Un dettaglio della copertina

K-Book Club: Vorrei farla finita, ma anche mangiare toppokki – Baek Sehee

Elisa
By Elisa
8 Min Read

Questo è il tipico prodotto editoriale che entra e si piazza esattamente dove fa più male. In questo nuovo, terzo appuntamento del k-book club ci misuriamo con un’opera che ha avuto grande risonanza, sia in Corea che in Occidente: Vorrei farla finita, ma anche mangiare toppokki di Baek Sehee. Non di certo la classica narrazione romanzata, bensì un memoir terapeutico crudo, che mette a nudo la convivenza quotidiana con la distimia, quell’ombra sottile che non ti impedisce di vivere, ma ti impedisce di sentirti intero.

Il testo raccoglie i dialoghi tra l’autrice e il suo terapeuta durante l’esplorazione della crepa che separa ciò che mostriamo al mondo e ciò che c’è dentro di noi. Una lettura che ha assunto un peso specifico ancora maggiore dopo la scomparsa di Baek Sehee nell’ottobre 2025.

Scrivere questo pezzo ha richiesto un tributo emotivo notevole. Scavare tra queste pagine, così vicine alle fragilità di ognuno di noi, è stato faticoso e a tratti doloroso. Così come Sandra non ha letto con leggerezza, il Deeper di Elisa non è stato scritto in poche ore: è il risultato di una fatica onesta nel voler restituire la giusta dignità a una storia che scuote, ma che è fondamentale raccontare.

Vorrei farla finita, ma anche mangiare toppokki – Baek Sehee (click sulla copertina per acquistarlo)

Titolo: VORREI FARLA FINITA, MA ANCHE MANGIARE TOPPOKKI

Autore: Baek Sehee

Genere: NARRATIVA CONTEMPORANEA

Edito in Italia da: Mondadori

Mood del libro: Sincerità spiazzante in un memoir terapeutico di guarigione

Trama in breve: Baek Sehee è una scrittrice di successo, ha una vita apparentemente serena ma in realtà soffre di una forma di depressione che la perseguita da anni, la disistimia, che da sintomi persistenti tanto da spingerla a rivolgersi a un terapeuta. Ne deriva un diario tra paziente e professionista in un percorso di guarigione che attraversa diversi stati della sua emotività quotidiana.

Parole chiave: onestà, disistimia, accettazione.

Io sono sempre il bersaglio di me stessa. Anche quando rimango ferita
in uno slancio verso gli altri, finisco sempre per incolpare me stessa. E, più graffio gli altri,
più profonde sono le mie ferite

La playlist ideale

La tavola degli oggetti

Toppokki, lettino terapeuta, diario

Perché leggerlo

Questo diario di terapia è quanto di più onesto e sincero possa esserci riguardo al disagio mentale verso la bassa autostima, la non accettazione di sé e il peso di quello che gli altri si aspettano da noi. Il contrasto tra la voglia di vivere e la difficoltà di non cedere alle emozioni negative che schiacciano il presente, ci avvicinano a Baek facendocela sentire affine, simile ai nostri momenti di sconforto.
Il bisogno di dare un nome alla sua malattia e la volontà di guarire ce la mostrano come un’eroina dei tempi moderni, che affronta i demoni di questa vita fatta di aspettative e approvazioni altrui. Ma è comunque una vita da vivere, da assaporare, da mangiare a morsi, pur tra una lacrima e l’altra, perché non siamo perfetti e la felicità è anche dire: oggi sto male e va bene così.

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Deeper

Il 16 ottobre 2025 Baek Sehee, l’autrice di questo libro, è morta. E questo è. Non si sa perché né di cosa. Ciò che si sa è che la sua esistenza si è conclusa con un ultimo, potentissimo atto di generosità: attraverso la donazione degli organi, ha salvato la vita di ben cinque persone.

Questo gesto finale, questo esempio luminoso di come ci si può sentire “rotti” eppure avere un valore immenso, intrinseco e innegabile, ha contribuito a cementare il suo ruolo, del tutto involontario, di rappresentante di una generazione alla ricerca di uno specchio. Donare i propri organi dopo aver passato anni a raccontare il senso di inutilità e il peso della propria esistenza rappresenta un plot twist filosofico: anche chi non crede di aver nulla – nulla da essere, nulla da dare – possiede un valore inestimabile per la collettività.

Il cuore della sua testimonianza rimane la disistimia, quel disturbo depressivo persistente che lei stessa descrive come un’ombra costante, capace di convivere con il successo e la funzionalità quotidiana. Non quella depressione che paralizza, ma quella che ti permette di sorridere mentre, dentro, senti di essere costantemente il bersaglio di te stessa.

La sua battaglia si è però dispiegata in un particolare ecosistema dell’anima, quello in cui l’io deve negoziare continuamente il suo posto nel “noi”. Un ecosistema sociale che per lungo tempo non ha avuto un vocabolario per il logorio interiore, trattandolo non come una condizione da curare, ma come un fallimento personale da nascondere. In questa peculiare conformazione sociale del silenzio, Baek Sehee ha compiuto un atto rivoluzionario: ha dato un nome al nebuloso male di vivere. Ha preso la materia grezza della sua sofferenza – forgiatasi anche in quelle pressioni invisibili – e ne ha fatto un linguaggio comune per chi non aveva parole.

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Ha spiegato, suo malgrado, che la voglia di vivere e la difficoltà di non cedere alle emozioni negative possono coesistere, proprio come il desiderio di sparire e quello di mangiare un piatto di tteokbokki. La sua eredità non sta nella prospettiva di una risoluzione miracolosa, ma nell’aver normalizzato l’idea che non essere perfetti è, dopotutto, una condizione umana accettabile. Anzi, necessaria.

Il suo ultimo, involontario insegnamento sembra così risuonare oltre la sua fine: non serve essere un tutto perfetto e compatto per essere indispensabili. La sua scelta estrema – donare ciò che restava – non redime il dolore, non nobilita la fine, ma compie fino all’estremo limite il suo racconto di vita: anche un’esistenza percorsa dall’ombra della distimia custodiva, fisicamente, il potere di rigenerare la vita. Non è nella morte che si trova un senso, ma nel riconoscimento che il nostro valore non è condizionato dalla nostra interezza interiore. Noi, qui, ora, con le nostre crepe e le nostre ombre, siamo già un mosaico di possibilità. Per gli altri. E, seguendo la sua testimonianza, forse possiamo imparare a vederlo, finalmente, anche per noi stessi. Il suo dono, in fondo, ci impone una domanda rivolta ai viventi: come possiamo noi, oggi, offrire i nostri frammenti? Come possiamo riconoscere, e condividere, il valore che già possediamo, proprio nella nostra imperfetta, frammentaria, umanissima condizione?

Un'astrazione di disistimia - creata con AI
Un'astrazione di disistimia - creata con AI

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Sociologa dentro e accademicamente, "ex corporate girl, ora quota rosa in una start up innovativa" fuori. Le mie prime foto da bambina mi ritraggono già con le cuffione gialle sulle orecchie, ascoltavo i Simple Minds e i Tears for Fears. Vivrei di kimchi. C'è altro? Ah sì: INTJ-T. O cancro ascendente vergine, che praticamente è la stessa cosa. Dal 2026 Honorary Reorter di Korea.net