‘BTS WORLD TOUR “ARIRANG”’ interview
Article Kim Rieun
Interview Kim Rieun
Coordinator Yoon Haein
Photography LA(@ creationsofla), Ermi(@ ermivisuals)
Video Kalos Kim (LoCITY, @ kalospecial)
Content Production Team 1 Hong Jimin, Moon Sungjoon (BIGHIT MUSIC)
Eccoli lì: di nuovo tutti e sette sullo stesso palco. Lì, insieme agli ARMY. In fondo, bastano queste due immagini per cogliere il senso profondo del “BTS WORLD TOUR ‘ARIRANG’”. La grande domanda dietro “ARIRANG”, l’ultimo album del gruppo, era: “Qual è la vostra canzone d’amore?”. La risposta sta prendendo vita durante i loro concerti, intrisa di tutta la nostalgia che li ha accompagnati nel lungo viaggio di ritorno sul palco, mentre gli ARMY cantano a squarciagola insieme a loro.
Visto che i BTS sono in tour da aprile, abbiamo chiesto per iscritto a tutti e sette cosa rimane loro impresso dopo la fine dello spettacolo.
Si riparte: il Tour
Nel documentario “BTS: THE RETURN”, Jin si confida su quanto sia duro andare in tour, eppure è stato proprio lui a proporre di prolungare quello di “ARIRANG”.
Jin: Prima di partire per il servizio militare ci eravamo detti: “Una volta congedati tutti, andiamo a trovare gli ARMY in tutti quei posti dove non siamo riusciti ad andare durante il COVID”. Non era una cosa concordata con l’agenzia, ma una promessa che ci eravamo fatti tra di noi prima di arruolarci: raggiungere chi desiderava vederci.
Se il tuo cantante preferito va in tour e saltasse proprio il tuo Paese, ci rimarresti male; non volevamo che gli ARMY provassero una sensazione del genere. Quando leggo i loro messaggi di ringraziamento per essere andati da loro, per me significa tutto. Doveva succedere prima o poi, e ora finalmente lo stiamo facendo.
Un dettaglio che salta subito all’occhio in questo tour è l’assenza di esibizioni soliste o di subunità: siete solo ed esclusivamente voi sette insieme. I concerti trasmettono con forza l’idea dei BTS come un’unica entità.
Jung Kook: Hai centrato perfettamente le nostre intenzioni. Oggi è piuttosto insolito che un gruppo riempia uno show intero solo con brani di gruppo, dall’inizio alla fine. Volevamo ricordare a tutti cosa rappresentano i BTS quando sono insieme e, dato che era passato tanto tempo dall’ultimo tour, abbiamo scelto di puntare tutto sull’energia che sprigioniamo solo quando siamo al completo. Certo, questo rende lo spettacolo molto più impegnativo, ma il nostro obiettivo era far vivere al pubblico l’esperienza di noi sette che portiamo avanti lo spettacolo insieme, dall’inizio alla fine.
V: Sentivamo tutti che dovevamo focalizzarci sul gruppo anziché sui pezzi singoli o di subunità. Credo sia questo il cuore del tour. Ritrovarci tutti e sette insieme dopo così tanto tempo ha un significato speciale ed è anche il nostro modo di dire che vogliamo continuare a percorrere questa strada insieme.
RM: Volevamo dare ancora più valore all’identità dei BTS, a ciò che ci ha portati fin qui. Siamo arrivati a un punto in cui il risultato può cambiare completamente a seconda di dove decidiamo di investire le nostre energie. Non è qualcosa che riesco a spiegare razionalmente: è semplicemente una sensazione. Sentivamo il bisogno di dimostrare, dopo essere tornati insieme in seguito a un’assenza così lunga, quanto siamo uniti come gruppo. Dopotutto, stiamo parlando di 13 anni di storia che noi sette e gli ARMY abbiamo costruito insieme.
SUGA: Trovo che sia estremamente “Bangtan” il fatto che noi sette, dopo tutto questo tempo, siamo ancora così in sintonia.
Il senso di stare sul palco
In “BTS: THE RETURN”, Jimin dice “esibirci insieme sul palco è ciò che siamo destinati a fare. Quindi si tratta solo di concentrarsi su ciò che deve essere fatto ora”. Cosa significa per voi esibirvi in questo momento, con la consapevolezza di essere un gruppo così unito?
Jimin: Non credo sia nulla di grandioso o solenne. Finché ci sono gli ARMY, ogni show è speciale: noi siamo performer, e loro sono lì per noi. Il nostro compito è mettere in piedi il miglior spettacolo possibile e fare in modo che, alla fine della giornata, gli ARMY sentano che il tempo dedicato a venire al concerto sia stato davvero ben speso. Quindi sento il dovere di dare assolutamente tutto quello che ho. È una responsabilità che tengo a mente ogni singola volta che salgo sul palco.
j-hope: Questo tour segna anche l’inizio di un’evoluzione. Sentivamo di dovere essere noi a tracciare la strada, affrontando i problemi man mano che si presentavano: era un passaggio necessario per salire al livello successivo. Per questo ci siamo preparati duramente, riflettendo a lungo su ogni dettaglio.
A prima vista i concerti trasmettono una sensazione di libertà e spontaneità, ma immagino che dietro le quinte ci sia un enorme lavoro di coordinamento e progettazione. Si parte con la musica tradizionale coreana, il gugak, che racchiude e introduce l’intero tema del concerto, per poi passare a “Hooligan”, con j-hope che dà il via allo spettacolo.
j-hope: Ognuno di noi ha il proprio modo di fare le cose, le proprie abitudini e schemi che, con gli anni, sono diventati quasi automatici. Io però ho cercato di liberarmi da molti di questi. Dato che sono io ad aprire il concerto con “Hooligan”, sentivo che quel momento dovesse avere un impatto davvero forte. Per questo mi sono concentrato molto sull’aspetto della performance, cercando di portare sul palco ancora più energia.
Dal momento che stiamo facendo diversi concerti con la stessa scaletta, provo anche a cambiare ogni volta qualche dettaglio, così da lasciare un’impressione diversa. È uno degli aspetti più belli di un tour. Se gli ARMY vengono a più di una data, possono sempre trovare qualcosa di nuovo e divertirsi ancora di più.
Non so se stia funzionando davvero… ma per fortuna ho smesso di preoccuparmene troppo. (ride) Adesso cerco semplicemente di affrontare l’inizio dello spettacolo con più sicurezza, seguendo il mio ritmo.
Camminate molto sul palco durante lo show e, nel caso di Jimin, sembra che persino il modo di camminare sia una forma di espressione artistica. Qual era il tuo obiettivo principale in questo senso, quando ti preparavi per il tour?
Jimin: Volevo che l’intero show, dall’inizio alla fine, fosse un’esperienza immersiva e senza interruzioni. Non era tanto un discorso di “Che atteggiamento dovrei avere mentre cammino?”, quanto chiedermi continuamente: “Che significato ha questa canzone per me?”.
Momenti indimenticabili e improvvisazione
La scena in cui Jung Kook afferra il drone durante “Run BTS” ha attirato grande attenzione. Sembravi così naturale che all’inizio molti pensavano fosse improvvisato. Qual è la storia dietro quel momento?
Jung Kook: In realtà quella parte è stata studiata e preparata nei minimi dettagli! Abbiamo deciso di provarla su idea del regista. Pensa che durante le prove il drone si è persino schiantato a terra per sbaglio… Ho sempre il terrore di mancarlo! (ride)
Più avanti nella scaletta arriva “SWIM”, che porta il lato più emozionale dello spettacolo a un livello ancora più intenso. RM ha descritto questa canzone come qualcosa che non è né “un comando” né “un consiglio”, ma semplicemente il racconto di qualcuno, o di persone, che “sono sul punto di arrendersi, ma non lo fanno mai completamente”. Con tutto il significato che racchiude, deve essere qualcosa di indescrivibile sentire gli ARMY cantarla insieme in tutto lo stadio.
RM: Il significato di “SWIM” continua ad affinarsi e a cambiare man mano che il tour va avanti. Siamo entrati in un futuro che non avremmo mai immaginato, e anche attraverso tutti gli imprevisti e le svolte inaspettate, in qualche modo stiamo ancora andando avanti, un beat alla volta.
Penso che la vita sia davvero questo: una serie di onde imperfette ma continue, che arrivano senza che possiamo mai prevederle.
Quando parte “SWIM”, a volte tolgo l’in-ear e mi limito ad ascoltare il pubblico. Mi aiuta a immergermi completamente in quel momento e a prepararmi emotivamente per quando arriva la mia parte.
La parte più intima del concerto sfocia poi nel blocco più stancante dal punto di vista fisico: Not Today, MIC Drop, FYA e FIRE.
La prima sera allo Stanford Stadium eravate così esausti da esservi sdraiati a terra a fine blocco. Ma ciò che mi ha davvero colpito è stato vedervi uscire sul palco secondario anche quando le telecamere non vi stavano inquadrando, continuando a dare il massimo senza sosta e a interagire con gli ARMY.
Jimin: Cerco di non pensare troppo in quel blocco. Mi concentro solo sul trasmettere l’energia pura di quelle canzoni attraverso il mio corpo, in modo che gli ARMY possano percepirla appieno.
RM: Senza voler esagerare, vado in tour praticamente solo per quel momento. È quanto di più vicino ci sia al perdermi completamente. Di solito sono il tipo di persona pieno di pensieri e preoccupazioni per la testa, quindi quando mi lascio tutto alle spalle, mi scateno e mi diverto senza pensare a nulla, è proprio lì che sento la carica più forte e l’adrenalina al massimo.
È il momento in cui la versione di me stesso di cui sono solitamente così consapevole scompare del tutto, e io mi fondo con la folla. E anche se è estenuante, e la caviglia mi fa ancora male, non posso fare a meno di volermici buttare ancora di più. È la parte del concerto che aspetto con più ansia in assoluto.
Un altro elemento speciale di questo tour sono i momenti spontanei con gli ARMY: V a Città del Messico che mangia un hot dog o fa un brindisi con loro, o Jin che chiede di farsi ricoprire di coriandoli o lancia il suo iconico bacio volante. Ogni data ha la sua perla.
V: Mmh, come posso spiegarlo? Semplicemente mi piace vedere gli ARMY felici, quindi se mi salta in mente un’idea all’improvviso, la seguo. Voglio farli ridere. (ride)
Anche quando parlo con il pubblico cerco di non prendermi troppo sul serio. Preferisco chiacchierare di cose di tutti i giorni e mantenere un tono leggero. Ho come l’impressione che in questo modo si riesca comunque a strappare loro qualche risata in più.
Jin: Sono una persona molto spontanea, quindi spesso mi capita di vedere qualcosa e pensare: “Oh, dovrei provare a farlo”. A pensarci bene, anche questo è un tipo di pianificazione: solo che è una pianificazione spontanea. (ride) Mi piace molto far ridere le persone, quindi mi capita spesso di pensare: “Se faccio questa cosa, secondo me riuscirò a farli ridere”. Voglio dire, gli ARMY fanno tanti sacrifici per venire ai nostri concerti, quindi è bello se possono portarsi a casa anche qualche risata in più.
Un ponte tra culture e passato
Vedere gli ARMY sventolare le bandiere coreane e cantare insieme a voi la parte di “Arirang” in Body to Body, durante la terza serata allo Stanford Stadium, ha davvero dato la sensazione di assistere al preciso istante in cui il canto popolare di un Paese supera i confini internazionali per diventare una canzone d’amore universale. Cosa vi passa per la testa quando vedete una cosa del genere?
j-hope: Mi emoziona ogni singola volta. È travolgente, non saprei descriverlo in nessun altro modo! Credo che il momento di Arirang dentro Body to Body sia diventato uno dei passaggi più iconici tra le cose che volevamo proporre in questo tour. Penso che sia proprio questo il cuore di tutto: mettere da parte le differenze di lingua, razza, provenienza, genere e quant’altro per unirsi in un’unica cosa attraverso l’amore. Penso che la comunicazione sul palco sia importante tanto quanto la performance stessa. Credo che le due cose si alimentino a vicenda.
Questo tour vede il passato e il presente dei BTS convivere fianco a fianco. La scaletta è costruita principalmente attorno ad “ARIRANG”, ma c’è anche dello spazio dedicato a connettersi con gli ARMY attraverso i brani dei vostri esordi. Che effetto vi fa cantare quelle vecchie canzoni insieme agli ARMY oggi?
Jung Kook: Mi rende felice. A volte mi viene un po’ di nostalgia e vado a riguardarmi anche i vecchi video delle nostre esibizioni. Ovviamente non riesco più a rifare tutte le coreografie di allora esattamente allo stesso modo, ma c’è una scarica di nostalgia del tutto diversa quando la porti sul palco dal vivo rispetto a quando ti limiti a guardarla in video, e volevo far vivere questa stessa sensazione anche agli ARMY.
SUGA: Sono grato che ci siano ancora persone disposte ad ascoltare la musica di quell’epoca insieme a noi e a tornare subito indietro a quei vecchi tempi. Ognuno è diventato fan in un momento diverso, ma creare un’esperienza in cui tutti potessero comunque unirsi come se fossero una cosa sola è stato incredibilmente emozionante.
Creare ricordi: il tempo del Kairos
RM ha paragonato il periodo trascorso nell’esercito al concetto di chronos, ovvero il tempo misurabile e scandito cronologicamente, mentre il tempo passato insieme agli altri membri del gruppo al concetto di kairos, un momento speciale della vita che crea un valore e un significato propri. Anche questo tour sembra essere un kairos, grazie ai ricordi che state creando visitando luoghi diversi e condividendo esperienze con gli ARMY in ogni città.
Quali momenti del tour sono diventati per voi dei veri kairos?
RM: Provo questa sensazione ogni volta che riesco a visitare quelli che potremmo definire i luoghi davvero autentici di una città. Soprattutto quando si tratta di posti che non mi aspettavo.
Quando vado in una meta turistica famosa o in un museo, le aspettative sono già così alte che spesso è difficile lasciarsi veramente sorprendere. Sono più i ristoranti, i caffè e i piccoli negozi che scopro camminando senza una meta precisa, quelli in cui riesco davvero a percepire l’essenza di un luogo.
È come pensare: “Quindi è così che vivono le persone qui. È così che vivono gli ARMY di questa città. Questi sono i luoghi che vedono ogni giorno.”
Tengo molto a cuore i momenti vissuti in questo modo.
Restando su questo tema, sembra che V si sia impegnato molto per creare ancora più ricordi insieme al gruppo durante il tour. Jin lo ha persino definito il “maestro della cultura” durante una Weverse LIVE del 3 maggio. Cosa ti ha spinto a cercare questi piccoli momenti di felicità in ogni città, come la pizza che hai detto agli ARMY essere buonissima allo Stanford Stadium?
V: Avevamo parlato del fatto che volevamo goderci al massimo anche il tempo passato insieme fuori dal palco.
Io volevo tenere alto il morale di tutti per evitare che qualcuno si stancasse troppo durante il tour. Così ho finito per essere tra quelli che propongono idee, come ristoranti o partite a pickleball, e ho continuato a tartassare gli altri affinché venissero con me. (ride)
Ho capito che creare questi piccoli momenti di felicità può rendere l’intero tour un’esperienza migliore per tutti noi.
SUGA ha pubblicato su Instagram foto del dietro le quinte di ogni tappa del tour, e ha persino registrato per gli ARMY un vlog della maratona che ha corso durante la vostra permanenza a Stanford. Da cosa è nata la spinta a documentare in questo modo i momenti del tour?
SUGA: Ne avevo semplicemente voglia. Non posso mai dimenticare quanto gli ARMY ci abbiano sostenuto, e mi assicuro sempre di ricordarmelo. Onestamente ho fatto il vlog solo perché pensavo che ai nostri fan potesse far piacere, quindi sono contento che l’abbiano apprezzato.
BTS 2.0: 13 anni di cammino
RM, una volta, ha descritto il percorso che i BTS hanno fatto finora come “una strada mai percorsa da nessuno prima”, e sembra che anche questo tour faccia parte di quel cammino.
Qual è la consapevolezza più grande a cui sei arrivato continuando a percorrere questa strada inesplorata in così tante città da aprile a oggi?
RM: È una domanda davvero difficile, ed è quasi impossibile dare una risposta netta. Se c’è una cosa che ho sentito con assoluta certezza, però, è che gli oltre dieci anni che abbiamo passato insieme non sono svaniti nel nulla.
Abbiamo cantato così tante canzoni e condiviso legami così autentici nel corso degli anni che ho avuto la sensazione che questo tour abbia finalmente riunito tutto quel percorso, dopo una lunga attesa, per farlo brillare. Della serie: “Caspita, ci abbiamo dato dentro davvero per 13 anni. Sono così grato”.
Alla fine, il tour di “ARIRANG” si attesta sia come un BTS 2.0, sia come un’opportunità per riflettere su cosa significhi davvero questo nome.
Jin: Questi ragazzi sono i migliori, sapete? In passato ho fatto promozioni e persino un tour senza gli altri, e c’era un sacco di pressione. Avevo questa paura in fondo alla testa.
Esibirmi senza di loro mi ha insegnato una cosa: quanto sono grato del fatto che possiamo fare tutto questo insieme e quanto significhi per me. Quando sono con loro finiamo per affrontar tutto ridendo e, anche sul palco, sono così felice che semplicemente non riesco a smettere di sorridere.
Jimin: Ritrovarci così è stato un promemoria chiarissimo di quanto io sia grato e felice che tutti e sette possiamo ancora condividere lo stesso palco. Credo che vederci insieme dall’inizio alla fine di questo tour dica tutto su come viviamo il nostro gruppo e su cosa proviamo l’uno per l’altro.
j-hope: Nel nostro gruppo nessun membro potrebbe mai essere sostituito. Ognuno di noi ha il proprio ruolo e c’è una bellezza speciale che si crea solo quando siamo tutti insieme. E più di ogni altra cosa, credo che ci sia una sintonia con le persone di tutto il mondo che esiste solo quando ci siamo tutti e sette. Dato che questo tour è la prima occasione dopo tanto tempo in cui torniamo dai nostri fan, volevamo offrire loro più tempo possibile con il gruppo al completo. È davvero tutto qui.
SUGA: Sono semplicemente grato del fatto che, persino a distanza di 13 anni, possiamo ancora andare in tour e continuare a fare i cantanti.























