In principio fu Rosé, con il suo Rosie. Poi è stato il turno di Jisoo con Amortage. Qualche giorno fa è arrivata anche Lisa e i suoi Alter Ego. E infine, dietro al consapevolissimo perfezionismo da icona di stile e ad un’immagine levigata da supernova del k-pop, ecco che è atterrata sul pianeta dei solo album anche Jennie Ruby Jane.
Le quindici tracce di Ruby disegnano di lei un ritratto sghembo: oscillano tra l’arroganza da rap e confessioni a pelle nuda, rivelando quanto quell’equilibrio perfetto tra popstar e persona – finalmente libera dai codici iper-lucidati dell’industria – sia in realtà un atto di coraggio. Nessuna coreo, nessuno script: qui c’è il brivido di mettere in pausa il personaggio per far parlare le ombre.
Influenzato dalla struttura narrativa shakespeariana di Come vi piace (o As you like it), questo primo album solista ci accompagna attraverso le sette età dell’uomo – dall’innocenza alla saggezza – rivelando le molteplici sfaccettature di un’artista che cerca la sua cifra stilistica nell’abbattimento del muro tra tra Persona ed Ego, tra pubblico e privato. Quando rappa a briglie sciolte in like JENNIE è la diva intoccabile e un po’ snob a emergere, ma quando in Twin la sua voce si incrina per l’emozione, incontriamo finalmente… la ragazza. Jennie Ruby Jane.
Un’opera che, come spesso abbiamo visto accadere in molte delle release recenti, fonde più generi: R&B sofisticato, hip-hop tagliente, alternative pop e momenti acustici con una maestria sorprendente. Perché alla fine dietro ogni grande star ci sta sempre una persona autentica e sfaccettata che cerca di farsi sentire. Ruby è precisamente questo: il momento in cui JENNIE smette di essere solo un’icona tutta maiuscola per diventare la narratrice della propria storia, mostrando che la vera evoluzione artistica inizia quando si ha l’ardire, e la voglia, di essere sé stessi.
Il percorso artistico di JENNIE ha radici profonde che risalgono al 2012, quando la YG Entertainment la presentò al mondo come la misteriosa trainee destinata a grandi cose. Prima ancora del debutto ufficiale con le BLACKPINK, JENNIE si era già fatta notare collaborando con pesi massimi come G-Dragon in Black e apparendo in That XX. Quella ragazza timida ma determinata che si esibiva sulle note di Strange Clouds di B.o.B era già, in nuce, un’artista capace di attraversare generi e stili con naturale eleganza.
Poi, il debutto con le BLACKPINK nel 2016, Hallyu, l’enormità della fama e tutto il resto. Una carriera solista da gestire, il cui apice raggiunge con l’apparizione nella serie HBO The Idol dove, nei panni di Dyanne, mostra non solo le sue capacità recitative ma anche un lato musicale più maturo e sensuale. La collaborazione con The Weeknd per One of the Girls le ha permesso di entrare per la prima volta nella Billboard Hot 100 – dove ha militato per mesi e mesi, segnando l’inizio di un percorso da solista che l’ha portata a fondare la sua etichetta indipendente, Odd Atelier.
È proprio sotto questa nuova bandiera, in collaborazione con la Columbia Records, che JENNIE ha concepito Ruby, iniziando a lavorare al progetto già durante l’ultimo tour mondiale delle BLACKPINK nel 2024. “Non potevo smettere di pensare al mio prossimo passo“, ha confessato in un’intervista, rivelando come questo album rappresenti il coronamento di un sogno a lungo accarezzato. La scelta di creare un’etichetta propria riflette perfettamente la filosofia alla base di Ruby: prendere il controllo della propria narrativa artistica, esplorare territori vergini e liberarsi dalle aspettative.
Il 27 febbraio 2025, JENNIE e Spotify hanno organizzato un evento esclusivo a Seoul, “Rubify“, una celebrazione immersiva del suo album di debutto che ha ospitato 200 fan fortunati. Durante l’evento, JENNIE ha condiviso aneddoti personali sul processo creativo dietro Ruby.
Questo album significa moltissimo per me—è la mia storia, raccontata attraverso la mia voce e la mia visione
ha dichiarato.
Il concetto shakespeariano delle sette fasi della vita ha risuonato profondamente in me, e ho voluto esplorare quelle emozioni—dall’innocenza e l’amore al potere, alla riflessione, all’eredità. Mi è sembrato il modo perfetto per presentarmi come artista solista e mostrare ogni sfaccettatura di chi sono. Mi sono ispirata all’aspetto teatrale, con il sipario che rivela il mio prossimo passo nella mia carriera.
Park Jungjoo, responsabile della musica di Spotify per la Corea del Sud, ha commentato:
Il viaggio da solista di Jennie è incredibile da osservare. Ruby si sta già dimostrando una pietra miliare determinante, ed è stato un onore poter riunire i suoi entusiasti fan per questo evento speciale.
Con 15 tracce che spaziano dall’eterea intro Jane fino alla toccante conclusione acustica di Twin, l’album si configura come un’opera che gioca con le maschere, con il rapporto tra identità e rappresentazione.
La produzione è ricercata e cinematografica, con sonorità che fluttuano tra l’R&B sofisticato, l’hip-hop affilato, l’alternative pop setoso e momenti di introspezione acustica. Quello che colpisce è la fluidità con cui Jennie naviga tra questi generi, mostrandosi altrettanto a suo agio nel rap aggressivo di Like JENNIE quanto nelle sfumature più intime e vulnerabili di Twin.
L’album si apre con un prologo impalpabile. Intro: Jane è un momento sospeso, onirico, che da il tempo all’ascoltatore di predisporsi al viaggio emotivo che sta per intraprendere. Come ha spiegato JENNIE stessa, il riferimento a Jane è un gioco con il suo nome completo – Jennie Ruby Jane -, simbolo del suo ritorno alle radici più autentiche della sua identità.
Dopo questa introduzione ariosa, BOOM!
Le prime parole dell’album sono
ah, it’s gonna be f*cking hard
Jane, alter ego “umano” della divina JENNIE che si è palesato come narratore dell’album nella traccia precedente, è ben consapevole della difficoltà che incontrerà nel processo maieutico di creazione dell’album. Ma, in pieno stile JENNIE, tira fuori la grinta e spara subito una traccia potentissima. Così, giusto per non lasciare dubbi su chi è che ha comanda. Energia allo stato puro, JENNIE sfoggia le sue doti da rapper con una sicurezza disarmante. “No one does it like me, that’s the truth / Built an empire from nothing but my youth“, rappa con un flow aggressivo che ricorda i suoi versi più incisivi nelle BLACKPINK, ma con una libertà espressiva del tutto nuova.
La produzione è disturbante e caotica, e segna un netto distacco dalle sonorità più pulite e commerciali del gruppo. Non la traccia migliore dell’album, ma colpisce.
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Start a War richiama sonorità passate. Da un lato, una struttura melodica che ricorda i Coldplay di Viva la Vida, dall’altro una vocalità che rimanda al periodo d’oro di Rihanna, il tutto arricchito da un suono più contemporaneo e personale. Si parla di resilienza e autodeterminazione, con un ritmo ipnotico che sostiene la voce di Jennie mentre canta: “They thought I’d back down / But I’m ready to start a war“. (“Pensavano che mi sarei arresa, ma sono pronta a iniziare una guerra”).
Ecco la collaborazione che tutti aspettavamo. Io di sicuro, con la cotta stratosferica che ho per Dua Lipa! Handlebars è un pezzo che conquista l’ascoltatore con la sua immediatezza. Personalmente, trovo che ci sia una chimica innegabile tra le due voci, che si intrecciano con naturale eleganza mentre cantano “I trip and fall in love / Just like a Tuesday drunk / I always go all in, all in, all in“
Scritta da un team di autori di peso, tra cui la stessa Dua Lipa e Amy Allen, recentissima vincitrice del Grammy come Songwriter of the Year, la canzone esplora le vertigini dell’innamoramento.
Sulla possibilità di lavorare con Dua Lipa, JENNIE ha dichiarato: “Lavorare con Dua è sempre un piacere. La conosco da tantissimo tempo, e questa volta abbiamo davvero potuto… ok, non so quanto mi sia permesso dire, ma lavorare con lei è come, non sembra nemmeno lavoro, è più come uscire con un’amica“. Non è la prima volta che le due artiste collaborano, hanno già lavorato insieme nel 2017 per Kiss and Make Up delle BLACKPINK.
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Questa traccia si distingue come una di quelle più sicure e personali dell’album, costruita su una base ritmica che richiama intelligentemente e innegabilmente Jenny from the Block di Jennifer Lopez. Il brano crea un interessante parallelo tra i percorsi di entrambe le artiste, dalle loro umili origini alla fama internazionale: Jennie che recita versi incisivi sul contrasto tra il suo passato e il suo presente. Attraverso battiti pulsanti e una produzione affilata, Jennie costruisce una narrazione che parla di rimanere connessi alle proprie radici nonostante l’ascesa nel mondo dello spettacolo. La struttura del brano, con il suo metro cadenzato e le pause strategiche, crea un richiamo nostalgico all’hip-hop dei primi anni 2000, pur rimanendo completamente contemporaneo nella sua esecuzione e nel suo messaggio. E poi, quei shimmi-shimmi-ya sono un dolcissimo colpo al cuore per noi cresciuti negli anni ’90.
Jennie si addentra nel territorio dell’hip-hop sperimentale, accompagnata dalla talentuosa Doechii. Il brano è un’esplosione di energia e creatività, con cambi di ritmo imprevedibili e una produzione che sembra provenire dal futuro. Tra Jennie e Doechii scorre una bella elettricità, i versi si alternano e si sovrappongono creando un dialogo sonoro affascinante.
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Già rilasciato come singolo nel 2024, la prima volta che ascoltato Mantra ho pensato “uh, com’è ripetitiva!!!” per poi connettere il cervello e rendermi conto che da una canzone che si intitola Mantra non ci si può aspettare certo diversamente. Duh.
Il brano è costruito su un beat minimalista ma incisivo – di nuovo, “…duh” – e Jennie alterna canto e rap con una disinvoltura impressionante. “This that pretty-girl mantra, she’s that stunna, Everyone know that she is me“, recita il ritornello, un inno all’autodeterminazione e alla crescita personale che riflette perfettamente il percorso artistico che quest’album simboleggia.
Love Hangover con Dominic Fike è un altro momento di brillante collaborazione nell’album. Il brano fonde elementi di indie rock e R&B in un cocktail sonoro che evidenzia la versatilità di entrambi gli artisti. La produzione è lussureggiante, con chitarre riverberate e percussioni organiche che creano un’atmosfera sognante e un po’ malinconica. “Ah, sh*t, I did it again Oh-oh-oh, but you know l’m gonna do it again, yeah, you know I’m gonna do it again” (Ah, caz*o, l’ho fatto ancora, oh oh, sai che lo rifarò ancora, sai che lo farò ancora), canta Jennie, addentrandosi sul difficile sentiero delle relazioni un po’ tossiche che proprio non si rassegnano a finire. Ci siamo passati tutti.
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Per me LA canzone dell’album. Il brano più sperimentale e sorprendente, un viaggio sonoro che sfida per davvero le convenzioni. La produzione è stratificata e complessa, con elementi di elettronica, psichedelia e world music che si fondono in un caleidoscopio sonoro affascinante.
Il testo ci parla di autonomia e empowerment. JENNIE afferma la sua indipendenza e la sua capacità di non farsi influenzare dagli altri. Versi come “I ain’t what you think about me / Cross me, please” e “Nobody gon’ move my soul, gon’ move my aura, my matter” sottolineano la sua determinazione a rimanere fedele a se stessa e a non lasciarsi condizionare dalle opinioni altrui. Questo messaggio di autodeterminazione è rafforzato dalla sua immagine di “bad bitch” che non può essere intaccata: “Bad bitch case, can’t make me badder“.
La produzione di ZEN è altrettanto incisiva, con un ritmo pulsante e una struttura che alterna momenti di tensione a momenti di rilascio. Gli elementi di elettronica e hip-hop si fondono in un sound moderno e aggressivo, che sostiene perfettamente la voce di JENNIE e il suo messaggio di forza e indipendenza. Il ritornello, con la sua ripetizione di “Nobody gon’ move my soul“, diventa un inno all’autonomia personale.
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La prima cosa che salta all’orecchio è che Damn Right si appoggia su una struttura sonora molto sexy. La seconda è che JENNIE ha una predilezione – apprezzabilissima a mio parere – per le classiche slow jam di fine anni ’90 – inizi 2000 (Usher? Janet Jackson? Erykah Badu? Ci siamo capiti).
Brano R&B contemporaneo, produzione curata da un team di professionisti come Mike WiLL Made-It e 30 Roc, beat morbido e una strumentazione minimalista che lascia spazio alle voci degli artisti… con questi ingredienti non si può sbagliare. Il brano è condotto da tre stili vocali distinti che si intrecciano armoniosamente: JENNIE apre con una voce morbida ma assertiva, Kali Uchis segue con il suo timbro sensuale, Childish Gambino aggiunge un tocco di versatilità passando dal canto melodico ad un rap rilassato. Il testo esplora temi di empowerment e autoaffermazione, con il ritornello “Damn right, I did that” che diventa una dichiarazione di orgoglio per i propri successi.
La struttura del brano è ben definita, con un’introduzione delicata, strofe che alternano i diversi punti di vista degli artisti e un ritornello che si ripete con variazioni vocali, creando un’esperienza di ascolto fluida e coinvolgente. La chimica naturale tra i tre artisti e la produzione raffinata lo rendono un brano che risulta sia contemporaneo che senza tempo.
F.T.S. – acronimo educato per F*ck That Shit (“che si fot7a quella m3rda”, letteralmente) rappresenta il momento liberatorio dell’album. Il testo, appoggiato su una melodia al pianoforte, parla di liberazione personale e ribellione contro le pressioni sociali: “F*ck that shit” ripete il ritornello. La canzone si articola in versi che esprimono la volontà di prendere il controllo della propria vita, come evidenziato nella prima strofa con “Maybe it’s time to take a leap of faith“, e nel pre-chorus dove JENNIE si interroga sulla libertà e l’onestà. Il brano culmina in un coro che ribadisce la sua determinazione a “flip the script“, cambiando il proprio percorso e vivendo autenticamente. La produzione è un equilibrio perfetto tra elementi di ballata e un tocco moderno di pop, con un passaggio dinamico dalle parti più delicate ai momenti più intensi del coro. Questo mix di vulnerabilità e forza rende quella di F.T.S. un’esperienza di ascolto coinvolgente e un simbolo di empowerment per chiunque cerchi di sfidare lo status quo. O più semplicemente, i propri limiti.
Partendo dal presupposto che per me di Filter ce n’è e ce ne sarà sempre una sola, quella cantata da Jimin dei BTS… qui JENNIE ci invita a “take off your filter“, simbolo della libertà di essere sé stessi senza maschere sociali. Il pre-chorus introduce l’idea di “undress me on the way to perfection“, suggerendo che la vera bellezza si trova nell’essere autentici. Il coro, ripetuto e orecchiabile, ribadisce il concetto di “no filter”, sottolineando come l’accettazione di sé stessi senza censure sia la chiave per amarsi di più. La struttura musicale è caratterizzata da un ritmo costante e da un uso efficace di armonie vocali, creando un’esperienza ascolto coinvolgente e motivante. Il brano si conclude con un outro che riprende il tema dell’introduzione, chiudendo il cerchio di un messaggio di empowerment e autostima.
Omaggio sentito alle proprie radici, questo pezzo cinematico e atmosferico funge da tributo alla città e all’identità stessa di JENNIE. Le sonorità synth e il groove profondo lo rendono avvolgente, creando un’atmosfera quasi nostalgica mentre Jennie canta del suo rapporto complesso con la città che l’ha vista crescere e affermarsi. Il testo esplora temi di desiderio e connessione emotiva, invito a una relazione profonda e personale. Il (un po’ trito, per la verità) gioco di parole tra “Seoul” e “soul” diventa il cuore emotivo del brano, rappresentando la connessione tra la città e l’anima del partner. Il post-chorus aggiunge un tocco giocoso con riferimenti alla cultura coreana, come il codice di chiamata internazionale “+82“, e introduce una dinamica di controllo e libertà con la figura di “Mr. General”. La canzone si conclude con un’immagine di paradiso, “Flying lights, paradise“, che riflette il desiderio di una fuga romantica.
Forse il brano più debole dell’album, Starlight gioca sui contrasti: parte come una ballata emotiva e si trasforma in una traccia ritmata e percussiva. La transizione è interessante, anche se fatica a scavare un sentiero fra i ricordi.
La canzone inizia con un’introduzione eterea e contemplativa, seguita da un primo verso che mette in luce la tensione tra l’immagine pubblica di JENNIE e le sue lotte interne. Lei si confronta con la percezione altrui, chiedendo “What about the moments in between?” e “What about the black mystery?“, sottolineando la complessità della sua identità. Il pre-chorus introduce un senso di nostalgia e riflessione con la ripetizione di “Now I remember the night“, mentre il coro diventa un inno di speranza e determinazione, con la ripetizione di “Starlight bright” che simboleggia la luce guida nella sua ricerca di autenticità.
L’outro, proposto in coreano dalla voce dell’attore Yeo Jin Goo così come l’intro, aggiunge un tocco di speranza e aspirazione, grazie all’immagine di una stella che si avvicina, simboleggiando la progressiva realizzazione dei propri obiettivi.
Come una stella scintillante laggiù
Ti stai avvicinando sempre di più nei miei sogni?
Brano profondamente personale e emotivo, esplora la complessità di una relazione passata attraverso una lente di nostalgia e introspezione. La canzone si apre con un’introduzione acustica delicata, che crea un’atmosfera intima e riflessiva, permettendo a JENNIE di esprimere la sua vulnerabilità in modo palpabile.
Il testo è strutturato come una lettera a un vecchio amico o a un ex partner, con la ripetizione del refrain “It’s like I’m writing a letter, but I’m writing a song“, che sottolinea la difficoltà di esprimere i propri sentimenti in modo diretto.
La produzione, caratterizzata da un uso minimalista della chitarra acustica con un leggero tocco country che evoca immagini di falò notturni e confessioni, lascia spazio alla voce più melodrammatica di JENNIE, creando una bolla di empatia dalla quale si fa fatica ad uscire. Twin è il momento più intimo e sincero dell’album e fa salire la lacrima, a chi canta così come a chi ascolta.
Ascoltando Ruby, è impossibile non notare quanto questo lavoro si discosti dall’universo sonoro delle BLACKPINK. Se le produzioni del gruppo sono caratterizzate da una formula ormai collaudata di dance pop ed elettronica con ritornelli esplosivi, Ruby esplora territori molto più vari e personali. JENNIE sembra aver trovato una voce artistica autentica, lontana dall’immagine più commerciale e accessibile delle BLACKPINK.
Non è tanto una questione di qualità – le BLACKPINK rimangono un fenomeno straordinario che ha sfornato brani generazionali– quanto di direzione artistica. Ruby è un album che si prende rischi, che non teme di esprimere pienamente la sua natura sperimentale, a tratti ostica, che privilegia l’espressione personale rispetto all’immediata accessibilità commerciale. Come ha dichiarato la stessa Jennie
Ho dovuto abbattere quel muro e trovare me stessa prima di entrare in studio con qualsiasi altro artista. Quindi, una volta superato quel muro dentro di me, tutto il resto è avvenuto in modo davvero naturale, facile.
Nel panorama attuale, dove le linee tra generi e culture musicali sono sempre più sfumate (e il k-pop genere/non genere per eccellenza ne è espressione più autorevole) JENNIE si posiziona come un’artista capace di trascendere etichette e confini. Ruby è un’opera che funziona perché non replica, non usa stampelle, non accampa scuse, ma si avventura con sfrontatezza verso orizzonti sconosciuti.
Solo il tempo dirà se questo album rappresenta un punto di svolta definitivo o solo un esperimento isolato. Solo il tempo dirà se si tratta di sperimentazione o consacrazione. Personalmente, propendo per la seconda ipotesi: con Ruby, JENNIE ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per costruire una carriera solista duratura e significativa.
Ruby non è solo un grande album di debutto per JENNIE, ma a mio avviso potrebbe rappresentare anche un possibile nuovo capitolo per il k-pop stesso, dimostrando che è possibile partire da una formula mainstream e commerciale per poi evolversi verso una proposta più autoriale e personale, senza perdere la propria identità o il proprio pubblico.
Nel frattempo possiamo goderci questo gioiello musicale che brilla di luce propria, proprio come il rubino che gli dà il nome: prezioso, sfaccettato e impossibile da ignorare. JENNIE è un’artista completa che ha trovato la propria voce e non ha paura di usarla. E noi non possiamo che essere grati di poterla ascoltare.