitolo
La “A” di Chapter A non è l’inizio di una serie già decisa. È il primo traguardo, segnato con chiarezza: il primo EP, il primo passo come artista. Auve non aveva pianificato dei capitoli B, C e così via, e non intende farlo adesso.
Il suono è cambiato da allora, e Auve non si considera ancora arrivata a un suono definitivo. «Sto provando cose diverse e allargando quello che “Auve” può essere. La mia musica è già cambiata parecchio dopo Chapter A, e continuerà a cambiare insieme alla mia vita». Per questo non vuole decidere troppo in anticipo che tipo di musica farà.
Fare tutto da sola
Tra gli obiettivi del 2026 c’era una cosa ben precisa: scrivere e produrre almeno una canzone completamente da sola, dall’idea al master. Il risultato è Better. Il disco precedente era stato molto faticoso. Auve racconta di essersi sentita bruciata, con la domanda se la musica le piacesse ancora come prima, e se la direzione acustica fosse davvero quella giusta.
La differenza, dice, è stata questa: «Ogni decisione era mia. Non c’era nessuno a dirmi se una cosa fosse giusta o sbagliata, quindi ogni suono e ogni piccola scelta dipendevano da cosa sentivo giusto. Era impegnativo, ma anche molto liberatorio». Ha smesso di chiedersi che musica dovesse fare, e ha cominciato a fare quella che voleva fare. Better è stata la prova che poteva fidarsi di sé.
Perché in inglese
Auve è cresciuto ascoltando molto pop in inglese, quindi cantare e scrivere in quella lingua è sembrato naturale. Ma la ragione più importante è un’altra. Parlare dei propri sentimenti non è facile, e all’inizio Auve non voleva che famiglia e amici capissero subito cosa stava pensando attraverso i testi. Non era la paura di un giudizio, era un imbarazzo personale.
«Dire qualcosa di personale in un’altra lingua mi faceva sentire meno esposta, e questo rendeva più facile essere onesti. Scrivere in inglese è diventato il modo per dire cose che, altrimenti, non avrei detto».
La famiglia, e la preoccupazione
Intorno ad Auve, dice, la reazione è quasi sempre positiva: piace che abbia trovato qualcosa che ama e che ci stia costruendo sopra qualcosa. Ma più le persone sono vicine, più sembrano preoccupate. Soprattutto la famiglia. «Mi sostengono, ma c’è ancora una paura di fondo, quando si tratta di una carriera nelle arti. A volte sembra che quell’incertezza spaventi loro più che me. Ma capisco. Per loro, sostenermi e preoccuparsi per me possono stare insieme».
Insider
Auve non si sente ancora in grado di descrivere la scena indie coreana nel suo insieme, perché sta ancora cercando il proprio posto. Ci sono concerti a cui è stata invitata, altri per cui ha fatto domanda. Il busking, invece, lo organizza quasi sempre da sola, e lo ama proprio per questo: si canta davanti a persone che non sanno chi tu sia: «c‘è qualcosa di eccitante nel lasciare che qualcuno ascolti la mia voce senza aspettative», dice.
Essere indipendente, per Auve, vuol dire soprattutto dover fare tutto da sé: musica, ma anche una lunga serie di decisioni che non c’entrano con la musica. Alcune giornate sono pesanti. Però lei è una persona abituata a decidere da sola, e questo ha aiutato a fare a meno di un’etichetta.
Il pubblico a cui Auve punta non è solo coreano. I social sono quindi essenziali: «Mi connettono con persone che probabilmente non raggiungerei mai con i concerti a Seoul». E nel mondo indipendente coreano, secondo Auve, c’è una cosa che conta più della competizione: la comprensione reciproca. «Tutti sappiamo che ognuno ha i suoi dubbi e le sue difficoltà mentre cerca di far funzionare questa cosa. C’è un senso di comprensione tra noi».
Un’autobiografia in canzoni
Auve vede le proprie canzoni come un’autobiografia. Immagina una vecchiaia in cui riascolterà tutto ciò che ha pubblicato, e la vita intera scorrerà davanti come un panorama. Per questo scrive con onestà su quello che sta attraversando in quel momento.
Ansia, gelosia, speranza e tutte le difficoltà dei vent’anni compaiono spesso nei brani. Ma c’è un tema che Auve non ha ancora esplorato del tutto: l’amore. Non solo quello romantico, ma l’amore in generale: per la famiglia, per gli amici, per una persona o per le cose a cui si tiene. «Credo che l’amore sia al centro di quello che ci tiene in piedi. È una parte così grande di come vedo la vita che voglio che entri di più nella mia musica».
Per chi la scopre adesso
Se dovesse dare un solo brano a un lettore italiano, Auve sceglierebbe One More. «Penso catturi molto di quello che sto pensando e provando adesso, sia come Auve sia come persona al di fuori della musica. Ha ancora molte domande aperte su dove voglio che vada la mia vita».
Proprio per quelle domande la consiglia. Auve spera che chi la ascolta ci ritrovi qualcosa di sé, anche con una vita lontanissima dalla sua: «Spero che possano sentire qualcosa di se stessi, anche se la loro vita sembra completamente diversa dalla mia».
Per ora Auve resta lì, a metà strada tra la vita che ha e quella che vuole. Di giorno c’è l’ufficio, la sera c’è la musica, e intorno c’è una famiglia che la sostiene e un po’ si preoccupa. L’incertezza c’è e lei non la nasconde, ma sembra spaventare più chi le vuole bene che lei. Dopo Chapter A si è chiesta se la musica le piacesse ancora, e con Better e One More si è data una risposta. Il suono cambierà ancora, le domande restano aperte e la strada da indipendente è lunga. Fermarsi, però, non è in programma: «Lascio che i prossimi capitoli prendano forma mentre li vivo».
Tre Porte
One More, l’ultimo singolo · Better, il primo brano scritto e prodotto da sola · Stage Jealousy, dall’EP Chapter A

