Ed ecco qua. Venerdì 3 novembre scorso è uscito l’album solista del membro più giovane e versatile dei BTS, Jung Kook, che conclude la prima sfornata di solo album rilasciati in quello che è stato da loro stessi definito “Chapter two”. Il secondo capitolo segue quello che li ha visti debuttare nel 2013 e li ha portati fino a quel giorno di metà giugno 2022, quando hanno annunciato che avrebbero preso una pausa dalle attività di gruppo allo scopo di rinfrescare un po’ la vena artistica e, non di meno, di assolvere ai civici doveri di leva.
Da quel giorno, vissuto dalla maggior parte di noi fan come un dolorosissimo e innecessario – ma non inatteso – armageddon, non c’è stato un momento di riposo: in luglio ha aperto le danze, è proprio il caso di dirlo, j-hope con Jack in The Box, suo secondo album da solista (il primo, Hope World, uscì nel 2018); in ottobre è stato il turno di The Astronaut, album “monografico” di Jin – membro più anziano del gruppo e primo a partire per l’esercito. E’ stata poi la volta di Indigo del leader RM, uscito i primi di dicembre; poi, in marzo, è arrivato Face, il mini album di Jimin, seguito a stretto giro da D-DAY, full album di SUGA al quale è seguito un lungo tour terminato in agosto, giusto in tempo per la release di Layover di V, uscito all’inizio di settembre.
A chiosa di questo turbinio musicale, qualche giorno fa è arrivato GOLDEN, un full album composto da 11 canzoni, di cui due/tre – Seven feat. Latto nella sua doppia versione Clean ed Explicit e 3D feat. Jack Harlow – uscite come pre-release tracks.
La traccia principale è Standing Next To You, una canzone davvero trascinante la cui musica pare scritta da un centipede Frankenstein nato dall’assemblaggio di Bee Gees, Michael Jackson, Bruno Mars e Harry Styles.
Seven, la prima pre release track, ha debuttato al numero 1 della Billboard Hot 100 ed è stata al vertice per sette settimane consecutive; vi milita tutt’oggi, così come nella top 10 della Billboard 200, US excluded e no. Questo strabiliante successo di classifica è la manifestazione di un fatto ancor più maestoso: la traccia è diventata la più veloce della storia a superare il miliardo di ascolti su Spotify. Per questi motivi, oltre che per il semplice fatto che a parlar dei BTS si fa sempre buoni numeri, con l’uscita dell’album si sono moltiplicate le recensioni, i commenti, gli articoli.
E di questo fatto che a parlar di BTS si ottiene tanta attenzione, oltre a noi di koreami.org, a quanto pare è a conoscenza anche qualche non meglio identificato rapper della scena italiana.
Su quest’album è stato detto di tutto e di più. Le aspettative sulle spalle di Jung Kook erano altissime, e lui stesso ha contribuito a mantenere l’asticella ad un livello sovrumano: a poche ore dall’uscita della title track ha detto di sentirsi molto confidente sul suo successo.
Che ci sarebbero state delle critiche lo si poteva immaginare già nel momento in cui è uscita la tracklist, evento che ha reso immediatamente lampanti due fatti: uno, le canzoni sarebbero state tutte e solo in lingua inglese e due, Jung Kook non ha partecipato alla scrittura, né dei testi né della musica, e non ha preso parte al processo di produzione delle tracce: le ha “solo” scelte.
Se il primo fatto ha portato dispiacere soprattutto a molt* ARMY della prima ora (quell* pre-pandemic*, abituat* a successi al più bilingue e affezionati all’Hangul), il secondo ha trovato spazio anche nelle recensioni pubblicate sulle grandi riviste.
In effetti, molti dei giornalisti che si occupano di musica sono rimasti un po’ delusi. Ad esempio e in primis, dai testi prescelti, considerati per buona misura troppo semplici. Mary Siroki su Consequence scrive “(…) meno memorabile è la sua collaborazione con DJ Snake, “Please Don’t Change”. Jung Kook brilla nei versi, ma forse un ritornello che ripete “Please don’t change, because I love you the way you are” non colpisce allo stesso modo dopo averlo sentito pronunciare, con sentimento eloquente e pieno di amore, “I hear the ocean from far away/ Across the dream, past the woods/ Following this clarity, take my hands now” (sento l’oceano da lontano, attraverso il sogno, oltre i boschi), come nel suo brano “Euphoria”.
E come biasimarti, cara Mary! Jung Kook ha certamente delle ottime caratteristiche autorali, è in grado di scrivere dei testi magnifici, pieni di pathos, di immagini evocative, talvolta delle vere e proprie scenografie musicali.
Ancora, sempre Mary Siroki parla di “lirismo stereotipato” riferendosi a Too sad to dance, mentre Rihan Daly dalle righe del NME sostiene che “alcune b-sides” non siano “memorabili”. Di Somebody parla come di una canzone poco brillante, rilevando tra l’altro e a ragione, un mixaggio particolare della voce di Jung Kook nella prima strofa, che definisce “strano”. E in effetti per 20 secondi buoni chi canta non sembra Jung Kook.
In sostanza, la valutazione di Daly, ma direi anche di Mary Siroki e di molti altri, è che Jung Kook sia un interprete eccezionale, ma che alcune delle canzoni che ha scelto di interpretare non siano “al suo livello”.
Parlando dell’album dal punto di vista vocale, Daly sostiene addirittura che GOLDEN “non sembri un album che lui e solo lui avrebbe potuto pubblicare”, delegando alla (sola? fosse poco!) interpretazione di Jung Kook il compito di qualificare positivamente l’intero lavoro.
Un’altra osservazione che è stata mossa all’album è che non osi abbastanza, che non si sposti da una comfort zone di significati, parlando esclusivamente di un tema scontato e troppo mainstream come l’amore, perno per eccellenza nella musica e nell’arte in generale – da sempre e per sempre. Ancora, che l’album è stato diviso troppo nettamente in due parti dal punto di vista narrativo, descrivendo in maniera quasi geometrica la parabola di una storia d’amore che nasce e finisce, o che sia troppo “esplicito” nel suo riferirsi anche (addirittura, come osa a 26 anni?) ad esperienze sessuali. Alexis Petridis sul The Guardian ha definito GOLDEN addirittura un “reame orgiastico”, sostenendo che “ i fan dei BTS sono così devoti che se Jung Kook avesse iniziato la sua carriera da solista con una cover di Crepitating Bowel Erosion dei Carcass”, una canzone non troppo orecchiabile parrebbe, “avrebbero mandato anche quella al primo posto” delle classifiche.
Chi scrive le recensioni sa certamente fare il suo lavoro, e la maggior parte delle obiezioni tecniche (testi semplici, mixaggio “strano” della voce) sembrano a chi scrive abbastanza oggettive e difficilmente confutabili; il resto – una canzone che piace meno di un’altra, la noia rispetto al tema complessivo dell’album – sono osservazioni personali che trovano comunque il loro spazio nel contesto di un articolo giornalistico, o in generale nel discorso pubblico su qualsiasi argomento.
Come ARMY potrei dedicarmi a controbattere alcune delle critiche, e come avrete capito nell’intimità del mio cervello l’ho fatto. Potrei citare tutte le interviste che ho letto e tradotto, nelle quali Jung Kook spiega il perché ha scelto di cantare in inglese, dicendo di volersi mettere alla prova come umano e come artista con una lingua che non masterizza; potrei ricordare quando ha detto di aver realizzato di non avere storie proprie da raccontare in questo particolare momento della sua vita, e di aver quindi deciso di affidarsi alla penna di altri autori; o ancora quando ha esplicitato il motivo per cui ha scelto proprio queste 11 tracce, che parlano ebbene sì! anche di sesso (“Alla fine, quanti anni ho?” chiede il povero Peter JK Pan alle persone che lo vorrebbero per sempre su una assai poco divertente Isola che non c’è), o quando sostiene di aver scelto l’amore come argomento per l’album perché tema universale, linguaggio che tutti possono capire. Potrei, ancora, ricordare quanto sia per i BTS vitale cercare di infrangere le barriere linguistiche attraverso la musica. Cantare in inglese per loro può essere un ottimo modo per “sentire” nella loro voce e sulla loro lingua lo sgretolarsi di questi muri culturali.
Come appassionata di musica, invece, potrei far notare che non tutti i grandi musicisti sono cantautori, che il mondo ha bisogno di grandi voci così come di grandi parolieri, e che affidarsi a sensibilità e fraseggi altrui può essere un ottimo modo, per un artista, per esplorare l’inesplorato. Potrei argomentare che non tutti gli album musicali devono per forza ispirarsi a qualcosa o a qualcuno, ad esempio a grandi filosofi del passato – Carl Jung per dirne uno – e che l’amore è sempre stato e sempre sarà la maggior fonte di ispirazione per tutti gli umani, a maggior ragione se artisti. Potrei parlare della devozione e della gratitudine di un fandom per il proprio artista e citare decine di esempi virtuosi e magnifici di questo tipo di relazione. Potrei, scendendo nella minuzia, soffermarmi sullo studio della pronuncia che impreziosisce due parole abbastanza standard come “tears” e “cheers” in Shot full of tears… potrei dire tante cose. Tuttavia, dirò l’unica che per me ha veramente senso, e che rappresenta una verità universale e incontrovertibile: la musica si ascolta con le orecchie ma si sente con il cuore. E questo vale a maggior ragione per i BTS.
Possiamo dire tutto quello che vogliamo su GOLDEN e sulle singole tracce che lo compongono, possiamo metterlo sotto un gigantesco microscopio, fare le pulci ad ogni nota e analizzare parola per parola ogni riga di testo. Ma alla fine della fiera, la differenza la fanno sempre le nostre dita e quello che il nostro cuore le spinge a cercare nelle nostre playlist.
Staremo a vedere quello che le nostre dita, quelle di noi ARMY e di quelli che sono stati definiti “ascoltatori più agnostici”, ci racconteranno di GOLDEN.
Trovate la traduzione dell’articolo di Mary Siroki per Consequence qui.
Trovate la traduzione dell’articolo di Rihan Daly per NME qui.
Trovate la traduzione dell’articolo di Alexis Petridis… no, non la trovate, non l’ho tradotto. L’articolo però lo trovate qui.