Gli XLOV - da sinistra Hyun, Rui, Wumuti e Haru

Eyes On: XLOV

Elisa
By Elisa
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Devo essere onesta. A vederli la prima volta, così perfettamente plastici, i volti coperti da strati di trucco impeccabile, le pose studiate al millimetro, non mi avevano attirata per niente. Sembravano un altro gruppo progettato per essere bellissimo e, diciamolo, inoffensivo. Belli, bravi, e basta. Li ho archiviati mentalmente sotto la voce “carini, ma next“.

Poi, per puro caso, durante una di quelle sessioni di ascolto un po’ mindless, mi è capitato di ascoltari. Con le cuffie. È stata una scossa. Un suono denso, industriale, quasi ostile,  queste voci un po’ acidule, un po’ verde neon. Un sound che non può lasciare indifferenti.
A quel punto, sono tornata indietro e li ho guardati. Davvero.

Ed è lì che ho visto la crepa.

Sotto la superficie levigata, dietro la coreografia millimetrica, c’é qualcosa di insolito, di dissonante. Qualcosa che non mi riporta a nessun codice che conoscevo. I movimenti dei loro corpi creano un cortocircuito visivo: non si capisce dove finisce la potenza e dove iniziai la sinuosità.. E sì, chiaramente l’androginia è la prima cosa che salta all’occhio… ma non è la classica androginia a cui il k-pop ci ha abituato, quella bellezza eterea e sicura di sé di un Ren dei NU’EST o di un Taemin. Non era nemmeno la fluidità performativa di G-Dragon. E’ qualcos’altro. Una curiosità impellente si è impossessata di me da quella notte, e adesso sono qui, a scrivere di loro e a fare proselitismo spietato.

Gli XLOV, questa frattura nel sistema, vanno assolutamente conosciuti.

Gli XLOV
Gli XLOV

Il corpo è un messaggio politico

Il concetto che l’agenzia ha cucito addosso agli XLOV è genderless. Una parola che nel marketing musicale del 2025 rischia di essere un’etichetta vuota, un modo trendy per dire ragazzi carini con l’eyeliner. Ma con loro è diverso. A definirlo con una chiarezza disarmante sono stati loro stessi:

Quando usiamo il termine ‘genderless’, pensiamo che per i fan internazionali possa essere difficile coglierne appieno il senso. Con ‘genderless’, il nostro obiettivo è rompere gli stereotipi secondo cui solo certi generi possono fare questa o quella cosa. L’arte che esprimiamo è ‘gender-free’ (libera da genere), e speriamo che dia a più persone il potere di abbracciare il proprio vero io e di essere ciò che vogliono essere. (fonte qui)

 

La loro fluidità non è un accessorio, è la lingua che parlano e l’aria che respirano. La materia di cui sono fatti.

Come sappiamo bene, il k-pop è un’industria fondata su archetipi ferrei: il bad boy, il flower boy, il beast-dol. Ruoli chiari, riconoscibili, rassicuranti. Gli XLOV hanno preso questi archetipi e li hanno gentilmente mandati a quel paese. In una stessa performance, in un singolo movimento di macchina, un membro può proiettare una mascolinità aggressiva e un istante dopo una vulnerabilità femminea, senza che nessuna delle due sembri finta. È un flusso costante, un’identità liquida che disorienta e affascina.

Questa non è una scelta puramente estetica. È, molto probabilmente in modo incosciente, un atto politico. In un sistema culturale che riconosce ancora e in parte si basa ancora su binarismi rigidi, presentare quattro corpi che rifiutano di essere etichettati è una dichiarazione potente. Il simbolo di una nuova normalità. Significa dire a chi guarda: “Anche tu puoi contenere moltitudini. Anche tu non devi scegliere.”

I quattro mondi all’origine della frattura

Wumuti – L’anima complessa

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C’è un universo intero dietro gli occhi di Wumuti (nome anagrafico Umut Tursun, data di nascita 7 luglio 1999), e non è davvero solo una frase fatta. Il leader del gruppo e co-produttore dei loro pezzi, viene da Ürümqi, nello Xinjiang. Non la metropoli scintillante di Seoul, ma un crocevia di culture sulla Via della Seta. L’odore delle spezie del Gran Bazar, il suono malinconico del dutar uiguro che si mischia al mandarino e al turco, l’architettura che sussurra storie di deserti e imperi. Wumuti si porta addosso tutto questo, un’eredità resa ancora più preziosa e fragile dalle tensioni che attraversano la sua terra.

La sua danza contiene la grazia delle danze tradizionali del suo popolo e la fame di chi ha dovuto lottare il doppio per emergere, passando per l’inferno dei survival show come Boys Planet (ma a curriculm ne ha un numero incredibile… almeno altri 5). È lui il centro intellettuale del gruppo, il filosofo, l’autore di quei versi che catturano. La sua complessità è la radice della loro profondità. E la sua aura ti incolla allo schermo.

Wumuti
Wumuti
Wumuti

Rui – il ponte silenzioso

Rui, il cui nome di nascita è Chen Kuan Jui (28 dicembre 2000), è lo snodatissimo, acrobatico membro del gruppo proveniente da Taiwan. La sua formazione artistica si distingue per un background specifico e di grande impatto: la danza tradizionale cinese. Questa sua abilità è emersa in modo evidente durante la sua partecipazione al programma Boys Planet, dove le sue performance, radicate in quella disciplina, hanno lasciato sbalorditi i giudici per la tecnica e la grazia.

Con il suo stile e una dolcezza che disarma, Rui crea un ponte unico tra la precisione e la disciplina millenaria della danza classica e l’energia più istintiva della street dance che ha assorbito nella scena di Taipei. Un all-rounder di primissimo ordine, if you ask me.

Rui
Rui
Rui
Rui

Hyun – l’energia improvvisa

Hyun (26 luglio 2002) è l’enigma. L’unico a non venire da un survival show: mentre degli altri tre membri conosciamo le lacrime, i fallimenti e le vittorie, di lui non sappiamo quasi nulla. È apparso così, come a reclamare il suo posto nel mondo. E la storia del suo incontro con Wumuti è di quelle che sembrano scritte per un film: si sono incontrati per caso in una gelateria. Un incontro fortuito che ha convinto Wumuti di aver trovato l’ultimo, fondamentale pezzo del puzzle.

Questa mancanza di una storia ufficiale da trainee è la sua più grande forza. Non ha un passato pubblico a cui essere paragonato, non ha aspettative da soddisfare. È pura energia in potenza. Nelle performance, è una scheggia impazzita. La sua presenza scenica è quasi ferale, un’esplosione di istinto che contrasta e completa la chirurgica precisione degli altri. Hyun è la parte più selvaggia e imprevedibile della crepa, che ha visto la sua genesi non in una sala prove, ma con un cono gelato in mano

Hyun
Hyun
Hyun
Hyun

Haru – la crescita esplosiva

Haru, il più giovane del gruppo, il maknae giapponese. Il suo nome completo è Katō Haru, è nato il 1° maggio 2006. Quando si è presentato artisticamente a Boys Planet, era un ragazzino di grande talento ma visibilmente acerbo, un potenziale grezzo. Con gli XLOV è esploso in modo quasi violento. Vederlo sul palco oggi vuol dire assistere a una metamorfosi in tempo reale: in lui convivono l’etichetta e la disciplina tipicamente giapponesi con una capacità espressiva matura e a tratti spudorata, che ha sviluppato a una velocità impressionante.

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Ha dovuto imparare a incarnare un concetto complesso e adulto mentre era ancora un adolescente, e questo sforzo immane lo ha trasformato. Haru rappresenta la capacità di crescere dentro la crepa, di usare la pressione non per spezzarsi, ma per trasformare una frattura in uno spazio fertile, in un nuovo, potentissimo modo di esistere. Osservare Haru oggi vuol dire osservare un luminoso esempio di anti-fragilità.

Haru
Haru
Haru
Haru

L’arte del cortocircuito

Prendiamo la loro traccia di debutto, I’mma Be. La produzione è elegante e affilata. Un beat secco, quasi chirurgico, fa da fondamenta, mentre un basso profondo e distorto serpeggia sotto la superficie, creando una tensione costante. Non c’è nulla di confortevole. Su questo tessuto sonoro, le loro voci si intrecciano, a volte armoniose, a volte volutamente stridenti. Ma è il testo, co-scritto da Wumuti, a essere la loro bandiera.

Inizialmente, il verso più potente della canzone, “Let’s walk on the wall of prejudice” (“Camminiamo sul muro del pregiudizio”), era stato messo in discussione, considerato troppo diretto, troppo politico, troppo rischioso per un gruppo al debutto. È stato Wumuti stesso a battersi con ostinazione per mantenerlo, lottando contro la richiesta di sostituirlo con qualcosa di più generico e sicuro. La sua insistenza non è stata un capriccio: quel verso non era negoziabile perché conteneva l’essenza stessa del motivo per cui gli XLOV esistono. Quella camminata sul muro del pregiudizio diventa la prova tangibile che la loro non è una posa, ma una promessa.

E poi c’è la coreografia, che non è mai un elemento secondario nel loro lavoro artistico. I loro corpi si fondono, si scambiano ruoli. Movimenti classicamente “maschili”, potenti e netti, si sciolgono in gesti sinuosi, quasi liquidi. Non c’è una divisione dei ruoli, non c’è il ballerino “sexy” e quello “potente”. Tutti sono tutto, contemporaneamente. Uomo, donna, ballerino, cantante, potente, delicato, bianco, nero. Ballano come un unico organismo fluido, un corpo collettivo che è più della somma delle sue parti. È guardando la loro dance practice, senza luci né costumi, che si capisce tutto. È lì, nel sudore e nella fatica, che la loro ribellione diventa tangibile.

Perché ascoltarli è un atto di ribellione

Viviamo in un mondo, e in un’industria musicale, che ci chiede costantemente di scegliere, di etichettarci, di essere comprensibili a una prima, rapida occhiata. Ci vuole semplici, perché alla semplicità si vende meglio.

Gli XLOV sono l’antidoto a tutto questo. Sono volutamente complessi. Sono una domanda, anzi una serie di domande, mai una risposta.

Ecco perché ascoltarli, e guardarli davvero, è un piccolo ma incredibilmente significativo atto di ribellione. Un atto che dobbiamo a noi stessi, se riteniamo sia giunto il momento di rifiutare la comfort zone degli archetipi, allenare lo sguardo a vedere oltre il binarismo, accettare l’ambiguità. 

Significa, in fondo, dare a noi stessi il permesso di essere fluidi, contraddittori, indefiniti. E, per questo, incredibilmente, ferocemente liberi.

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Sociologa dentro e accademicamente, "ex corporate girl, ora quota rosa in una start up innovativa" fuori. Le mie prime foto da bambina mi ritraggono già con le cuffione gialle sulle orecchie, ascoltavo i Simple Minds e i Tears for Fears. Vivrei di kimchi. C'è altro? Ah sì: INTJ-T. O cancro ascendente vergine, che praticamente è la stessa cosa. Dal 2026 Honorary Reorter di Korea.net