Dieci anni di R&B, una voce inconfondibile e nessuna agenzia: il cantautore coreano racconta a Koreami Talking Book 2, il suo quarto album, e la scelta di proteggere il proprio tempo creativo.
Mettetevi in cuffia una canzone qualsiasi di jeebanoff. Qual è la prima cosa che vi colpisce? Per me, fu il fatto di non riuscire a capire immediatamente se a cantare fosse un uomo o una donna. Un timbro limpido, chiarissimo, ipnotico. In Corea lo descrivono da anni con la stessa parola, androgino: lo fa Melon, lo fa ArtInsight.
jeebanoff ha trentatré anni, viene da Ansan e in dieci anni di carriera ha pubblicato quattro album, sei EP e una quantità di singoli, senza mai firmare con un’agenzia. In Corea lo conoscono i critici: nel 2017 ha vinto un Korean Music Award, il principale riconoscimento della critica musicale coreana, in una categoria dove concorrevano anche Dean e Jay Park. Lì lo conoscono anche gli ascoltatori di r&b, che lo seguono da allora. In Italia lo conosciamo ancora in pochi. Troppo pochi.
Il 21 settembre è uscito Talking Book 2, il suo quarto album. Io cercavo di intervistarlo da due anni: stavolta ha detto di sì, e allora gli ho chiesto del disco, del produttore con cui lo ha fatto e del motivo per cui sale poco su un palco.
Voce
Quando Arena anni fa gli chiese perché, tra i tanti artisti r&b alternativi coreani, fosse proprio lui a farsi notare, rispose che probabilmente era per la voce. Il modo in cui usa le tecniche vocali, il vibrato particolare, le note piegate che in Corea chiamano kkeokgi, ha a che fare con un’idea semplice. «Non sto costantemente lì a pensare: questa l’ho già usata due volte, non posso assolutamente farlo una terza», mi spiega. «Credo semplicemente che qualcosa diventi attraente anche perché non si sente troppo spesso. Quindi quando scrivo una canzone e mi viene in mente una tecnica vocale interessante, penso che usarla una o due volte possa dare alle persone un motivo in più per ascoltare quel pezzo». Probabilmente è la ragione per cui i suoi dischi sembrano così poco ansiosi di impressionarti.
Recensendo Misery, la rivista IZM partiva osservando che ormai chiunque può generare una voce con l’intelligenza artificiale e che ritoccare il canto con la tecnologia è diventato lo standard. Lui va nella direzione opposta: niente da sistemare, niente da aggiungere, un timbro che riconosci dopo tre secondi.
Quando non poteva cantare
Per convincere i genitori a lasciargli fare musica, Lee Jae-min ci ha messo quattro anni, e una volta entrato nell’industria è finito per circa un anno e mezzo a fare il trainee in un’etichetta che, come ha raccontato a Rhythmer nel 2017, lo teneva a fare commissioni e pulizie senza lasciarlo esibire né cantare sui dischi degli altri. Anche allora registrava in modo trattenuto, perché il canto enfatico del neo soul gli sembrava fuori posto su quello che stava scrivendo.
Quando se n’è andato ha scritto 삼선동 사거리: un ragazzo chiuso in un seminterrato ascolta le classifiche di Billboard sperando un giorno di finirci dentro. Nel 2017 quella canzone gli è valsa il Korean Music Award per la miglior canzone r&b e soul, il premio della critica che guarda i dischi e ignora le vendite. Aveva ventiquattro anni e un EP all’attivo.
Il nome d’arte viene dallo stesso periodo. All’inizio si faceva chiamare jeeban; poi ha aggiunto off, dall’espressione inglese get off, cioè “andarsene”. A Big Issue ha spiegato che il nome indica l’idea di essersi lasciato alle spalle la persona che era e di essere ripartito, dopo un periodo in cui aveva vissuto in forte isolamento e aveva poche occasioni di incontrare altre persone.
Da lì non si è quasi più fermato: GOOD THING. nel 2019, VOID. nel 2021 poco prima del servizio militare, Misery nel 2025, candidato ai Korean Music Awards di febbraio, più tre colonne sonore per k-drama. Il lavoro a cui tiene di più resta l’EP del 2018 주마등 : 走馬燈, scritto pensando al marito di sua zia, vicepreside della Danwon High School all’epoca del naufragio del Sewol, morto poco dopo il disastro.
Nel 2019 una fondazione culturale coreana gli ha chiesto di riprendere una ballata del 1988 per un progetto sulle canzoni dimenticate. Quella cover, 추억속의 그대, ha quasi dodici milioni di ascolti su Spotify, più di qualunque suo brano originale, ed è la porta da cui moltissimi sono entrati nel resto del catalogo. Ad arrangiarla plan8, lo stesso produttore del nuovo album.
Solo
Oggi jeebanoff non ha agenzia: produce da solo, firma la direzione creativa, si mixa le voci, e POCLANOS si occupa della distribuzione. Su Spotify ha circa 186 mila ascoltatori mensili, numeri lontanissimi dal k-pop, ma notevoli per chi non ha nessuno alle spalle.
Gli ho chiesto cosa gli costi e cosa gli dia l’indipendenza, aspettandomi la storia dell’artista scappato da un contratto soffocante. La sua vecchia etichetta, dice, non gli limitava la libertà, anzi lo lasciava pensare solo alla musica. Il problema era un altro.
Facevo il disco, consegnavo i file master, e il progetto usciva dalle mie mani fino all’uscita. Da qualche parte lungo la strada veniva impacchettato, rifinito e gestito da altre persone, e nel frattempo diventava qualcos’altro
Vuole esserci fino all’ultimo passaggio prima dell’ascoltatore. Nel sistema delle agenzie coreane l’artista sta al centro di una macchina che gestisce immagine, contenuti, calendario e pubblico, e gli lascia solo il lavoro creativo: lui ha preso esattamente la parte che di solito viene delegata, e ammette che a volte è troppo. Talking Book 2 è il primo capitolo della serie fatto con quel controllo in mano, perché nel 2020 il produttore esecutivo era l’etichetta.
Due stanze, una porta
Il metodo di lavoro invece è rimasto identico. Lui e plan8 hanno lo stesso studio, lui nella Room B e plan8 nella control room accanto, e in un anno capita che lavorino nella stessa stanza per meno di quindici giorni. Tutto il resto passa dall’online.
Non mi immischio nella produzione dei beat nemmeno all’uno per cento. Allo stesso modo, plan8 non ha assolutamente voce in capitolo sulle mie melodie o sul modo in cui registro la voce. Lavoriamo ognuno sulla sua parte, e quando abbiamo finito ce le mandiamo e ci diciamo: suona bene, mettiamole insieme. Penso sia possibile perché ci fidiamo dell’istinto dell’altro
Nel post con cui ha annunciato il disco su Instagram aveva chiamato plan8 “l’altro padrone di questo album“, e quando gli ho chiesto cosa intendesse ha risposto che è letterale: se le canzoni fossero persone, uno dei due sarebbe la madre e l’altro il padre.
Mi piace suonare nella stanza che lui ha preparato per me, senza spingermi oltre quello che quello spazio richiede. Non voglio esagerare o caricare le cose. Voglio diventare qualcuno che a quella stanza appartiene
Anche il modo in cui mi ha risposto dice qualcosa di lui: scrive andando a capo quasi a ogni frase, e il risultato somiglia alle sue canzoni, frasi corte e nessun periodo che si allunga per fare bella figura.
Sei anni dopo
Talking Book uscì nel dicembre 2020, in piena pandemia, senza possibilità di promuoverlo, e finì comunque tra i suoi dischi più ascoltati. Rhythmer lo descrisse come il resoconto di un dopo-rottura, con il titolo che funzionava come un diario. Quel successo senza promozione gli ha lasciato una domanda: la musica bella, alla fine, trova la sua strada da sola? Il secondo capitolo è nato con la stessa intenzione del primo, fare musica che a loro due piacesse ascoltare.
A febbraio aveva detto a IZM di lavorarci da tre anni, e quando gliel’ho chiesto ha corretto il conto: «Se mi stai chiedendo se abbiamo passato tre anni interi a fare questo album, assolutamente no». La canzone più vecchia ne ha forse tre, altre hanno un mese, e sono state finite tutte nella stessa estate.
Tra i due dischi non c’è nessuna trama nascosta, per quanto sia forte la tentazione di cercarla: condividono una texture e dei temi simili, e a lui è bastato questo per farne una serie. L’unica eco che ammette è sonora: 그냥 잠깐 / Lost & Found, uscita a giugno e poi messa in apertura, parte con un comping di piano che gli dava lo stesso piacere immediato dell’attacco di 난 아니야 / NOT ME!, il brano che apriva il primo capitolo.
Nemmeno il titolo nasconde granché. Viene dall’album di Stevie Wonder del 1972, il disco della sua vita, e non è un riferimento sonoro: lo ha usato sperando che qualcuno si affezionasse al suo come lui si è affezionato a quello.
E ora sento che Talking Book ha gradualmente sviluppato un’identità sua anche come album di jeebanoff. Questo mi rende felice
La parte faticosa è stata registrare le canzoni più vecchie, perché nel frattempo lui era cambiato più di loro.
Le sfumature che volevo trasmettere erano cambiate così tanto che le versioni di me, di jeebanoff, nelle registrazioni guida originali non riflettevano più quello che volevo sentire. A un certo punto ho smesso del tutto di ascoltare le guide e ho continuato con registrazioni completamente nuove
Un terzo capitolo non arriverà: oltre il numero due, dice, il fuoco rischia di perdersi e le persone si confondono su quale canzone appartenga a quale disco.
Live/ no live
A parte un festival due anni fa, jeebanoff non suona dal vivo da prima della pandemia. La prossima, rarissima volta sarà all’estero e in compagnia: il 30 ottobre sarà al Circus Tokyo insieme a ELDON e Kim Seungmin. A IZM aveva raccontato che agli inizi gli sembrava strano cantare davanti a molta gente ed esserne pagato, e quando gli ho chiesto se fosse cambiato qualcosa ha risposto di no.
Penso di essere il tipo di persona che fa fatica a godersi davvero il canto davanti a un grande pubblico. Perché io possa continuare a fare questo lavoro senza perdere me stesso, sento di aver bisogno di molto più tempo per fare album, e quel tempo per me è molto più importante
Spera comunque che arrivi il giorno di un suo concerto e, più in là, di un tour europeo. Poche righe dopo, alla domanda su cosa vorrebbe che un ascoltatore italiano si portasse via dal disco, ha risposto parlando di sguardo.
Credo che l’esistenza venga confermata dall’essere osservati da qualcuno, e che la ragione per cui posso continuare a fare questo lavoro sia che i miei fan mi permettono di esistere in quel modo
I due sguardi non sono lo stesso. Quello del palco è immediato e si misura in persone che urlano, quello che interessa a lui è differito, silenzioso, fatto di qualcuno che riapre un disco a distanza di anni. La scommessa ha un prezzo: l’economia dell’attenzione premia la presenza costante, in Corea come in Giappone come qui da noi, e chi non suona dal vivo rinuncia alla principale fonte di guadagno indipendente. Restano streaming, colonne sonore e passaparola, e il modello tiene finché i dischi continuano a circolare da soli.
Perché poi circolino, nemmeno lui lo sa. È la domanda che si porta dietro dal 2020: la musica bella trova la sua strada, o quel disco è finito nella playlist giusta al momento giusto? Senza i dati delle piattaforme non lo sapremo mai. Dal 2020 lui lavora come se la risposta fosse una sola: alla fine, la buona musica trova sempre la sua strada.
Penso che tutti al mondo abbiano vissuto almeno una volta una qualche forma di separazione. Se dovessimo dividere le emozioni legate a quegli addii in dieci categorie diverse, forse una di quelle si troverebbe da qualche parte in questo album. Ho fatto questa serie con la speranza che almeno una persona possa trovarci dentro qualcosa in cui riconoscersi. E se qualcuno ha bisogno di sentirsi capito o consolato attraverso un certo tipo di emozione, forse una certa canzone gli verrà in mente, e riaprirà il mio Talking Book
Tre Porte
Love game, title track di Talking Book 2 · 오늘은 / The Day, da Misery · Sangenjaya, di CHANGMO con lui e Paul Blanco
Nota dell’autrice — Mentre lavoravamo a questa intervista è uscita la deluxe edition di Talking Book 2: cinque tracce in più rispetto all’edizione originale, ed è un lavoro incredibile. La trovate qui sotto.


