Se verrò ricordato come un attore che ha donato un po’ di gioia, per me sarà abbastanza.
Per quasi settant’anni, Ahn Sung-ki è stato una presenza costante nel cinema coreano, una guida, una figura di riferimento silenziosa ma fondamentale.
Si è spento oggi, all’età di 74 anni, dopo sei giorni di ricovero in terapia intensiva, lasciando una filmografia sterminata e un’impronta che va oltre i numeri.
Di seguito la comunicazione della sua agenzia, la Artist Company:
“Con un profondo senso del dovere verso la sua arte e una sincerità incrollabile, Ahn Sung Ki ha camminato accanto alla storia della cultura popolare coreana. Le sue interpretazioni erano sempre rivolte alle persone e alla vita stessa, e attraverso innumerevoli progetti ha offerto una risonanza profonda e conforto tra epoche e generazioni.
Soprattutto, prima di essere un attore, ha sempre coltivato dignità e responsabilità come essere umano, mostrando rispetto verso artisti senior e junior e verso chiunque sul set. Era un “attore nazionale” nel senso più vero del termine. Artist Company è profondamente rattristata da questa notizia improvvisa.
Preghiamo per il riposo del defunto ed estendiamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia”.
Più di 170 film. Una carriera che, film dopo film, ha raccontato l’evoluzione stessa del cinema sudcoreano. Ahn Sung-ki era noto per la sua autorevolezza calma; sapeva essere protagonista e sostegno, volto centrale o presenza discreta. Passava con naturalezza dalla commedia al dramma, dal realismo sociale al cinema di genere, conquistando la fiducia di registi, colleghi e pubblico. Sempre.
Entrò nel mondo del cinema quando aveva appena cinque anni, scelto da Kim Ki-young per The Twilight Train (1957). Da lì iniziò un percorso precoce e intensissimo: oltre settanta film prima ancora di diventare adulto, tra cui capolavori come The Housemaid.
Poi si fermò, studiò, servì nell’esercito, e tornò sullo schermo alla fine degli anni Settanta, trasformandosi in uno degli attori più importanti della sua generazione.
La svolta arrivò con Good Windy Days (1980). Un film generazionale, sporco di realtà e sogni infranti, in cui interpretava un giovane uomo ai margini di una Seoul in trasformazione. Quel ruolo gli valse importanti riconoscimenti e segnò l’inizio di una nuova fase: quella dell’attore adulto, consapevole, profondamente umano.
Negli anni Ottanta e Novanta divenne un volto centrale della rinascita creativa del cinema coreano, con ruoli che esplorarono dubbi, traumi e tensioni sociali. Non ebbe paura di sfidare tabù o di cimentarsi nella commedia e nel cinema d’azione, sempre con la stessa intensità e autenticità.
Pur essendo uno dei volti più riconoscibili del Paese, Ahn scelse quasi esclusivamente il cinema. Niente drama televisivi, niente palcoscenici. Solo film, che per lui erano un nuovo viaggio, un incontro, una scoperta.
Negli anni Duemila continuò a lavorare con costanza, partecipando a film simbolo dell’industria contemporanea, accompagnando nuove generazioni di attori e registi.
Il cinema coreano piange oggi una presenza morale, un esempio di dedizione, gentilezza e coerenza. Un uomo che ha portato sulle spalle il peso della sua epoca con grazia, film dopo film.