Cosa succede quando uno dei più grandi hitmaker del pop mondiale si mette al servizio del gruppo più influente del pianeta?
Ryan Tedder, voce e mente degli OneRepublic, ha raccontato a Zach Sang il lavoro fatto con i BTS e ha tracciato un ritratto inedito di quel rapporto professionale e umano che lega la band a Bang Si‑hyuk.
Tutto è cominciato tra marzo e aprile, in settimane di sperimentazione serrata. Tedder si è imposto ritmi intensi, con mattine flash in studio e sessioni concentrate di due ore e mezza per non interferire con gli impegni pomeridiani degli autori.
L’obiettivo era riempire il computer di Bang di canzoni. Anche se, ammette Tedder, all’inizio persino il fondatore della HYBE faticava a vedere una direzione sonora specifica.
Mancava un’identità che i ragazzi potessero sentire propria.
Non si è trattato di indecisione o mancanza di una visione, ma di una fase di ascolto e continui tentativi; per settimane sono nate decine di tracce senza una direzione precisa.
Il produttore ha tenuto il ritmo senza scoraggiarsi, sostenendo che nel peggiore dei casi quelle tracce sarebbero servite a qualcun altro.
Poi, verso la fine di aprile 2025, la svolta.
Quasi tutti i membri erano tornati a Seoul (tranne Jin, ancora in tour). Con loro nuovamente riuniti, è diventato finalmente possibile capire quale direzione il gruppo volesse intraprendere.
Ed è qui che Tedder smonta un pregiudizio diffuso. I BTS non sono burattini manovrati da un regista, al contrario, sono padroni del proprio percorso artistico. Scrivono, scelgono i pezzi, decidono la rotta. Bang, più che imporre, ascolta e media. La sua funzione è preziosa, ma non sostituisce la voce del gruppo.
La bussola non è stata la ricerca di un successo radiofonico alla Butter o Dynamite. Chi se lo aspettava è rimasto sorpreso.
A guidare il progetto è stata la playlist personale dei membri. Tra i loro ascolti ci sono Tyler, The Creator, Travis Scott, 070 Shake, Tame Impala e Lil Yachty.
A questo si è aggiunto l’invito di Bang a tornare alle origini e riscoprire la durezza e l’intensità dei primi lavori dei BTS, con il loro rap viscerale spesso dimenticato da una parte del pubblico occidentale.
Per Tedder, produttore metodico che non sopporta briefing generici, quell’indicazione è stata la leva decisiva.
Il sound ideale non andava inventato dal nulla, ma trovato nel punto d’incontro tra le radici hip‑hop del gruppo e la musica che i membri ascoltano oggi nelle cuffie.
Con una direzione chiara, il lavoro in studio ha smesso di essere vago e ha cominciato a prendere forma.
Ed è qui che il racconto del produttore assume un significato che va oltre la musica.
Da anni, infatti, una parte del pubblico tende a interpretare le scelte dei BTS attraverso una lente particolare: quando una decisione piace, viene considerata una naturale espressione della loro identità artistica; quando invece sorprende o si discosta dalle aspettative, si cerca spesso una spiegazione (o una colpa) esterna.
Le parole di Tedder raccontano però un processo diverso, fatto di confronto, collaborazione e professionisti che lavorano insieme, in cui la direzione finale resta saldamente nelle mani dei membri.
La sua testimonianza conferma dall’esterno ciò che i BTS raccontano da anni. Non sono artisti che ricevono istruzioni a scatola chiusa, ma partecipano attivamente alla costruzione della propria musica e della propria identità creativa.
O, come ha sintetizzato lo stesso Tedder, la risposta era già lì, “da qualche parte tra le loro radici artistiche e la musica che ascoltano oggi”.
Il suo compito era soltanto trovare il modo di unire quei due mondi in un unico suono.
Di seguito, le parole di Ryan Tedder:
Ryan: “Se parliamo di come abbiamo lavorato con i BTS e torniamo a marzo, quando abbiamo iniziato a scrivere, le sessioni a Los Angeles cominciavano di solito verso l’una o le due del pomeriggio e andavano avanti fino a quando il lavoro non era finito o arrivava l’ora di cena. Io, invece, per cinque o sei settimane consecutive tra marzo e aprile, mi ritagliavo uno o due giorni a settimana dedicati esclusivamente a questo progetto. Il mio obiettivo era semplice: riempire Bang di canzoni”.
Zach: “Quindi ti sei messo all’opera anche se lui non aveva ancora un’idea precisa del risultato finale?”
Ryan: “Esatto. Non aveva ancora individuato il sound giusto. Continuava a dirmi: ‘Ryan, è tutto molto bello, ma non riesco ancora a capire quale debba essere la direzione sonora’. E io gli rispondevo: ‘Tranquillo. Nel peggiore dei casi scriverò un paio di hit che semplicemente non saranno adatte ai BTS’.
Coinvolgevamo chiunque fosse disponibile a scrivere. Mandavo messaggi a vari autori dicendo: ‘Venite nel mio studio alle dieci del mattino. Lavoriamo dalle dieci alle dodici e mezza’. Erano due ore e mezza di concentrazione totale. In questo modo tutti potevano comunque partecipare alle loro sessioni del pomeriggio. Abbiamo continuato così settimana dopo settimana.
Dopo circa cinque settimane, verso la seconda metà di aprile 2025, Bang mi ha chiamato dicendomi: ‘Ryan, ho una buona notizia. Per la prima volta tutti i ragazzi, tranne uno, si sono ritrovati a Seoul. Ora riuscirò finalmente a capire quale sarà il sound del progetto. Saranno loro stessi a indicarmelo’.
E a chi pensa che Bang o HYBE controllino i BTS come dei burattini posso dire con assoluta certezza che non è così. Molti lo credono, ma la realtà è completamente diversa.
I BTS prendono le proprie decisioni artistiche. Scrivono, scelgono le canzoni, decidono la direzione del progetto. Tutto nasce da loro. Non esiste nessun regista occulto dietro le quinte.
Alla fine Bang mi ha spiegato tutto. E, a dire il vero, avevo un piccolo vantaggio perché continuavo a tempestarlo di domande. All’epoca non sapevo nemmeno che Diplo fosse coinvolto nel progetto.
Mi ha raccontato quale fosse la direzione sonora, quali fossero le influenze di riferimento e che cosa stavano cercando. Sono rimasto davvero sorpreso. Era praticamente l’opposto di ciò che andava di moda a Los Angeles in quel periodo. Tutti stavano cercando di replicare qualcosa nello stile di Purpose*.
(*di Justin Bieber )
Zach: “Puoi raccontarci meglio cosa ti ha detto?”
Ryan: “In realtà riguardava soprattutto la musica che i membri ascoltano personalmente. Nessuno mi ha mai detto: ‘Copiate questo artista’. Non si trattava di imitare qualcuno, ma di capire cosa ascoltassero davvero. Tra i riferimenti c’erano 070 Shake, Tyler, The Creator, Travis Scott, Lil Yachty e Tame Impala, insieme ad altri artisti. Il risultato finale era completamente diverso da quello che molti si aspettavano. Dopotutto, dall’esterno, le ultime immagini che il pubblico aveva dei BTS erano legate a brani come Butter o Dynamite, probabilmente le canzoni più pop della loro carriera.
Ma la cosa più importante che Bang mi ha detto è stata: ‘Torna ad ascoltare i loro primi lavori’.
Zach: “E quelli sono fantastici”.
Ryan: “Infatti l’ho fatto. E ho pensato: ‘Accidenti, questi ragazzi rappano continuamente’. Lo fanno con un’intensità e una durezza che molte persone forse hanno dimenticato. È stato allora che ho compreso che il punto era trovare un equilibrio.
Qui è entrato in gioco il mio lato più analitico. Sapete una cosa che non sopporto? Entrare in una stanza con un artista o un gruppo di autori e sentirmi dire: ‘Facciamo qualcosa di grandioso’. Oppure: ‘Scriviamo la canzone più emozionante, la più straziante o il pezzo perfetto per ballare’.
Io non riesco a lavorare così. Ho bisogno di una direzione precisa.
Avete presente le corse dei levrieri? I cani inseguono una lepre meccanica lungo il percorso. Uso spesso questa metafora. Senza quella lepre, i levrieri non correrebbero affatto. Resterebbero lì a gironzolare e ad annusarsi a vicenda.
Per me gli autori funzionano allo stesso modo. Senza una meta chiara si finisce per chiacchierare, controllare i social o perdere tempo senza produrre nulla di concreto. Per questo avevamo bisogno della nostra ‘lepre’.
Quando ho capito quali fossero gli artisti che ascoltavano e, allo stesso tempo, Bang mi ha invitato a riscoprire la musica dei primi BTS, ho finalmente trovato una bussola.
La risposta era lì, da qualche parte tra le loro radici artistiche e la musica che ascoltano oggi. Il mio compito era trovare il modo di unire questi due mondi in un unico suono”.
La musica dei BTS è una scelta loro, ne sono i registi, sempre.
Anche quando il risultato sorprende, divide o non corrisponde alle aspettative altrui, dietro c’è sempre una decisione consapevole del gruppo.
Forse è proprio questa libertà creativa, unita alla capacità di evolversi senza perdere la propria identità, a spiegare perché i BTS continuino a essere non solo un fenomeno globale, ma anche artisti capaci di sperimentare e reinventarsi senza smettere di essere sé stessi.


