Il tribunale distrettuale centrale di Seoul ha condannato Han Duck-soo a ventitre anni di reclusione. La sentenza chiude il primo capitolo giudiziario sul caos della legge marziale dello scorso dicembre, stabilendo un precedente pesantissimo: l’alta burocrazia non è immune se asseconda deliri autoritari.
Han non è finito in cella per essere rimasto a guardare. I giudici sono stati chirurgici nel descrivere il suo ruolo: è stato il braccio amministrativo del tentato golpe. Senza la sua controfirma, il decreto di Yoon Suk-yeol sarebbe rimasto un foglio di carta straccia senza valore legale. Han ha scelto consapevolmente di apporre quel sigillo, dando una parvenza di legittimità costituzionale a un atto che mirava a soffocare la democrazia.
Ma c’è di più. Durante quella notte drammatica, Han ha presieduto il consiglio dei ministri lampo, agendo come un vero e proprio “pivot”: ha spinto i ministri più dubbiosi ad approvare la misura, garantendo a Yoon l’unanimità necessaria per procedere. È stato lui a coordinare le agenzie civili mentre i reparti speciali puntavano verso l’Assemblea Nazionale, assicurandosi che la macchina statale non si opponesse ai militari.
Il tribunale ha polverizzato la tesi della difesa, che descriveva Han come un semplice passacarte. Per la legge sudcoreana, il primo ministro ha il dovere di tutelare la Costituzione; Han ha invece preferito gestire la logistica di un colpo di Stato.
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