Dept. | © Unikorn Union

Intervista | Luce e ombra: Dept si racconta, “Sono più giocoso di quanto la mia musica lasci credere”

Elisa
By Elisa
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La connessione più forte con un artista, per me, scatta quasi sempre attraverso una singola canzone. Una traccia che mi entra dentro e non mi lascia più. Per me, quel momento è arrivato nel 2021. La canzone era Winter Blossom e, a mio parere, resta una delle tracce più belle mai rilasciate, un gioiello di nostalgia e melodia che definisce un intero stato d’animo. Da allora, Dept è una presenza costante nelle mie playlist.

Avere un artista in cuffia per anni significa costruirsi, volenti o nolenti, un’immagine di lui, una sua proiezione chiara telo della propria fantasia. E un po’, alla fine, ci si aspetta di conoscere chi si nasconde dietro quelle note. Per me, Dept era l’artista delle “note di copertina digitali” – i piccoli testi di presentazione che si trovano sulle piattaforme di streaming, come Spotify o YouTube Music, sotto una canzone, che funzionano un po’ come le vecchie “note di copertina” che si trovavano nei libretti dei CD o sul retro dei vinili. Era la voce che esplora “la nostalgia e l’incertezza”. Mi ero immaginata un ragazzo introspettivo, sognante, forse quasi malinconico. Per questo, intervistarlo era un desiderio che coltivavo da tempo. L’uscita del suo nuovo album, Dream Age, è stata l’opportunità perfetta.

Mi aspettavo di incontrare l’artista che mi ero immaginata. Mi sono trovata davanti una persona matura, consapevole, e, come dice lui stesso, “inaspettatamente giocosa”.

È un contrasto affascinante. Ed è uno stacco che si ritrova in tutta la sua storia, nella serie di dualismi che lo definiscono. C’è l’ingegnere meccanico e c’è il DJ. C’è il produttore che per anni si è sentito a suo agio “dietro le quinte” , al riparo, mosso forse, come ammette lui stesso, da “un po’ di paura”. E c’è il cantante che oggi affronta il palco con “eccitazione e vulnerabilità” , trovando l’esperienza “forse settanta volte più gratificante”.

Leggendo le sue risposte, mi ha colpito una riflessione in particolare, forse perché così lontana dalla nostra realtà: l’impatto della leva militare. Non solo un obbligo o un’interruzione, ma una “pausa forzata”, un “ambiente molto ristretto” che diventa, paradossalmente, uno spazio di chiarezza. Chissà quanti giovani coreani vivono quel momento come un’occasione per rimettere in discussione tutto. Per Dept, è stato il momento esatto in cui ha capito cosa doveva fare. È stato il catalizzatore che gli ha dato il coraggio di abbandonare la sua formazione accademica e la carriera che gli si prospettava per seguire la musica, “da zero” , affrontando un “periodo di disperazione” pur di trasferirsi a Seoul.

Ho parlato con lui del suo nome (quel “Debito” che sente verso l’arte che lo ha preceduto), del suo processo creativo basato sulla fiducia totale nel suo “Dipartimento” (così chiama i suoi team) e del suo nuovo album, Dream Age. Ma soprattutto, ho avuto il piacere di scoprire la persona profondamente onesta che si nasconde dietro l’artista che ascoltavo da anni.

Eccovi, quindi, Dept.

Il tuo percorso è affascinante: dagli studi di ingegneria meccanica alla dedica totale alla musica dopo il servizio militare. Cosa ti ha dato il coraggio di fare un cambiamento così profondo e come influenza quella determinazione iniziale la tua filosofia creativa oggi?

Ho sempre voluto fare musica. Prima di allora, avevo imparato a fare il DJ, quindi avevo già familiarità con la produzione. La leva militare – essere in un ambiente molto ristretto come l’esercito – mi ha fatto capire quanto volessi dedicarmi alla musica una volta uscito. Dopo il congedo, ho lavorato part-time per sei mesi a Jinju solo per potermi trasferire a Seoul. Quel periodo di disperazione mi ha dato la mentalità che ho ora: non temo le nuove sfide, perché ho già sperimentato cosa significa partire da zero.

Il tuo nome d’arte, “Dept,” unisce i concetti di “Debito” musicale e “Dipartimento”. Hai spiegato che “Dipartimento” non si riferisce a un’entità accademica, ma a un team, un’unità creativa che lavora insieme. Come si traduce questa filosofia del lavoro collettivo nel tuo processo creativo quotidiano, specialmente quando componi e produci?

 Per me, “Dept” ha sempre riguardato l’idea di un team piuttosto che un singolo individuo. Ogni progetto su cui lavoro inizia con la mia direzione in termini di scrittura, suono e visione d’insieme, ma cresce attraverso la collaborazione. Lavoro a stretto contatto con direttori musicali e produttori che condividono i miei stessi valori creativi, e spesso affido al mio team aspetti come l’artwork o decisioni di produzione dettagliate. Quella fiducia permette a tutti di proporre le loro idee migliori. Anche se guido il processo creativo come regista, lo vedo come un viaggio condiviso, in cui il contributo di ognuno diventa parte della storia finale.
 

Il tuo nuovo album, Dream Age, è descritto come un viaggio in un mondo “dove luce e ombra si confondono” , una registrazione dei momenti in cui “incontriamo noi stessi”. Oltre a essere la storia dei tuoi sogni, quale messaggio speri che i tuoi ascoltatori traggano da un concetto così introspettivo?

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La vita è sempre un equilibrio tra luce e ombra. Quando arriva la luce, non dobbiamo celebrare eccessivamente, e quando arriva l’oscurità, non dobbiamo cadere nella disperazione. Ho sognato di essere un musicista per oltre 20 anni e credo davvero che stiamo vivendo in un’epoca in cui i sogni possono diventare realtà se continui ad andare avanti. Attraverso Dream Age, volevo ricordare agli ascoltatori che, indipendentemente da quanto la vita sembri incerta, se credi nel tuo ritmo e continui a percorrere la tua strada, i tuoi sogni alla fine prenderanno forma.

Dept | © Unikorn Union
Dept | © Unikorn Union

La tua musica è profondamente emotiva, e i testi esplorano spesso sentimenti universali come la nostalgia e l’incertezza. Come riesci a trasmettere queste emozioni specifiche attraverso le barriere linguistiche e culturali, specialmente ora che la tua musica sta raggiungendo un pubblico globale in continua espansione?

Cerco di non pensarci troppo. Per me, scrivere testi è come lanciare una vasta rete: non puoi controllare quali storie o emozioni le persone ne trarranno. Le mie canzoni toccano la nostalgia, la solitudine, l’appagamento e persino le idee di luce e oscurità, bene e male. Non voglio confinare quelle emozioni in una singola parola o lingua. La musica ha il suo linguaggio emotivo e, quando è onesta, trascende naturalmente i confini. Mi concentro solo sul raccontare storie autentiche e confido che la sincerità riesca sempre a connettersi con le persone, ovunque si trovino.

Dopo aver consolidato una forte presenza in Asia con i tuoi tour, ti stai preparando per il tuo primo tour europeo. Cosa ti ha ispirato a scegliere l’Europa come prossima destinazione e cosa significa per te portare il mondo di Dream Age a un pubblico completamente nuovo?

La cultura europea mi ha sempre ispirato, non solo musicalmente, ma anche nel modo in cui abbraccia l’arte e l’individualità. È un posto in cui sogno di esibirmi da molto tempo, quindi questo tour è sia una sfida che una ricompensa. Il tema di Dream Age riguarda l’inseguire i sogni e affrontare nuovi orizzonti, quindi portare questo album in Europa è profondamente simbolico, come vivere il messaggio stesso del disco.

Molte delle tue tracce sono accompagnate da descrizioni poetiche che guidano l’ascoltatore nell’atmosfera della canzone, quasi come “note di copertina digitali”. Viene prima la musica o il concetto emotivo che vuoi esplorare? E come si sviluppa questo dialogo tra suono e narrazione?

Non li separo realmente. Il messaggio – la storia che voglio raccontare – è sempre al centro del mio lavoro, ma la musica e l’emozione si evolvono insieme. Dato che la musica è qualcosa che senti e provi, il suono diventa naturalmente parte di quel messaggio. A volte i testi ispirano la melodia, altre volte è il suono a guidare la storia. È una conversazione costante tra parole ed emozione, e quel dialogo è ciò che rende il processo significativo per me.

Incontrare i tuoi fan europei per la prima volta è un momento significativo. Oltre alla musica, quale connessione speri di creare con loro? C’è una parte della tua “nuova cultura” che sei particolarmente entusiasta di condividere con un pubblico che potrebbe conoscerti principalmente attraverso lo streaming?

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Voglio mostrare il mio lato umano. Molte persone mi conoscono attraverso le mie canzoni, i miei artwork o i miei testi: le parti emotive e introspettive di chi sono. Ma di persona, sono in realtà piuttosto giocoso e spensierato. Mi piace l’umorismo e mi piace connettermi con le persone in modo naturale. Penso che quando i fan vedono entrambi i lati – l’artista e la persona – si crei un legame più profondo e autentico. Questo tipo di connessione onesta è qualcosa che non vedo l’ora di vivere in questo tour.

Dept | © Unikorn Union
Dept | © Unikorn Union

Le collaborazioni globali sono un elemento chiave del tuo suono. Senti che questo scambio culturale sia essenziale per la tua filosofia di “ripagare il debito della musica autentica”? E come pensi che questo approccio influenzerà la tua musica mentre continui ad espanderti in nuovi territori come l’Europa?

Ogni forma d’arte – specialmente il cinema e la musica – ha un debito con ciò che è venuto prima. Niente è veramente creato in isolamento. Credo che la collaborazione sia il linguaggio naturale della nostra generazione. È così che la creatività si evolve e l’arte autentica continua a crescere. In questo senso, il nome “Dept” e la filosofia che ne sta alla base riflettono i tempi in cui viviamo: un’era in cui condividere idee e ispirazione tra culture non è solo significativo, ma essenziale.

Sei passato dall’essere un produttore “dietro le quinte” al cantante principale sul palco. Come ha cambiato questo passaggio il modo in cui vivi ed esegui le tue stesse canzoni, specialmente tracce intime come quelle di Dream Age?

Mi ha cambiato molto. Come produttore, ero a mio agio dietro le quinte: guadagnavo, facevo musica, ma non ero conosciuto. Ripensandoci, c’era un po’ di paura in quello. Diventare un cantante e mostrare la mia faccia al mondo ha portato sia eccitazione che vulnerabilità. Ora mi sento più connesso che mai alla mia musica. L’energia e l’incoraggiamento delle persone rendono l’esperienza molto più appagante – forse settanta volte più gratificante – anche se comporta un po’ più d’ansia.

Con l’album Dream Age che esplora i sogni e un tour che li porta in vita in tutto il mondo, qual è il prossimo “sogno” per Dept, sia come artista che come fondatore di Unikorn Union? Come vedi evolversi la tua “nuova cultura” dopo questa esperienza europea?

Il mio prossimo sogno è costruire una piattaforma – un ecosistema creativo dove artisti e creator di tutto il mondo possano connettersi, collaborare e crescere insieme. Voglio che sia uno spazio dove le idee circolino liberamente e dove l’arte autentica possa ispirare altra arte autentica. Spero di continuare ad espandere quella “nuova cultura” che valorizza la sincerità, la connessione e la collaborazione oltre i confini.

L’intervista con Dept volge al termine, e l’immagine che avevo di lui si è capovolta. O meglio, si è completata. L’anima malinconica di Winter Blossom esiste, ma ora so che convive con un leader “inaspettatamente giocoso” e con la visione matura del fondatore di Unikorn Union. E ora capisco il significato di Dream Age— la storia di come i sogni si costruiscono davvero: trovando il coraggio di abbracciare l’ombra per poter, finalmente, brillare di luce propria.

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Sociologa dentro e accademicamente, "ex corporate girl, ora quota rosa in una start up innovativa" fuori. Le mie prime foto da bambina mi ritraggono già con le cuffione gialle sulle orecchie, ascoltavo i Simple Minds e i Tears for Fears. Vivrei di kimchi. C'è altro? Ah sì: INTJ-T. O cancro ascendente vergine, che praticamente è la stessa cosa. Dal 2026 Honorary Reorter di Korea.net