Tutto ebbe inizio in una notte infausta, quella del 17 novembre 1905. Nella Sala Jungmyeongjeon di Seoul, circondato dalle truppe giapponesi e sotto la minaccia diretta del marchese Itō Hirobumi, fu firmato il Trattato di Eulsa. Cinque ministri coreani cedettero alle coercizioni, consegnando la sovranità diplomatica del paese al Giappone, mentre l’imperatore Gojong si rifiutò disperatamente di apporre il sigillo reale.
Tredici giorni dopo, in una stanza privata, il generale Min Yeong-hwan (1861‑1905), aiutante di campo dell’imperatore, prese la decisione estrema. Il trattato era stato firmato; la Corea aveva perso la sua sovranità. Min non poteva accettarlo. Si tolse la vita, lasciando che il suo sangue impregnasse le sue vesti e il pavimento di legno.
La storia sarebbe potuta finire lì, nel silenzio. Invece, la leggenda narra che un anno dopo, rompendo le assi del pavimento intrise di sangue, spuntarono quattro canne di bambù. Avevano 45 foglie, esattamente gli anni vissuti dal generale. La chiamarono Hyeoljuk (혈죽), il “Bambù di Sangue”.
Oggi quella storia non è in un museo. È diventata un abito, nato da una richiesta straordinaria: un discendente della Dinastia Yi commissionò un pezzo per incarnare quella memoria. Così è nato il Min Yeong‑hwan Blood Bamboo Suit, creato da Yeaji Lee, la designer che porta a Milano l’arte dell’“architettura della memoria”.
Jeong
Prodigio artistico inserito nel sistema d’élite coreano dall’età di sette anni, Yeaji ha fondato il suo brand, It’s Yeah, a Seoul nel 2021. Al suo centro c’è un concetto filosofico non negoziabile: Jeong. “Per me, Jeong non è semplicemente un’emozione; è un’energia profonda e connettiva che lega le persone e il mondo in modo positivo e significativo”, afferma.
È questa energia a plasmare la sua idea di lusso, contrapposta alla frenesia delle tendenze. Il suo obiettivo è creare oggetti che trasmettano sensazioni “chiare, fresche, giocose e pure — una sorta di purezza che il lusso contemporaneo spesso trascura”.
Tradurre, non Decorare
Il suo lavoro è un atto di traduzione culturale costante. La sfida più grande, racconta, è evitare che i riferimenti coreani diventino ornamenti superficiali. “Il mio processo inizia con la comprensione degli strati storici, filosofici ed emotivi dietro ogni riferimento, e poi con il ristrutturarli in un linguaggio universalmente risonante”.
In questo, la creatività nasce da una dialettica precisa: “dal ricombinare ciò che già esiste — attraverso adattamento, decostruzione, fusione e riassemblaggio”. It’s Yeah, dice, “incarna quella forza di reinterpretazione, un’energia unica di traduzione culturale”.
Milano
La svolta arriva nel 2022, con la prima commissione couture da un cliente della famiglia reale coreana per il Min Yeong‑hwan Blood Bamboo Dress. “Il momento in cui ho sentito che It’s Yeah aveva trovato la sua vera voce è stato quando il nostro primo cliente couture è arrivato dalla Famiglia Reale Coreana, la cui eredità abbraccia 500 anni”, rivela. Quell’incarico, da progetto singolo, è diventato un rapporto duraturo.
Ma è il trasferimento a Milano, e la selezione per l’AZ Academy del Gruppo Richemont nel 2024, a dare struttura internazionale alla sua visione. “Vivere a Milano ha ampliato profondamente la mia prospettiva”, ammette la designer. L’incontro tra la sua sensibilità coreana e il saper fare artigianale italiano ha affinato il suo approccio, rendendolo “più chiaro, intenzionale e strutturalmente solido”.
Lusso Culturale Senza Tempo
L’esperienza con l’ecosistema del lusso europeo ha consolidato la sua rotta. “Ha ulteriormente rafforzato la mia convinzione che It’s Yeah possa tradurre l’eredità in un linguaggio di lusso moderno e globale”, sostiene.
Mentre molti brand cavalcano l’onda della popolarità coreana, Yeaji puna a un orizzonte più lungo. “La mia intenzione è costruire un brand che accompagni le persone durante tutto il loro viaggio nella vita”, dice. La lezione fondamentale è che l’essenza di un marchio è plasmata “non dalle tendenze, ma dall’autenticità, dalla qualità, dall’artigianalità e dai valori che durano nel tempo”.
It’s Yeah aspira dunque ad offrire “lusso culturale senza tempo”: un brand con cui vivere e crescere, che custodisce un significato emotivo più profondo di qualsiasi appeal effimero.
La storia del generale Min e del suo Bambù di Sangue non rimane relegata al passato. Attraverso il Jeong, l’artigianalità milanese e la struttura di un colosso come Richemont, Yeaji Lee la riassembla in un’architettura portatile per il nostro tempo. Un spazio di memoria in cui un grido di dolore — e il grido di ottimismo, “yeah” — possono finalmente coesistere.
Il Potere dell’Involontario
La narrazione di Yeaji Lee suggerisce che i percorsi intrapresi “involontariamente” possono condurci, con precisione sorprendente, verso la nostra vera destinazione. In origine, Yeaji aspirava a studiare visual e industrial design, immaginando un futuro come progettista di parchi a tema o creatrice di mondi ibridi dove spazio, narrazione ed esperienza convergono.
È stato entrando nel mondo della moda che ha scoperto qualcosa di inaspettato: la moda non come superficie, ma come struttura. È un medium capace di costruire mondi tematici, identità, narrazioni, sogni e ricordi. Qui, Yeaji ha trovato la gioia di progettare non oggetti isolati, ma universi narrativi indossabili, dove ogni capo diventa uno spazio da abitare.
È qui che il cerchio si chiude. L’abito del Generale Min Yeong-hwan non rimane una semplice citazione storica, ma la manifestazione più profonda della sua metodologia. Attraverso la moda, Yeaji dialoga con il tempo — passato, presente e futuro — intrecciando artigianalità, memoria e un dialogo intergenerazionale. Quel tragico momento del 1905 non è confinato al passato; si trasforma in uno spazio che respira e si muove, permettendo al tempo di continuare a scorrere attraverso la trama del tessuto e nelle strade della moda globale.