Venerdì 17 aprile, mentre aspettavo che iniziasse il talk nella sala polifunzionale dell’Istituto Culturale Coreano in via Nomentana, guardavo la platea riempirsi e pensavo a quanto la percezione della serialità coreana sia cambiata in pochissimo tempo. Non eravamo lì solo per celebrare un successo, ma per capire come una storia nata a Seoul finisca per parlare così bene la nostra lingua. Sedute davanti a noi c’erano la regista You Youngeun e la produttrice Lee Hyunyoung, le menti dietro Come si dice amore (Can This Love Be Translated?), ed è stato ascoltandole che ho capito come l’Italia, per loro, non sia stata solo un set fotografico di prestigio, bensì un vero e proprio elemento organico del processo creativo.
La fine dello standard dei 16 episodi
Una delle prime riflessioni che hanno condiviso riguarda un cambiamento strutturale che noi spettatori stiamo già avvertendo: le serie si stanno accorciando. Se siete abituati al classico formato da 16 episodi, preparatevi a una nuova grammatica narrativa che punta decisa verso gli otto episodi. Me lo hanno confermato chiaramente: l’influenza del modello produttivo americano e la partnership con Netflix stanno spingendo verso archi narrativi più densi. È una strategia che non risponde solo a logiche commerciali, ma alla volontà di mantenere una tensione costante, permettendo di distribuire il racconto su più stagioni invece di esaurire il potenziale della storia in un unico blocco.
Tra i borghi italiani e la vita di set
Mi ha colpito molto il racconto della ricerca delle location. Prima di fermarsi tra le mura di Perugia, Siena, Civita di Bagnoregio e Montalcino, la produzione aveva valutato persino la Sicilia. Alla fine ha vinto l’estetica dell’Italia centrale, ma il vero legame è nato nella quotidianità della troupe. Le riprese complessive hanno richiesto otto mesi, con circa un quarto del girato realizzato all’estero, tra queste città, il Giappone e il Canada. Per quanto riguarda l’Italia, la regista ha ricordato con un sorriso le cene nelle piccole osterie insieme allo staff locale. È lì che il confine tra troupe coreana e staff locale è svanito, cementando una chimica che si avverte in ogni inquadratura. Non è un caso che per il ruolo dell’amico del protagonista abbiano voluto Alberto Mondi: serviva una figura che abitasse già entrambi i mondi per fare da ponte culturale.
Kim Seon-ho e la costruzione del sentimento
Naturalmente, l’attenzione della sala era tutta per loro: Kim Seon-ho e Go Yoon-jung. La produttrice ha spiegato che il progetto ha richiesto tre anni di lavoro minuzioso, partendo dalla sceneggiatura di Hong Jung-eun, dove ogni battuta è stata pesata per adattarsi perfettamente alle esigenze della distribuzione internazionale.
Vedere Kim Seon-ho sullo schermo fa sembrare tutto naturale; la regista ha sottolineato come la sua forza risieda in un range emozionale vastissimo: la capacità di comunicare attraverso sguardi e silenzi che rendono superfluo il copione. Con Go Youn-jung, invece, la scommessa vinta è stata quella della versatilità estrema, necessaria per gestire le diverse identità richieste dalla storia. Ma il segreto della loro alchimia è tutto nella dedizione: i due protagonisti hanno passato ogni momento libero a provare insieme, con quella cura nel costruire la chimica prima ancora di accendere le telecamere che rappresenta il vero metodo di questa produzione.
Un futuro senza barriere
Uscendo dall’Istituto, mi è rimasta impressa una riflessione della regista sui suoi riferimenti visivi. Ha citato maestri come Kim Won-seok (il direttore di My Mister) ma anche il “nostro” Luca Guadagnino (citato tra l’altro anche da Gong Yoo a Firenze). È un accostamento che spiega bene la direzione attuale del k-drama: una ricerca estetica globale che non ha paura di contaminarsi.
Le distanze si stanno annullando e la lingua smette di essere un ostacolo quando la forza del sentimento è così palpabile. Come hanno detto You Youngeun e Lee Hyunyoung salutando il pubblico, questo è il momento più favorevole per chiunque voglia guardare alla Corea, che si tratti di professionisti o di semplici appassionati. L’amore, in fondo, non ha bisogno di traduttori.
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