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L’autore dietro alle hit k-pop e alle indimenticabili colonne sonore di ‘Hospital Playlist’ e ‘My Liberation Notes’ ci svela
basecamp, il suo EP di debutto. Un dialogo su creatività, indipendenza e l’arte di scrivere un diario per il mondo.
Il nome d’arte di Park Jihoon è già una promessa: Dailog, la fusione di daily e log, “diario giornaliero”. Per anni la sua è stata la penna che ha riempito le pagine dei diari altrui, un talento celato dietro le quinte che ha dato voce ad alcuni dei nomi più importanti della scena pop coreana.
Il suo nome è dietro alcune delle hit di icone del k-pop come DK dei SEVENTEEN, Joy e Wendy delle Red Velvet e TWICE, ma ha anche tessuto le atmosfere di alcune delle colonne sonore più amate degli ultimi anni, da Hospital Playlist all’acclamatissimo My Liberation Notes. Un nome familiare per gli addetti ai lavori, un raffinato artigiano di emozioni che il grande pubblico ha amato senza conoscerlo. Fino ad ora.
Oggi, con l’EP basecamp, quella penna scrive finalmente per sé. Il progetto è suo a 360°: scrittura, registrazione, mixaggio, promozione. Tutto porta la sua firma.
basecamp è un rifugio — shelter, come lo definisce lui stesso. La musica che lo compone è accogliente, creata per accompagnare le giornate silenziose e offrire un senso di riparo. In questo senso, l’album è il tentativo di trasformare la propria esperienza in qualcosa che possa abitare le vite degli ascoltatori: un diario condiviso, capace di diventare, almeno per un momento, casa.
Dailog ci apre le porte di questo rifugio. Ci permette di leggere la prima pagina del suo diario. Quella che segue è la nostra conversazione.
Benvenuti.
Dalle colonne sonore al debutto solista
Sei riconosciuto come un compositore capace di dipingere vividamente emozioni e scene attraverso le OST e le collaborazioni. Ora, con l’EP basecamp, hai iniziato a raccontare storie con la tua stessa voce. Cosa ti ha spinto a compiere questo passo in questo momento, e in che modo la tua esperienza nel tradurre le storie altrui ha influenzato il modo in cui racconti la tua?
Per molto tempo ho espresso le storie di altre persone attraverso la musica, ma a un certo punto ho sentito la forte urgenza di raccontare la mia storia con la mia voce. Lavorare su OST o progetti di altri artisti è sempre stato un processo basato sul rispetto della narrazione altrui. Attraverso questo, ho imparato cosa significhi fare musica con sincerità. Questo album mi ha permesso di incanalare quelle lezioni per esprimere le mie emozioni in modo più onesto, e questa è diventata la ragione principale per cui ho iniziato il mio viaggio da solista. Negli anni, sono anche cresciuto musicalmente attraverso diversi progetti, e ho sviluppato il desiderio di creare musica più varia ed entusiasmante.
Il tuo nome d’arte, Dailog, deriva da Daily + Log, diario giornaliero. Cosa significa per te personalmente? La musica è una sorta di diario che condividi con il mondo? E come si estende questo concetto al pubblico internazionale, specialmente attraverso l’uso di testi in inglese?
Per me, la musica ha meno a che fare con i grandi eventi e più con il registrare le emozioni quotidiane e i piccoli momenti. Scrivere in inglese non era semplicemente un modo per rivolgermi agli ascoltatori internazionali; era perché le melodie e le emozioni spesso fluivano in modo più naturale in inglese. In questo modo, spero che le mie canzoni possano anche insinuarsi nella vita quotidiana di qualcun altro, ovunque si trovi.
L’universo di basecamp
L’EP fonde surf rock, folk e dream pop in un’atmosfera calda, un po’ vintage. Quali artisti o album hanno ispirato questo sound? Oltre alla musica, anche esperienze quotidiane, libri, film o viaggi hanno plasmato i temi del tuo EP?
Ho sempre amato una vasta gamma di musica, da band come i Beatles ad artisti indie contemporanei come Mac DeMarco e Men I Trust. Questi musicisti hanno creato opere meravigliose mescolando sonorità vintage con la propria sensibilità. Volevo fare qualcosa di simile: infondere delle texture vintage con le mie emozioni. E alla fine, è stato l’amore profondo che ho vissuto nella vita di tutti i giorni a spingermi a completare questo album.
basecamp è interamente autoprodotto. Qual è stata la sfida più difficile e, al contrario, la scoperta più gratificante?
La parte più difficile è stata essere responsabile di tutto in prima persona: registrazione, mixaggio, mastering, visual, persino la promozione. Ma mi ha anche dato l’opportunità di catturare pienamente il mio “colore”, il mio stile, e quella è stata la parte più gratificante. A volte mi sono sentito solo, ma alla fine mi ha dato fiducia nella mia musica.
Il concept di basecamp inquadra l’amore come un “porto sicuro” tra le sfide della vita. Se dovessi riassumere questa sensazione in una parola, quale sarebbe e perché?
“Rifugio” (Shelter). L’amore è più della semplice felicità: è uno spazio che ti dà la forza per andare avanti. Questa è l’essenza che volevo catturare in questo album.
L’EP sembra seguire una progressione dalla freschezza del mattino (morning twist) alla quiete della notte (campfire). E’ intenzionale? Hai voluto guidare gli ascoltatori attraverso un viaggio di un giorno o un ciclo emotivo?
Sì, è intenzionale. Ho pensato all’amore come a qualcosa che fluisce in modo naturale come un giorno, dall’inizio alla fine. Volevo che l’album desse la sensazione di un diario che si svolge nel corso di una singola giornata.
In questo EP, l’amore assume molte forme: in boyscout è il coraggio di affrontare il mondo, mentre in campfire è il calore che rimane anche quando le fiamme si spengono. Come coesistono queste diverse sfumature nella tua narrazione e quale messaggio speri di trasmettere?
Credo che l’amore non sia mai una sola emozione, ma sia stratificato con molte sfumature diverse. A volte dà coraggio, a volte causa paura o incertezza, ma ciò che rimane alla fine sono calore e tracce. Attraverso queste canzoni, volevo dire che l’amore, in tutte le sue forme, è prezioso e, in definitiva, ciò che ci fa andare avanti.



Carriera e identità artistica
Hai collaborato con artisti come DK dei SEVENTEEN, Wendy e Joy delle Red Velvet e le TWICE. C’è stata una collaborazione che ti ha lasciato una lezione particolarmente importante che hai poi trasferito nel tuo lavoro da solista?
Lavorare con DK dei SEVENTEEN mi ha lasciato un’impressione duratura. Sappiamo che è un vocalist eccezionale, ma vederlo prestare attenzione anche ai respiri più impercettibili mi ha insegnato cosa significhi amare sinceramente la musica. Quell’esperienza continua a influenzare il mio lavoro da solista ancora oggi.
In Corea del Sud, dove la scena musicale è dominata dalle grandi etichette k-pop, consideri l’essere un artista indipendente una scelta qualificante? Quali sono i pro e i contro, e cosa pensi sia necessario affinché la scena indie coreana ottenga maggiore visibilità in patria e all’estero?
Essere indipendente mi dà sia libertà che responsabilità. Il vantaggio è poter esprimere pienamente il mio stile, mentre la sfida è dover gestire tutto da solo. Affinché la scena indie coreana ottenga più riconoscimento, penso che ci sia bisogno di tentativi più diversi e audaci: musicisti che portino qualcosa di unicamente proprio piuttosto che ripetere ciò che è già stato fatto. Se emergeranno più voci di questo tipo, gli ascoltatori di tutto il mondo inizieranno naturalmente a prestare più attenzione.
Lungo il tuo viaggio musicale, c’è una canzone – tua o di un altro artista – che è diventata un punto di svolta o una costante fonte di ispirazione?
Sceglierei No Surprises dei Radiohead. È semplice ma profondamente risonante, e mi ricorda costantemente l’essenza a cui la musica dovrebbe ambire. Tra le mie canzoni, campfire ha segnato una svolta personale perché ha catturato la mia storia più onesta con la mia stessa voce.
Uno sguardo al futuro
Come ti senti in relazione all’uscita di basecamp? Qual è la tua più grande speranza per questo progetto e per i fan, vecchi e nuovi?
Provo sia eccitazione che paura. Ma più di ogni altra cosa, spero che questo album possa diventare un piccolo rifugio per qualcuno là fuori e, allo stesso tempo, una fonte di coraggio per i nuovi inizi.
Hai detto che la tua musica, come una sorta di dialogo, può unire culture e lingue. In posti come l’Italia, dove gli ascoltatori si sono già connessi con le tue canzoni, come immagini di costruire ulteriormente quel ponte?
Credo che la musica sia un canale emotivo che trascende il linguaggio, ciò che chiamerei empatia. Il fatto che gli ascoltatori in Italia stiano già interagendo con la mia musica mi dà grande gioia. Un giorno spero di esibirmi lì di persona e di condividere le stesse emozioni direttamente. Quello, per me, è il tipo di “dialogo” più significativo.
In attesa di quel dialogo dal vivo, non ci resta che premere play e lasciare che sia la sua musica a parlare: un invito sincero, universale e profondamente umano. Grazie Dailog!
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