K-Book Club: Le otto vite di una centenaria senza nome, Mirinae Lee

11 Min Read

Il nuovo appuntamento con il K-Book Club ci porta nel cuore ferito del Novecento coreano.
Con questa quarta tappa entriamo in una storia che si attraversa, e ci porta dentro un secolo di sopravvivenza estrema.

La formula che amate resta la nostra bussola.
Sandra Siroli, lettrice instancabile e anima sensibile di questa rubrica, ci apre le porte del racconto con la sua Scheda-Libro. È lei a guidarci nel “mood” di un’opera che definire intensa sarebbe riduttivo, tracciando per noi una tavola degli oggetti e una playlist che ci aiutano ad attraversarla.

Oggi sul tavolo abbiamo Le otto vite di una centenaria senza nome.
Mirinae Lee ci consegna la storia di Mook Miran, una donna che, per non farsi spezzare da ciò che le accade, è costretta a frantumarsi in otto identità diverse.

Sandra ci accompagna tra i ricordi di una casa di riposo che profuma di polvere e segreti.

Io, Simona, vi aspetto per il Deeper. Insieme proviamo a capire cosa significa abitare un corpo che la storia ha cercato di trasformare in territorio di conquista.
Usiamo l’arte di Yun Suk-nam e Kimsooja, il coraggio di Yu Gwan-sun per dare un nome a quel silenzio che per troppo tempo ha avvolto le donne coreane.

Quella che raccontiamo oggi è una lettura che scuote, che fa tremare le mani, ma che si rivela, pagina dopo pagina, un atto di giustizia necessario.

La copertina del libro - click sull'immagine per l'acquisto su Amazon

Titolo: LE OTTO VITE DI UNA CENTENARIA SENZA NOME

Autore: MIRINAE LEE

Genere: NARRATIVA MODERNA

Edito in Italia da: EDITRICE NORD

Mood del libro: dolore feroce ma necessario

Trama in breve: Mook Miran è un’anziana coreana che vive in una casa di riposo. Un’impiegata la convince a raccontarle la sua lunga vita con l’intento di scrivere un necrologio ufficiale composto da sole tre parole. Ma Miran non ci sta: tre parole sono troppo poche. Così inizia a raccontare le diverse vite che ha attraversato nel corso del secolo scorso.

Ne nasce un susseguirsi di storie che cambiano nome e identità, sullo sfondo della storia della Corea a partire dal 1930. Il racconto non segue un ordine cronologico, ma prende forma dalla necessità della protagonista di dare voce a ciò che ha vissuto.

Dall’occupazione giapponese alla Seconda guerra mondiale, dall’arrivo degli americani alla guerra tra le due Coree, seguiamo, incantati ed emozionati, il viaggio di Miran. Un viaggio in cui, per sopravvivere, è costretta a cambiare nome e identità, in una continua e disperata lotta per la salvezza.

Parole chiave: identità, ribellione, sopravvivenza

Frase simbolo:

Insolito non vuol dire sbagliato

 

La playlist ideale

La tavola degli oggetti

fotografie, katana, giardino di Cosmee

Perché leggerlo

Le emozioni che si provano leggendo le traversie di Mook Miran, la sua difficile lotta per la sopravvivenza in un periodo in cui la vita delle donne non aveva valore, non sono facili da descrivere. Nel dipanarsi non lineare dei ruoli che è costretta ad assumere per sfuggire alla morte e reinventarsi dopo ogni evento terribile, si attraversano tenerezza, turbamento e commozione.

Vestendo i suoi panni, camminiamo tra ricordi dolorosi ma necessari, fino alla fine di una vita immolata alla ricerca della propria identità e di un posto nel mondo. Una ricerca che passa sempre attraverso la libertà e il riscatto, a volte anche attraverso la vendetta.

Accanto a Miran si muovono figure femminili forti e coraggiose. E come lei, anche noi, in questo viaggio rivelatore, diventiamo di volta in volta assassine, spie, schiave di un popolo oppressore, ribelli, madri, amanti.

Deeper

Non siamo mai solo quello che gli altri vedono. Siamo tutte le versioni di noi stessi che abbiamo dovuto seppellire per arrivare a domani…

LEGGI ANCHE  K-Book Club: Il libro bianco, Han Kang

In un secolo di storia coreana, i confini geografici sono stati disegnati con il sangue e il filo spinato. Ma esiste un altro confine, impossibile da tracciare su una mappa.
Parliamo del corpo delle donne.

Durante l’occupazione giapponese, dal 1910 al 1945, la violenza penetrò ovunque. Nelle case. Nella lingua. Nei nomi. Nei corpi, soprattutto in quelli femminili.
Essere donna significava navigare una precarietà infinita, con dignità, libertà e identità sempre a un passo dall’essere strappate via.

La ferita più lacerante resta quella delle “comfort women”: donne, adolescenti, a volte bambine, ridotte a schiave sessuali per l’esercito imperiale giapponese.
Ingannate con promesse di lavoro o di una vita migliore, oppure prese con la forza, finivano nei centri militari private del loro nome e della loro umanità.
Queste donne subirono una violenza sistematica, rimasta per decenni sepolta nel silenzio e nella negazione.

Il silenzio che avvolse le loro storie non fu casuale, ma imposto. Dalla vergogna, da una società patriarcale che spesso non sapeva, o non voleva ascoltare, e da un trauma così profondo da rendere impossibile la narrazione.

Miran, nel romanzo, sceglie l’eclissi volontaria. Se il mondo vuole cancellare il suo nome, lei ne userà otto. Se la storia vuole farne una vittima, lei si trasforma in carnefice, spia, amante e madre. La sua “ferocia necessaria” è la risposta di una generazione di donne che ha dovuto smettere di essere sé stessa per garantire che esistesse un domani.

Per questo raccontare diventa un atto di resistenza. Non solo contro l’oblio, ma contro la cancellazione stessa dell’esistenza.

Yu Gwan-sun

Questa resistenza femminile è profondamente radicata nella storia coreana.
Figure come Yu Gwan-sun rappresentano il coraggio di una generazione che scelse di non restare in silenzio.
Ancora adolescente, partecipò al Movimento del Primo Marzo (Samiljeol, “삼일절”, 1° marzo 1919), organizzando manifestazioni e guidando altre persone, molte delle quali donne, contro l’occupazione giapponese.
Arrestata e torturata, morì in carcere a soli diciassette anni, ma la sua voce non si spense.
Accanto a lei, molte altre donne, spesso senza nome, resistettero in modi meno visibili ma altrettanto fondamentali: proteggendo, nascondendo, sostenendo.
Una rete silenziosa di sopravvivenza e solidarietà che riecheggia profondamente nelle vite raccontate da Miran.

LEGGI ANCHE  K-Book Club: Vorrei farla finita, ma anche mangiare toppokki - Baek Sehee

Parallelamente alla violenza fisica, esiste una violenza più sottile ma altrettanto devastante: quella culturale.
Durante l’occupazione, ai coreani fu imposto di abbandonare la propria lingua, i propri nomi, la propria identità. Essere costretti a cambiare nome non significava solo adattarsi, ma perdere sé stessi.
Eppure, molti ebbero la straordinaria capacità di continuare a esistere, anche quando tutto veniva negato.

Nel cuore di questa oscurità, emerse una forma di forza silenziosa, immobile, ma incrollabile.

Kimsooja

Un’immagine potente di questa resistenza si ritrova nel lavoro dell’artista sudcoreana Kimsooja, in particolare nella sua A Needle Woman. Immobile, di spalle, nel flusso incessante delle città, il suo corpo attraversa il tessuto del mondo. Non reagisce, non si oppone apertamente, eppure resiste. Esiste. Occupa spazio.

Qui il corpo femminile diventa spazio di memoria e presenza. Un punto fermo in un mondo che scorre, dimentica, cancella.

A Needle Woman - Kimsooja

In questa stessa direzione si muove il lavoro di Yun Suk-nam, considerata una delle figure fondanti dell’arte femminista coreana.
Nelle sue installazioni utilizza legno di recupero, frammenti di case demolite, materiali scartati, resti di vite passate, per dare forma a centinaia di figure femminili.
Sono presenze essenziali, quasi arcaiche, ma insieme potentissime: una comunità silenziosa che emerge proprio da ciò che era stato abbandonato. Non hanno un volto unico, ma una forza collettiva che le tiene insieme, come una genealogia invisibile di donne che la storia ufficiale ha spesso ignorato.

Queste figure di legno nascono da ciò che è stato spezzato. Eppure non trasmettono fragilità, ma una presenza compatta, quasi ostinata. Ci ricordano che, nei periodi più bui della storia coreana, le donne non sono state soltanto vittime, ma anche sopravvissute attive, capaci di attraversare la violenza trasformandola in resistenza, memoria e, in qualche modo, continuità.

Yun Suk-nam
Yun Suk-nam

Ancora oggi, la questione delle donne durante l’occupazione giapponese non è del tutto risolta. Le testimonianze continuano a emergere, ricordandoci che il passato non è mai davvero passato.
È una presenza che persiste, condiziona, interroga, e chiede di essere riconosciuta.

Ed è forse proprio questo il cuore più profondo del romanzo: la necessità di ricordare. Di dare voce a ciò che è stato taciuto. Di riconoscere che dietro ogni identità spezzata, dietro ogni vita reinventata, c’è una storia che merita di essere raccontata, in tutta la sua complessità, nel suo dolore… feroce e necessario.

Share This Article
La redazione di Koreami.org.