La star dei BTS, amante del jazz, torna al passato per il suo album di debutto da solista, ma mantiene un piede nel presente.
di Rhian Daly
settembre 2023
traduzione di Koreana
V dei BTS si sente un’anima antica quando si tratta di musica. Certo, è 1/7 del più grande gruppo pop del pianeta, che ha contribuito a far progredire la musica coreana su scala globale. Ma quando condivide i suoi consigli musicali sui livestream, sui social media e nelle interviste, spesso sceglie di mettere in risalto i classici del jazz e i classici dell’R&B d’epoca piuttosto che gli artisti della sua generazione.
Il fatto che il suo album di debutto da solista “Layover” si collochi in quel mondo fumoso e lento di un tempo, quindi, non sorprende. La voce del cantante – che dà il meglio di sé quando si lascia andare a un registro più profondo e morbido – è fatta apposta per questo stile. La compatibilità di V con il mood prescelto rende magico il disco, che trasuda immediatamente raffinatezza.
Piuttosto che fissare il suo sguardo sul passato, però, questa release vede V dare a questi suoni classici il suo tocco moderno. “Rainy Days” si apre con una melodia di pianoforte che ci trasporta nella penombra di un jazz bar, e potrebbe essere il 2023 o il 1923. Ma il ticchettio e lo zoom degli sms che volano nell’etere digitale si fanno strada in pochi secondi, trascinandovi nel presente. ‘Blue’ combina l’R&B della vecchia scuola con un ritmo più attuale ed effetti di produzione su frammenti di voci di sottofondo che sembrano al tempo stesso senza tempo ma anche futuristici.
Il contrasto tra le epoche si avverte soprattutto in “For Us”, il brano più interessante di “Layover”. I vocalizzi innalzati che introducono il brano non servono solo come introduzione all’atmosfera, ma come dispositivo per un cambiamento e un piccolo inganno. Quando riappaiono a metà brano, segnalano un imminente cambio di tonalità, che diventa ancora più d’impatto per la sua prefazione ad alto tasso di squittii. Il resto del brano, tuttavia, è deliziosamente d’altri tempi, con i suoi pad di synth e il suo pianoforte brillante che ricordano immediatamente le performance live degli anni ’70, dal ritmo morbido.
Il testo di “Layover” è semplice e tratta in gran parte di una relazione che è andata fuori rotta, ma con V che a volte spera, altre desidera (e a volte entrambe le cose) di poter tornare in pista. È logico. Il titolo dell’album si riferisce a un periodo di attesa – quasi un limbo – durante un viaggio e, in questo caso, il cantante cerca il collegamento con la prossima tappa della sua vita.
“È ora di mettere le cose in chiaro / Dammi un minuto se non è troppo tardi”, dice nella romantica “Slow Dancing”. Nel ritornello, offre un ulteriore incentivo a fare la scelta. “Forse noi / Potremmo essere / Slow Dancing”, suggerisce, con la voce che si muove glaciale e calma come l’attività che sta proponendo. “Fino al mattino / Potremmo ballare l’amore / Per tutta la notte”.
‘Love Me Again’ è più provocatoria. Sembra una conversazione, o che V stia provando come si svolgerà nella sua testa. “È tutto quello che hai da dire / Una parola, tutto qui?”, chiede a un certo punto, facendo seguire al suo interrogatorio una concessione e un’ammissione: “Bene, sarò onesto con te / Butto tutto fuori / Penso a te tutto il tempo / Dove sei, con chi sei / Perso senza di te, piccol*”. È un brano intimo ed emozionante, un vero punto di forza del disco.
“Layover” è un disco che si è fatto attendere a lungo: negli ultimi anni, V ha annunciato sui social media e nelle interviste sia le canzoni che un’uscita completa, per poi cancellare il suo lavoro e ricominciare da capo. Finalmente – con l’aiuto di Min Hee-jin, fondatrice di ADOR e responsabile delle NewJeans – il suo album di debutto è sopravvissuto al duro processo di valutazione ed è un ascolto coinvolgente, che fa scelte artistiche piuttosto che commerciali (vedi il minuto di assolo di flauto serpeggiante alla fine di “Slow Dancing”). V ci ha fatto aspettare, ma ne è valsa la pena.
Fonte originale qui
